Pena di morte, un dibattito di duemila anni

Fin dalla Grecia classica giuristi e pensatori s'interrogarono sulla validità e le motivazioni del supplizio capitale. Il dibattito sul senso espiatorio o di ammonimento della pena si sviluppò per tutti i secoli a venire: solo a fine settecento s'iniziò ad abolirla

Nella parte occidentale del mondo i primi a interrogarsi sulla funzione della pena di morte furono i greci. E già allora le convinzioni in materia riflettevano due concezioni radicalmente diverse: secondo alcuni infatti la sua funzione era retrospettiva (più precisamente, retributiva, vale a dire «un male, in cambio del male inflitto»), per altri era prospettiva (vale a dire si guardava al futuro, non al passato).

Il codice elaborato dal re babilonese Hammurabi seguiva il modello "occhio per occhio"

Il codice elaborato dal re babilonese Hammurabi seguiva il modello "occhio per occhio"

Foto: E. Lessing / Album

A testimoniarlo sta un passaggio celeberrimo (e fondamentale in materia) della Guerra del Peloponneso dello storico Tucidide. Nel 427 a.C. gli abitanti di Mitilene si erano ribellati ad Atene ed erano stati sconfitti. Bisognava infliggere loro una punizione, e gli ateniesi erano divisi: una parte di essi, rappresentata da Cleone, voleva che si uccidessero tutti gli uomini, che si vendessero come schiavi le donne e i bambini, e che la punizione venisse inflitta immediatamente, sull’onda dell’ira provocata dal tradimento: «Pensate bene a quello che avete dovuto subire, rendete loro quello che si meritano», disse Cleone ai suoi concittadini. Ma non tutti la pensavano come lui.

Secondo Diodoto, in particolare, la fretta e l’ira erano i peggiori nemici di una buona decisione, e sperare che la pena avesse effetto deterrente era pura illusione: là dove la pena di morte è prevista per molti delitti, anche non gravissimi – egli disse – i malfattori continuano a commetterli, sperando nell’impunità; molto meglio, per la sicurezza di una città, praticare la moderazione e il buon governo, prevenendo le cattive azioni.

Un conflitto culturale e ideologico era chiaramente in atto: accanto ai sostenitori più o meno a oltranza dell’“occhio per occhio”, stava chi proponeva soluzioni alternative: più specificamente alcuni sofisti e filosofi, delle cui opinioni siamo informati grazie ai dialoghi platonici Protagora e Leggi.

Cicerone si espresse in favore della condanna a morte di chi aveva congiurato contro lo stato. Affresco di C. Maccari (1880), Palazzo Madama

Cicerone si espresse in favore della condanna a morte di chi aveva congiurato contro lo stato. Affresco di C. Maccari (1880), Palazzo Madama

Foto: AKG / Album

Un testo anticipatore

Nel Protagora, dove il sofista da cui il dialogo prende il nome discute con Socrate sul tema: «Può la virtù essere insegnata?», troviamo l’esposizione più celebre e più chiara delle possibili ragioni per le quali uno stato può infliggere una pena (in tutte le sue possibili forme e gradazioni). Per Protagora la pena è la prova del fatto che la virtù può essere insegnata: «E se vorrai considerare, Socrate, ciò a cui mira il punire chi commette ingiustizia, questo ti dimostrerà, di per sé, che veramente gli uomini sono convinti che la virtù si possa acquistare. Nessuno infatti punisce coloro che commettono ingiustizie in considerazione e a motivo del fatto che commisero ingiustizia: chiunque, almeno, non si abbandoni a irrazionale vendetta come una belva. Ma chi cerca di punire secondo ragione, non punisce a motivo del delitto trascorso, ma in considerazione del futuro, affinché non commetta nuovamente ingiustizia quello stesso che viene punito, né altri che vedano costui punito».

Per Protagora, la giustizia è prospettiva: nelle sue parole si legge la prima, fortissima critica alla teoria retributiva, che a distanza di secoli si ritroverà in autori come Cesare Beccaria, autore del fondamentale testo Dei delitti e delle pene, o il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham. Per usare la terminologia oggi invalsa, nel Protagora la pena ha funzione di deterrenza sia specifica, in quanto evita che un criminale ripeta lo stesso delitto, sia generale, in quanto evita che altri commettano quel reato.

Secondo Platone, la pena ha una duplice funzione deterrente, specifica e generale

Un dibattito senza fine

Nascono ambedue ad Atene, dunque, le concezioni della funzione della pena che torneranno a contrapporsi ogniqualvolta il dibattito riemergerà, nei momenti, nelle occasioni e nei luoghi più diversi: a cominciare da Roma, dove, nel II secolo d.C., si discuteva esattamente in questi termini della funzione della pena di morte. E la contrapposizione continuerà a ripetersi, con alterne vicende, sino ai nostri giorni, in un incessante confronto che qui non è possibile seguire come meriterebbe, ma che tuttavia è importante ricordare, almeno per sommi capi. La condanna della pena di morte, infatti, posta come ben noto all’attenzione del mondo occidentale da Cesare Beccaria, è stata preceduta, nei secoli, da una discussione che ha interessato i personaggi più diversi, alcuni dei quali non possono non essere ricordati.

La Giustizia respinge il boia che le porge le teste dei condannati a morte. Illustrazione di copertina di 'Dei delitti e delle pene' (1766)

La Giustizia respinge il boia che le porge le teste dei condannati a morte. Illustrazione di copertina di 'Dei delitti e delle pene' (1766)

Foto: White Images / Scala, Firenze

Tra le prese di posizione a favore della pena capitale, in particolare, meritano uno speciale interesse quelle di coloro che, in quanto cristiani, avevano il problema non da poco di conciliare la condanna capitale con il divieto di uccidere. Come, direi in primo luogo, il teologo medievale Tommaso d’Aquino. Rifacendosi al vecchio principio del bene del popolo come bene supremo, fatto suo anche dall'oratore romano Cicerone (De legibus), il massimo rappresentante della Scolastica scriveva: «Il bene comune vale più di quello di un solo individuo. Se, dunque, la vita di certi delinquenti è contraria al bene comune, cioè all’ordine della società umana, essi potranno essere uccisi […] se l’infezione minaccia tutto il corpo, il medico taglia a buon diritto e utilmente la parte malata; allo stesso modo il Principe, giustamente e senza peccare, mette a morte i delinquenti, nel timore che la pace sociale sia turbata» (Summa contra gentiles).

«Se la vita di certi delinquenti è contraria al bene comune, essi potranno essere uccisi»

Senza peccare, dice Tommaso: ma come, perché? La spiegazione è utilitaristica: «Nessuno pecca per il fatto che si serve di un essere per lo scopo per cui è stato creato […] Perciò se l’uomo si serve delle piante per gli animali, e degli animali per gli uomini, non c’è niente di illecito […] è il più necessario dei servizi dare le piante in cibo agli animali, e gli animali agli uomini: il che è impossibile senza distruggere la vita» (Summa theologica). Di conseguenza, «se lo esige la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmene al taglio del membro putrido e cancrenoso. Ebbene, ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune».

Ma come spiegare perché si può uccidere «senza peccare» non solo un animale, ma anche un essere umano? Risponde sempre Tommaso: «Sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia. Infatti un uomo cattivo […] è peggiore e più nocivo di una bestia». Ma poi l’Aquinate aggiunge che tra un essere umano e un animale vi è peraltro una differenza: per uccidere un essere umano è necessario processarlo, per uccidere una bestia non è necessario.

Supplizio di Tommaso Moro, dipinto del XVI secolo. Il cancelliere di Enrico VIII pagò con la vita il rifiuto di accettare la supremazia del re sul papa

Supplizio di Tommaso Moro, dipinto del XVI secolo. Il cancelliere di Enrico VIII pagò con la vita il rifiuto di accettare la supremazia del re sul papa

Foto: Scala, Firenze

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Un’analisi sociale del crimine

L’opinione a favore della pena di morte aveva forti sostenitori ed era certamente più diffusa di quella contraria. Ma questo non toglie che vi fosse anche chi la pensava diversamente. Nel cinquecento e nel seicento, infatti, si registrarono prese di posizione da parte di persone che (anche se, ovviamente, a quei tempi non era neppur concepibile un movimento abolizionista) contribuirono tuttavia, con le loro affermazioni, a creare il clima nel quale questo movimento sarebbe potuto nascere. Nel 1516, per esempio, il filosofo inglese Tommaso Moro (poi condannato a morte e fatto decapitare da Enrico VIII per la sua opposizione all’Atto di supremazia con cui il re diede corso allo Scisma anglicano) scriveva nella sua Utopia: «Iddio ha proibito di uccidere chicchessia, e noi ammazziamo con tanta facilità solo per quattro soldi rubati? Se poi qualcuno interpreta il divieto nel senso che per volontà divina non è lecito dare la morte ove la legge degli uomini non stabilisca di farlo, che cosa ci impedirebbe d'istituire fra noi delle norme che consentano in certi casi lo stupro, l’adulterio, lo spergiuro?».

«Iddio ha proibito di uccidere chicchessia, e noi ammazziamo con tanta facilità solo per quattro soldi rubati?»

Ma a questo punto s'impone una precisazione: per Tommaso Moro il crimine aveva due cause, la miseria e l’ignoranza. Se queste cause sociali non erano state eliminate e qualcuno commetteva un reato, dunque, doveva essere curato. Più precisamente, con la preghiera e la prigione “aperta”. Esisteva tuttavia un caso in cui la pena di morte andava inflitta, ed era quello del detenuto che dava o riceveva denaro (nonché di chi lo riceveva da lui). Impossibile, qui, addentrarci sulle possibili spiegazioni di un’affermazione che forse, più che una contraddizione, deve essere considerata un paradosso. A dispetto della quale, comunque, a Tommaso Moro spetta un posto nella storia del pensiero pre-abolizionista, che sempre nel seicento trovò tra i suoi sostenitori anche il filosofo Blaise Pascal. «È necessario uccidere per impedire che ci siano dei malvagi?», chiedeva Pascal. E rispondeva: «Questo significa farne due invece di uno» (Pensieri).

Sono stati molti, insomma, quelli che, tra cinquecento e seicento, hanno riflettuto sul problema delle pene. Quello che Beccaria affermò nella sua opera non veniva scritto per la prima volta, ma, per la prima volta, in un’epoca finalmente pronta a recepire le idee riformiste e a pensare di dar loro concreta attuazione. Le reazioni alla pubblicazione del libro furono diverse: tra i suoi più accesi sostenitori si schierò Voltaire, il cui entusiasmo contribuì non poco allo strepitoso successo dell’opera. Messo all’Indice dalla Chiesa, Dei delitti e delle pene venne tradotto e ristampato in tutta Europa, divenne celebre negli Stati Uniti d’America e a distanza di duecentocinquant’anni dalla sua pubblicazione è giustamente ricordato come uno tra i libri che hanno maggiormente contribuito alla nascita di un moderno pensiero laico.

Esecuzione di Luigi XVI con la ghigliottina installata in Place de la Concorde. Gennaio 1793. XVIII secolo. Museo Carnavalet, Parigi

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Per saperne di più

Dei delitti e delle pene. Cesare Beccaria, Feltrinelli, Milano, 2014
Protagora. Platone, Rizzoli, Milano , 2010
I supplizi capitali. Origine e funzione delle pene di morte in Grecia e a Roma. Eva Cantarella, Feltrinelli, Milano, 2018

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