Pompei: viaggio nella domus di Marco Lucrezio Frontone

La domus dell’edile romano Marco Lucrezio Frontone è un esempio perfetto dello sviluppo di architettura residenziale tra il II secoloa.C. e il I d.C., dove convivono elementi sanniti, ellenistici, repubblicani e imperiali

Si calcola che, appena prima dell’eruzione del Vesuvio, il 24 ottobre del 79 d.C., vi fossero a Pompei circa 1500 abitazioni, in cui vivevano fra le 8000 e le 10.000 persone. Quasi la metà di loro erano schiavi. Naturalmente, proprio come succedeva nella capitale, non tutte queste residenze erano dello stesso tipo. I più poveri vivevano in piccole abitazioni ricavate nel retro di laboratori e botteghe, o in un ammezzato (pergula) che non superava i 50 metri quadri. Le abitazioni di piccoli commercianti, liberti e artigiani avevano fra i 120 e i 350 metri quadri di superficie ed erano composte da una serie di stanze disposte intorno a un atrio coperto, a un giardino interno (xystus) o a un corridoio. Poi vi erano le case signorili, dove vivevano l’aristocrazia locale, i commercianti più facoltosi e l’alta borghesia pompeiana.

Una fontana a Pompei, che ebbe il suo primo acquedotto in età augustea. L’acqua corrente in casa era un privilegio di pochissime persone. Tela di Edoardo Forti. XIX secolo

Una fontana a Pompei, che ebbe il suo primo acquedotto in età augustea. L’acqua corrente in casa era un privilegio di pochissime persone. Tela di Edoardo Forti. XIX secolo

Foto: Uig / Album

Nella parte occidentale della città (le regiones o distretti VI-VII e VIII) si contavano decine di residenze signorili, dall’estensione considerevole – fra i 450 e i 2950 metri quadri – e provviste di tutti i servizi e le comodità. Una delle meglio conservate è quella che viene attribuita al magistrato Marco Lucrezio Frontone. È situata in una strada perpendicolare alla via di Nola, nella regio V, insula IV, e ne conosciamo il nome del proprietario poiché viene menzionato in un’iscrizione nel giardino e in quattro scritte elettorali dipinte sulla facciata della sua domus. Nonostante non fosse fra le più grandi – aveva una superficie di 460 metri quadrati –, la casa è nota per i suoi magnifici affreschi.

Una domus ellenistica

La facciata della domus era semplice, ma bastava attraversare la porta d’ingresso per scorgere i segni della ricchezza del proprietario. La struttura originale risale al II secolo a.C., epoca in cui i sanniti, popolo che allora governava Pompei, che era comunque alleata di Roma, si aprì agli influssi dell’Oriente ellenistico, che arrivavano attraverso il vicino porto di Puteoli (Pozzuoli). Da quel momento le tradizionali abitazioni italiche (con un atrio coperto sul quale si affacciavano le stanze) aggiunsero, al centro di un atrio scoperto, l’impluvium, una piccola vasca dove si raccoglieva l’acqua piovana che veniva immagazzinata in una cisterna sotterranea, così come un giardino porticato nella parte posteriore della casa, il peristylium, nucleo dell’abitazione ellenistica al posto dell’atrio.

Vista dell’atrio e del tablinum della domus di Marco Lucrezio Frontone a Pompei. Davanti alla fontana centrale è collocato un cartibulum, tavolo in marmo con piedi a zampa di leone

Vista dell’atrio e del tablinum della domus di Marco Lucrezio Frontone a Pompei. Davanti alla fontana centrale è collocato un cartibulum, tavolo in marmo con piedi a zampa di leone

Foto: Araldo de Luca

   

La domus ellenistica disponeva anch’essa di sale destinate al ricevimento degli ospiti (oecus), ai pasti (triclinium) e al soggiorno privato (diaeta). Poiché la sala da pranzo era stata spostata nell’area del peristilio, la cucina finì a sua volta nella parte posteriore della casa. Il tablinum, la stanza in cui il padrone di casa riceveva liberti e clienti, rimaneva, pertanto, a metà della domus, fra atrio e peristilio. In questo modo si trovava al centro della suggestiva prospettiva architettonica che si creava dalla porta di ingresso.

Nella domus più antica di Pompei, risalente ai secoli IV-III a.C., si cucinava nell’atrio coperto con bracieri portatili; poi si collocavano i piatti sul cartibulum – un tavolo in marmo con zampe di leone che i romani collocavano solitamente vicino all’impluvium – e si mangiava nel tablinum. Con le innovazioni che comportò l’ellenizzazione dell’architettura domestica il luogo dei pasti divenne il triclinio, situato vicino al peristilio.

I locali di servizio

La domus di Lucrezio Frontone presenta una cucina tipica, situata in un angolo del peristilio: era integrata da una sala ampia, destinata alla preparazione e alla conservazione degli alimenti, e da uno spazio più ridotto per cucinarli, dotato di un banco di lavoro ricoperto di mattoni refrattari, su cui si preparavano le braci. Si utilizzavano tripodi di ferro e basi di anfore per appoggiare pentole e padelle. Inoltre, le domus ricche erano provviste già in epoca sannita di un piccolo bagno privato (di solito, una stanza con vasca e braciere al centro) e di una latrina situata nello stesso spazio della cucina.

La via dell’Abbondanza era la principale strada di Pompei. È stata chiamata così in epoca moderna, da un bassorilievo che orna una fontana nel tratto iniziale

La via dell’Abbondanza era la principale strada di Pompei. È stata chiamata così in epoca moderna, da un bassorilievo che orna una fontana nel tratto iniziale

Foto: Michele Falzone / Awl Images

   

A partire dal I secolo a.C. le latrine vennero isolate e i bagni ampliati con sale riscaldate, in cui fu installato l’innovativo sistema di riscaldamento radiante, l’ipocausto o pavimento sollevato, sotto cui circolava l’aria riscaldata nei forni, e la cui ideazione, per le terme, è attribuita a Sergio Orata, un ingegnere romano vissuto nel II secolo a.C e famoso per i suoi allevamenti di ostriche e pesci a Baia.

Nelle case pompeiane le finestre non affacciavano sulla strada, almeno finché in epoca augustea non iniziarono ad arrivare in Italia – dalle miniere spagnole di Segóbriga – i primi vetri di lapis specularis (selenite), una varietà di gesso cristallino. La stanze ricevevano luce e aria dagli ampi portici e dai giardini interni.

Durante la notte, i pompeiani usavano lampade a olio (lucernae) fabbricate con diversi materiali, soprattutto creta e bronzo, che collocavano in tutti gli angoli della casa. In quella di Marco Lucrezio sono stati trovati diversi esemplari di lucerne, anche se non tante come in quella di Giulio Polibio – un fornaio che intraprese la carriera politica e con Frontone si candidò al duunvirato nel 78 d.C. – dove sono state rinvenute 70 lampade in ceramica.

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Affreschi e decorazioni

Pompei non aveva accesso a materiali da costruzione di qualità, poiché era situata sopra un terreno lavico. Per risolvere questo limite senza rinunciare al lusso, le pareti venivano decorate con le più raffinate pitture, i cui colori e motivi furono perfezionati con il passare degli anni. E sebbene la struttura della domus di Marco Lucrezio risalga al II secolo a.C., le pitture furono realizzate fra il 35 e il 45 d.C. e corrispondono alla fine del Terzo Stile pompeiano, che è caratterizzato dall’uso di monocromie, principalmente rosso cinabro, giallo e nero. In effetti la casa di Marco Lucrezio è una delle poche abitazioni che conservino ampie testimonianze queste pitture – l’ottanta per cento di esse si è perso dagli inizi degli scavi di Pompei – ed è proprio questo a conferirle un valore incalcolabile. Quasi duemila anni dopo possiamo ancora ammirare le sue pareti divise in pannelli con scene figurate di soggetto mitologico e quadri con paesaggi in miniatura, separati da motivi decorativi come tirsi, ghirlande, candelabri fantasiosi e steli intrecciati, preludio del barocchismo peculiare del Quarto Stile.

La stanza di Arianna. Il piccolo dipinto su Arianna e Teseo che decora questa stanza della casa di Lucrezio Frontone, situato sul lato sud dell’atrio, fa pensare che la camera appartenesse alla padrona di casa

La stanza di Arianna. Il piccolo dipinto su Arianna e Teseo che decora questa stanza della casa di Lucrezio Frontone, situato sul lato sud dell’atrio, fa pensare che la camera appartenesse alla padrona di casa

Foto: Araldo de Luca

Per via delle devastazioni provocate dal terremoto del 62 d.C., molti aristocratici abbandonarono Pompei e trasferirono in altre località i corredi e mobili più preziosi, e questo spiega anche la scarsità di beni mobili ritrovati negli scavi pompeiani. Così è accaduto per la casa di Marco Lucrezio, che nel 79 d.C. era probabilmente disabitata e sottoposta a lavori di restauro. A parte numerose lucerne e ceramiche da cucina, nell’atrio è stato trovato un magnifico cartibulum insieme con suppellettili di rame, bronzo e argento, per testimoniare della ricchezza della famiglia.

La scarsità dei ritrovamenti è altresì da imputarsi al fatto che le abitazioni, appena dopo l’eruzione, furono visitate da ladri che rubarono gli oggetti abbandonati dagli abitanti in fuga. Nella domus di Marco Lucrezio Frontone, un segno del passaggio di cuniculari o cercatori di tesori è l’apertura creata sul lato sud della parete del peristilio.

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A continuazione, una galleria fotografica con alcuni degli affreschi più belli della domus di Marco Lucrezio Frontone.

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Affresco moraleggiante

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Affresco moraleggiante

A fianco del tablinum, della casa di Frontone, c’è un cubicolo sulle cui pareti si trova un affresco moraleggiante di Narciso mentre ammira la sua immagine riflessa  nell’acqua.

 

Foto: Luciano Romano / Scala, Firenze

Il tablinium di Lucrezio

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Il tablinium di Lucrezio

La casa di Lucrezio Frontone mostra uno dei più apprezzati esempi di pittura murale nel cosiddetto Terzo Stile, sviluppatosi dal regno di Augusto in poi (27 a.C.-14 d.C.). Questo stile è caratterizzato dalla divisione della parete in tre sezioni, sia in senso verticale, sia in senso orizzontale. Vengono così creati pannelli di colore uniforme al cui centro appaiono piccoli quadri di soggetto mitologico o paesaggistico. In questa pagina è raffigurato il muro destro del tablinum (sala di ricevimento e studio) di Lucrezio Frontone, con la sua tripartizione. Il registro inferiore è stato decorato con un hortus conclusus, un giardino recintato popolato di uccelli e fontane. A metà di ognuno dei pannelli centrali c’è un quadro: i laterali riproducono paesaggi con ville marittime, mentre quello centrale rappresenta il trionfo di Bacco e Arianna. Nel registro superiore sono riprodotte architetture fantastiche accompagnate da pannelli decorativi e diversi oggetti: due crateri, due lampade, un tripode, due grifoni e alcune maschere teatrali.

 

Foto: Luciano Romano / Scala, Firenze

Una tragedia greca

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Una tragedia greca

Una scena della tragedia Andromaca, di Euripide, decora il triclinio invernale della casa di Lucrezio Frontone. Per amore di Ermione, Oreste ne uccide il marito Neottolemo.

 

Foto: Araldo de Luca

Il giardino della domus

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Il giardino della domus

Il portico del giardino è decorato con pitture del Quarto Stile, il più moderno. È rappresentato un paesaggio con felini (paradeisos), delimitado nella parte superiore con riquadri di colore bianco, rosso, verde e giallo. Si vedono leoni (come quello dell'immagine), pantere e orsi, oltre a tori, buoi e cavalli.

Foto: Luciano Romano / Scala, Firenze

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