Podcast – La nascita di Gesù

Nacque a Betlemme o a Nazaret? In quale anno e in quale giorno? Fu adorato dai magi o dai pastori? La concezione della nascita di Gesù è il frutto di tradizioni diverse e perfino contrastanti, contenute nei vangeli canonici e in quelli apocrifi

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Oltre al Capodanno, la festività più celebrata al mondo è probabilmente quella del 25 dicembre, il giorno in cui si ricorda la nascita di Gesù di Nazaret, il messia dei cristiani: più di due miliardi di persone l’attendono con trepidazione. Ciononostante, tra tutti gli elementi reali legati al cristianesimo, tale festa è quella che presenta meno fondamenti appurati storicamente.

La storicità del Natale si basa solo su due dei quattro vangeli canonici, ossia quelli ammessi dalla Chiesa. Si tratta dell’insieme dei testi che compongono il cosiddetto vangelo dell’infanzia, costituito dai due primi capitoli dei Vangeli secondo Matteo e secondo Luca, redatti tra l’85 e il 90 d.C.

La basilica della Natività a Betlemme accoglie la grotta dove si credeva che Maria avesse dato alla luce Gesù

La basilica della Natività a Betlemme accoglie la grotta dove si credeva che Maria avesse dato alla luce Gesù

Foto: Zuma Press / Alamy/ Aci

Il più antico dei vangeli canonici – quello di Marco, scritto tra il 71 e il 75 d.C. – non ne fa menzione, probabilmente perché l’autore non conosceva nulla di certo al riguardo. E l’ultimo – quello di Giovanni, elaborato verso il 100 d.C. – la omette forse volontariamente, giacché la nascita di Gesù non interessava all’evangelista, che si concentrò piuttosto sulla sua figura quale incarnazione del verbo o della saggezza di Dio. Parlano invece della nascita del messia i vangeli apocrifi, quelli non riconosciuti dalla Chiesa, e in particolare il Protovangelo di Giacomo – databile intorno al 150 d.C. – e il Vangelo dello pseudo-Matteo – il testo risale al VI secolo, ma include leggende del 200 d.C. circa. Oltre a ciò, vi sono frammenti sul parto di Maria in testi apocrifi tardi, dei secoli IX e X, che utilizzano leggende precedenti: il Vangelo arabo dell’infanzia, il Libro sulla natività di Maria e il Libro dell’infanzia del Salvatore. Ma queste opere sono cronologicamente lontane dai fatti, e gli autori si sono lasciati trasportare dalla fantasia e dall’immaginazione.

Un’infanzia prodigiosa

Le Chiese cristiane hanno forgiato una storia del concepimento e della nascita del messia intrecciando soprattutto i racconti di Matteo e di Luca. La rappresentazione più vivida di tale narrazione è ricostruita nei presepi popolari. Dal Medioevo in poi questi misero a disposizione di un pubblico cristiano e analfabeta il nucleo più interessante di entrambi i vangeli.

Difatti in essi non mancano la nascita di Gesù in una grotta, in cui figurano anche il bue e l’asinello o la mula, nonché i pastori adoranti e i tre re magi – Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, nomi di gran lunga posteriori, perché si cristallizzarono nella tradizione attorno al V secolo. Mancano soltanto la strage degli innocenti voluta dal sovrano ebraico Erode e la fuga in Egitto della famiglia di Gesù al fine di eludere l’uccisione del bambino.

L'adorazione dei Magi. Andrea Mantegna. 1495-1505. Tempera su tela.

L'adorazione dei Magi. Andrea Mantegna. 1495-1505. Tempera su tela.

Foto: Album

In realtà i resoconti di Matteo e di Luca sono così diversi tra di loro che sembrano descrivere la nascita di due persone differenti: è come se raccontassero la venuta al mondo non dello stesso uomo, bensì di due figure diverse. Le loro fonti divergono parecchio e spesso sembrano contraddirsi: le genealogie, i fatti e le circostanze narrati nell’uno e nell’altro non trovano un accordo. Matteo parla dei magi, del terribile Erode, dell’episodio degli innocenti e della fuga in Egitto, tutti aspetti che Luca ignora. A sua volta, questi espone dettagli distinti, come la visita di Maria alla parente Elisabetta (madre di Giovanni Battista) o l’adorazione dei pastori, di cui nulla riporta Matteo.

È molto probabile che i dati presenti in tali racconti siano stati raccolti molti anni dopo la morte di Gesù, avvenuta tra il 30 e il 33 d.C., quando ormai non era più in vita nessun testimone – o quasi – che potesse confermare la veridicità delle notizie.

Non è questo un fenomeno strano, perché si verificò pure con la maggior parte dei personaggi significativi dell’antichità giudaica e greco-romana quali Mosè, Pitagora, Platone, l’imperatore Augusto e perfino Alessandro Magno. Una volta deceduti, vennero antologizzate “storie” della loro nascita prodigiosa e delle peripezie infantili, mentre al riguardo nulla era più certo. Gesù subì una sorte simile: quando, in virtù della sua importanza teologica (come messia e salvatore, seduto alla destra del Padre e giudice dei vivi e dei morti), la sua esistenza assunse i tratti di qualcosa di straordinario, crebbe anche il desiderio di conoscere dettagli della sua nascita e della sua infanzia, perché riguardo alla vita pubblica si avevano già abbastanza informazioni.

Gesù torna a Nazaret dall'Egitto assieme ai genitori dopo la morte di Erode. Quadro di William Charles Thomas Dobson. XIX secolo

Gesù torna a Nazaret dall'Egitto assieme ai genitori dopo la morte di Erode. Quadro di William Charles Thomas Dobson. XIX secolo

Foto: Bridgeman / Aci

Matteo e Luca, un enigma

Si può ipotizzare che i primi due capitoli di Matteo e di Luca siano stati aggiunti dopo la composizione dei rispettivi vangeli. E c’è una valida ragione per farlo: nel resto di entrambi i testi i protagonisti paiono ignorare quanto è successo prima, ossia l’infanzia di Gesù. Maria, la madre, non sa che la nascita del figlio sia stata portentosa, ovvero scaturita dal grembo di una vergine; del figlio sa invece che deve occuparsi «delle cose del Padre» (Luca 2:49). Non è inoltre al corrente del fatto che Gesù sia stato dichiarato messia fin dal concepimento («Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio», annuncia l’angelo Gabriele in Luca 1:35) e che sia destinato a grandi imprese in Israele.

Ci sono due motivi che forse spinsero Matteo e Luca (o, più plausibilmente, autori successivi, risalenti a dopo il II secolo) ad aggiungere questi capitoli. Innanzitutto chi scrisse si era accorto che il primo evangelista Marco (da cui i due vangeli avevano in parte copiato) aveva realizzato una biografia imperfetta di Gesù, visto che mancavano i primi passi del messia sulla terra. La seconda ragione rispondeva a un altro intento: si voleva dichiarare che, al pari di altre grandi personalità del mondo antico, Gesù aveva avuto un’infanzia prodigiosa, ancor più particolare rispetto a quella degli eroi pagani, degli dei e dei semidei.

Nato a Betlemme o a Nazaret?

Afferma Matteo: «Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode» (2:1). Anche Luca dichiara: «Giuseppe [...] dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme [...] Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per [Maria] i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito» (2:4-7). Gli altri due evangelisti, Marco e Giovanni, accennano piuttosto al fatto che la nascita di Gesù avvenne a Nazaret, in Galilea. Era una tradizione ormai consolidata, perché Gesù era detto «di Nazaret» e non «di Betlemme». Per il Vangelo secondo Giovanni alcuni dubitavano che Gesù fosse davvero il messia proprio perché non era nato a Betlemme: «Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?» (7:42).

La stella cometa si ferma sopra Betlemme. Illustrazione di W.L. Taylor per The children's Bible di H.A. Sherman e C. Foster Kent. 1922

La stella cometa si ferma sopra Betlemme. Illustrazione di W.L. Taylor per The children's Bible di H.A. Sherman e C. Foster Kent. 1922

Foto: Bridgeman / Aci

Quest’ultimo testo sottolinea come i cristiani e i loro contestatori si scontrassero su due tradizioni che riconducevano il messia a Betlemme o a Nazaret. Sembra più verosimile ritenere che la verità si trovi nel Vangelo secondo Marco: «Partito quindi di là, andò nella sua patria», ossia Nazaret (6:1). E si hanno riscontri anche nel Vangelo secondo Giovanni, quando l’apostolo Filippo dice a Natanaele, il futuro apostolo Bartolomeo: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret». Natanaele gli risponde: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?» (1:45-46). Nello stesso vangelo, quando Gesù si reca a Gerusalemme alla festa del Sukkoth, o delle capanne, e le guardie non lo arrestano credendolo un profeta, i farisei dicono a uno di loro: «Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea» (7:52).

È quindi più probabile ritenere che Gesù nacque nel poco noto villaggio di Nazaret. Con il tempo s’iniziò a supporre che fosse il messia e allora si scrisse la storia della sua nascita a Betlemme perché si potessero compiere le profezie, soprattutto quella di Michea: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti» (5:1). Ecco perché Matteo fa vivere i genitori di Gesù a Betlemme, mentre Luca li presenta in viaggio verso Betlemme per via di un censimento obbligatorio, che avrebbe costretto Giuseppe a stabilirsi lì dove era poi nato Gesù.

In quale anno nacque Gesù?

Gesù nacque il primo anno della nostra era? Forse no. La data sarebbe un errore del monaco Dionigi il Piccolo, vissuto nel VI secolo. A quel tempo gli anni erano calcolati in base alla cosiddetta Era di Diocleziano, ossia dall’inizio del regno dell’imperatore che aveva perseguitato i cristiani. Per questo Dionigi ritenne di dover modificare il modo in cui i cristiani computavano gli anni e decise di considerare come primo anno la data di nascita di Gesù. Secondo i Vangeli di Matteo e di Luca, Gesù era nato ai tempi di Erode, e Dionigi stabilì che il re era morto nel 753 AUC, ab Urbe condita, cioè dalla fondazione di Roma, l’anno che si era imposto come riferimento per il conteggio del tempo in Occidente. Secondo Dionigi, Gesù sarebbe nato negli ultimi giorni di quell’anno: il primo gennaio del 754 AUC sarebbe stato il primo dell’era cristiana, l’anno primo d.C., o dopo Cristo.

Nel XVII secolo Georges de la Tour dipinse 'L’adorazione dei pastori'. Musée du Louvre, Parigi

Nel XVII secolo Georges de la Tour dipinse 'L’adorazione dei pastori'. Musée du Louvre, Parigi

Foto: Franck Raux / RMN-Grand Palais

Tuttavia è noto che Erode morì nel 750 AUC. Se a questa data si tolgono uno o due anni (quelli in cui Gesù visse a Betlemme prima della strage degli innocenti), ne risulta che nacque nel 748 o nel 749 AUC, ovvero cinque o sei anni prima della data calcolata da Dionigi. E sarebbe quindi venuto al mondo nel 6 o nel 5 a.C.

Può anche darsi che Dionigi non si sia sbagliato, ma abbia scelto di proposito una data simbolica, sebbene approssimativa. Nell’antichità il numero sette aveva infatti un grande valore simbolico, come pure il ventisette. In quanto multiplo del tre e del nove, il ventisette svolse un ruolo importante per spiegare la formazione dell’universo proprio a partire da un’opera di Platone, il Timeo. Inoltre, nell’architettura romana il ventisette era fondamentale per la proporzione dei luoghi sacri e pubblici.

Per indicare il cambiamento più importante nella storia del mondo, la venuta del messia, il numero 7(00) + 27 + 27 = 754 diveniva perciò molto più significativo del 748 o del 749. È quindi probabile che, al di là della cronologia, Dionigi abbia deciso di far coincidere la nascita di Gesù con il numero sacro più vicino. Quanto al giorno in cui nacque Cristo, gli evangelisti tacciono. Non doveva essere inverno, perché nel Vangelo secondo Luca i pastori tenevano gli animali all’aperto. Il 25 dicembre è arbitrario, e lo riconosce la stessa Chiesa, che optò per quella data al fine di contrastare la festa pagana del Sole Invitto. O forse la Chiesa sovrappose la nascita di Gesù a quella del dio Mitra? Non vi sono elementi certi per dirlo, perché nessun testo antico colloca la nascita di Mitra il 25 dicembre.

L’arrivo dei magi a Betlemme. Octave Penguilly L'Haridon. 1864 circa. Musée des Beaux-Arts, Reims

L’arrivo dei magi a Betlemme. Octave Penguilly L'Haridon. 1864 circa. Musée des Beaux-Arts, Reims

Foto: Thierry Le Mage / RMN-Grand Palais

I tre magi andarono a Betlemme?

In Matteo 2:1-12 si racconta che «alcuni magi» adorano Gesù e gli offrono doni, ma ci si limita a tali informazioni. Altri particolari sono aggiunte successive, fantasiose, dei vangeli apocrifi; per esempio, che i magi erano re ed erano tre. La parola “mago” aveva due significati: indicava chi praticava la magia nera o bianca, oppure si riferiva ai sacerdoti dello zoroastrismo, la religione della Persia, che erano anche studiosi degli astri e dei loro effetti sugli esseri umani.

I magi domandano del «re dei giudei che è nato»; Matteo afferma quindi che Gesù era il vero re del mondo, e non lo era l’imperatore romano. Sebbene l’evangelista non parli di Gesù come del figlio di Dio, bensì scriva solo che i magi «prostratisi l’adorarono», i fruitori del suo vangelo avevano già letto un passaggio precedente in cui Matteo narrava che Gesù era stato concepito dallo spirito santo. Matteo sostiene pure che i magi «giunsero da Oriente»; ma se fossero stati davvero «magi», sarebbero arrivati dalla Persia. Per questo altri studiosi hanno creduto che venissero invece dall’Arabia, perché nel testo offrono a Gesù «in dono oro, incenso e mirra». L’oro e l’incenso erano i regali che, come profetizzò Isaia (60:6), i popoli di tale regione avrebbero portato a Gerusalemme come regalo al re e lode a Dio.

Eppure l’attendibilità storica della narrazione sui magi è nulla, come ammette anche la Chiesa. Matteo stesso presenta una serie di dettagli inverosimili. Per esempio, una stella cometa giunta da oriente compare su Gerusalemme e gira a sud verso Betlemme, dove rimane. Ebbene, questo fenomeno senza eguali nella storia astronomica sarebbe dovuto comparire in qualche cronaca del tempo, cosa che non avviene. Non solo, il modo in cui si comporta Erode è davvero incredibile: non prova a seguire i magi che vogliono rendere visita a un monarca rivale, e i suoi soldati non riescono neppure a scoprire quale bambino abbiano visto i tre, peraltro in un villaggio molto piccolo. Inoltre, nel Vangelo secondo Luca sono i pastori ad adorare Gesù e nel testo non si fa menzione né di Erode, né della strage degli innocenti, né della fuga della famiglia in Egitto, come invece racconta Matteo.

'Scena della strage degli innocenti', Léon Cogniet, 1824. Musée des Beaux-Arts, Rennes

'Scena della strage degli innocenti', Léon Cogniet, 1824. Musée des Beaux-Arts, Rennes

Foto: Adelaïde Beaudoin / RMN-Grand Palais

Il messaggio teologico è chiaro: Gesù nasce nella città di David perché si avverino le profezie che riguardano il re-messia, salvatore d’Israele e del mondo intero. È un re talmente importante che la sua nascita viene perfino annunciata da una stella, e Dio avverte del prodigioso evento anche persone non israelitiche: i magi rappresentano tutti coloro che crederanno nella figura di Gesù come salvatore.

Erode uccise davvero i neonati?

Riferisce Matteo che il re Erode, informato dai magi della nascita di un rivale, ordinò di uccidere tutti i bambini di Betlemme di meno di due anni, in modo tale da scongiurare questa minaccia. Alcuni studiosi sostengono che l’evento accadde davvero e che ben si adatterebbe alla crudeltà di Erode. Si sa, per esempio, che in punto di morte il sovrano ordinò alla sorella Salomè di riunire nell’anfiteatro di Gerico trecento membri delle famiglie più illustri del Paese e di farli uccidere a colpi di frecce. Secondo lo storico giudaico-romano Flavio Giuseppe, il re avrebbe detto: «Cosicché tutta la Giudea e tutte le famiglie, anche non volendo, verseranno lacrime per me».

Tuttavia la maggior parte dei cronisti, compresi quelli cattolici, ritiene che il racconto di Matteo sia frutto di fantasia, di una tradizione popolare cristiana o di una “storia teologica” composta da lui o da qualche sconosciuto sulla base del Vecchio testamento e attribuita simbolicamente a Gesù. La strage degli innocenti s’inserisce nella vicenda dei magi venuti da Oriente, che appartiene appunto all’ambito della leggenda. Inoltre nei resoconti successivi della vita pubblica di Gesù non si trovano tracce di un evento così eccezionale.

Alla ricerca di un alloggio. Illustrazione di James Tissot per La vita di Cristo. 1886-1894 circa

Alla ricerca di un alloggio. Illustrazione di James Tissot per La vita di Cristo. 1886-1894 circa

Foto: Bridgeman / Aci

Oltre a ciò, questo massacro e la successiva fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e Gesù, decisa dopo che un angelo aveva comunicato al padre putativo che Erode voleva uccidere il bambino, non trovano riscontro in quanto afferma Luca. Secondo l’evangelista, infatti, dopo la nascita di Gesù la famiglia tornò a Nazaret senza problemi: «Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore [la presentazione del bambino al tempio di Gerusalemme e la purificazione di Maria], fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret» (2:39).

L’episodio è ignorato pure nella scrupolosa relazione degli ultimi giorni di Erode redatta da Flavio Giuseppe in Antichità giudaiche. Pochissimi personaggi dell’antichità greco-romana possono vantare un resoconto talmente particolareggiato della loro fine e, se fosse davvero accaduto il massacro, probabilmente ne sarebbe rimasta traccia nel racconto dello storico.

La tradizione riguardante la strage degli innocenti non è univoca riguardo al numero dei morti. Nel II secolo Giustino martire, nel Dialogo con Trifone, non menziona alcuna cifra. Lo storico contemporaneo Giuseppe Ricciotti ipotizza verosimilmente la cifra di circa venti neonati su un totale di mille abitanti. Tuttavia la liturgia bizantina della Chiesa ortodossa parla di 14mila bambini, e alcuni santorali della Chiesa siriaca antica ne menzionano 64mila.

'L'adorazione del Cristo bambino'. Sandro Botticelli, 1500 circa. The Museum of Fine SAGGI Arts, Houston

'L'adorazione del Cristo bambino'. Sandro Botticelli, 1500 circa. The Museum of Fine SAGGI Arts, Houston

Foto: Album

La famiglia di Gesù fuggì davvero in Egitto?

Gli studiosi ritengono che la storia dei magi finisca con la strage degli innocenti e che Matteo vi abbia aggiunto la fuga della Sacra famiglia in Egitto. Secondo l’evangelista, alla morte di Erode un angelo disse a Giuseppe di tornare in Israele con i suoi cari, ma, aggiunge Matteo: «Avendo però saputo che era re della Giudea Archelao al posto di suo padre Erode, [Giuseppe] ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si avverasse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”» (2:22-23). Tuttavia quest’ultimo termine non deriva da Nazaret; per evocare la missione divina di Gesù, Matteo fa ricorso a due parole dal tono messianico: nazîr /nazireo, che significano “consacrato” o “devoto”, come lo erano stati Sansone e Giovanni Battista; e neser, ovvero “rampollo” o “prole” di David, come viene detto nella profezia d’Isaia: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse [padre di David], un virgulto germoglierà dalle sue radici» (11:1).

Secondo i credenti l’intero episodio della fuga in Egitto dev’essere inteso come un evento realmente accaduto e insieme come un simbolo. Il ritorno della Sacra famiglia in Israele sarebbe stato preannunciato da quello degli ebrei dall’esilio babilonese, dov’erano stati mandati dal sovrano Nabucodonosor II nel 587 a.C., quando aveva messo a ferro e a fuoco Gerusalemme. Vi erano rimasti fino a quando il re persiano Ciro gli aveva consentito di andarsene nel 500 a.C. Se con l’adorazione dei magi Matteo vuole indicare l’accettazione del messaggio di Gesù da parte dei pagani, il massacro tramato da Erode simboleggia invece il rifiuto da parte delle autorità giudaiche della rivelazione divina di cui Gesù fu portatore. La vicenda sarebbe inoltre un’anticipazione della passione. Dio aveva salvato il figlio portandolo in Egitto, e da lì in Israele; anni più tardi le autorità giudaiche e gli abitanti di Gerusalemme avrebbero cercato di annientare Gesù crocifiggendolo, ma non l’avrebbero distrutto perché sarebbe risorto: Dio avrebbe salvato il figlio facendo in modo che la sua vita non si concludesse nel sepolcro.

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