Paracelso, le battaglie di un medico visionario

In conflitto contro gli insegnamenti medici ereditati dal Medioevo, lo scienziato svizzero propose una nuova medicina basata sull’uso di sostanze chimiche e non di antichi rimedi

Un medico commediante e un ubriacone: così il religioso inglese Thomas Fuller presentava Paracelso in alcune note sulla sua vita scritte cent’anni dopo la sua morte. All’epoca lo scienziato svizzero era ancora una figura molto controversa. La sua messa in discussione del sistema medico tradizionale l’aveva trasformato nella bestia nera dei medici conservatori, per i quali i rimedi chimici e minerali che Paracelso promuoveva erano una truffa. Come scrisse un altro dei suoi avversari, il francese Guy Patin, «Paracelso era il più grande e pernicioso fanfarone, maestro nell’uccidere la gente con la chimica». I rinnovatori, invece, lo videro come un pioniere della medicina chimica che avrebbe poi trionfato nel XVIII secolo.

Teophrastus von Hohenheim, o Paracelso, in un ritratto eseguito da Quentin Massys. XVI secolo. Museo del Louvre, Parigi

Teophrastus von Hohenheim, o Paracelso, in un ritratto eseguito da Quentin Massys. XVI secolo. Museo del Louvre, Parigi

Foto: Erich Lessing / Album

Theophrastus von Hohenheim nacque tra il 1493 e il 1494 a Einsiedeln, in Svizzera. Trascorse la maggior parte dell’infanzia con il padre, medico e professore di chimica nella scuola mineraria di Villach, nel Sud dell’Austria. Con lui apprese l’arte della medicina e la mineralogia. A soli 14 anni iniziò la vita da studente tipica della sua epoca, spostandosi da un’università all’altra alla ricerca dei professori migliori. Studiò a Basilea, Tubinga, Vienna, Wittenberg e Lipsia.

Tuttavia, è molto probabile che ben presto si sia sentito insoddisfatto dell’insegnamento scolastico impartito in quei centri, basato esclusivamente sui trattati di Aristotele, Galeno e Avicenna. Nel 1516 si laureò in medicina all’Università di Ferrara. Fu allora che assunse il soprannome di Paracelso (ossia superiore a Celso), forse per dichiarare che aveva ormai superato il medico romano Celso e, in generale, la medicina classica.

Dalla Tartaria alla Terrasanta

Negli anni seguenti Paracelso proseguì i suoi viaggi in terre sempre più lontane. Si dice che sia stato nelle Isole Britanniche, nei Paesi Bassi e persino in Russia – dove sarebbe stato catturato dai tartari –, in Egitto, Arabia, Terrasanta e a Costantinopoli. Rientrò in Germania nel momento in cui scoppiò la guerra dei contadini tedeschi (1524). Incarcerato per la sua complicità con i rivoltosi, evase dalla prigione e nel 1526 si stabilì a Strasburgo, dove iniziò a esercitare come medico chirurgo.

Nella città alsaziana Paracelso non tardò a farsi una reputazione e a diventare celebre come medico. Durante i suoi anni vagabondi aveva accumulato una grande esperienza medica, per esempio nella cura delle ferite da guerra durante il periodo trascorso come chirurgo dell’esercito di Venezia. Tuttavia, invece di trattare le ferite con impiastri di muschio o sterco secco – metodi abituali all’epoca –, Paracelso raccomandava di drenarle, estraendo il sangue o il pus, secondo il principio per cui bisognava lasciare agire la natura. Rifiutava anche il tradizionale ricorso a pillole, infusi, balsami o purganti, e al loro posto proponeva medicamenti basati su minerali dalle proprietà curative, come il mercurio, lo zolfo, il ferro, il solfato di rame.

Un alchimista usa un apparecchio per distillare. Hieronymus Brunschwig. XVI secolo​

Un alchimista usa un apparecchio per distillare. Hieronymus Brunschwig. XVI secolo​

Foto: SPL / Age Fotostock

Cure miracolose

La fama di Paracelso come medico si diffuse rapidamente nei territori di lingua tedesca. Un giorno ricevette un messaggio dal celebre stampatore Johannes Froben, che gli chiedeva di fargli visita urgentemente poiché soffriva di una grave infezione a una gamba, forse una cancrena, e secondo i medici l’unico rimedio era l’amputazione. Paracelso accettò di recarsi a Basilea e lì gli prescrisse i suoi medicamenti, evitando l’intervento chirurgico. Dopo pochi giorni, e con grande stupore dei medici, Froben si era rimesso del tutto e addirittura era stato in grado di partecipare alla fiera del libro di Francoforte. Il grande umanista Erasmo da Rotterdam, che era ospite a casa di Froben, il suo editore, scrisse una lettera a Paracelso lodando la sua impresa e approfittò per chiedergli consiglio su come alleviare i dolori di cui soffriva regolarmente. Paracelso gli diagnosticò una calcolosi, all’epoca conosciuta come il “male della pietra”, e gli raccomandò di seguire un trattamento specifico.

I successi di Paracelso spinsero il consiglio di Basilea a offrirgli un posto come medico municipale, carica alla quale era associata la docenza all’università. Nonostante la forte opposizione del collegio docenti e dei medici alla nomina, questa divenne effettiva all’inizio del 1527. A 34 anni, Paracelso aveva davanti a sé l’opportunità di raggiungere una posizione stabile e prestigiosa nella società svizzera, ma il suo carattere battagliero ebbe la meglio. Non appena prese possesso della carica annunciò in modo clamoroso la sua ribellione contro la tradizione medica imperante. Il 24 giugno, giorno di San Giovanni, bruciò il Canone della medicina di Avicenna davanti agli studenti e ai professori sulla porta dell’università. Lesse anche un manifesto nel quale condannava gli insegnamenti di Galeno e Ippocrate, e si offrì di insegnare la sua nuova medicina per due ore al giorno a tutti coloro che volessero assistere alle sue lezioni. Queste, inoltre, si sarebbero tenute in tedesco, non in latino, giacché «la verità si può apprendere solo in tedesco», diceva. Non sorprende, dunque, che molti paragonassero Paracelso a Lutero, il riformatore tedesco che, da professore all’Università di Wittemberg, si ribellò contro la dottrina tradizionale della Chiesa, bruciò le bolle papali di scomunica e rivendicò la predicazione in lingua tedesca.

I professori reagirono espellendo Paracelso dall’Università di Basilea. Poco dopo Froben morì all’improvviso in seguito a un ictus, e ciò rafforzò i sospetti sui suoi rimedi miracolosi. In città iniziarono a circolare violente critiche contro di lui, tra cui un sonetto in cui si denunciavano le fanfaronate di «Cacofrasto» e si consigliava di regalargli una corda perché s'impiccasse. La tensione culminò con un’accusa di oltraggio contro Paracelso, che per evitare il carcere dovette fuggire alla chetichella da Basilea durante la notte.

Il ponte sul Reno a Basilea. Negli anni in cui visse nella città svizzera, Paracelso raggiunse una certa fama come medico

Il ponte sul Reno a Basilea. Negli anni in cui visse nella città svizzera, Paracelso raggiunse una certa fama come medico

Foto: Christof Sonderegger / Fototeca 9x12

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Medico, mago e alchimista

Negli anni seguenti, Paracelso viaggiò di città in città esercitando come medico mentre scriveva la sue opere. Secondo un suo allievo, Valentinus, scrisse oltre 230 libri di filosofia, 40 di medicina, 12 di politica e 7 di matematica e astrologia, oltre a 66 di magia e di arti occulte. Il suo pensiero aveva molti punti in comune con l’alchimia, che tuttavia lui non praticò. Per esempio, nel Paragranum (1529-1530) stabiliva che le quattro colonne della sua nuova medicina erano la filosofia naturale, l’alchimia, l’astrologia e la virtù. Secondo lui, ogni corpo era composto da tre sostanze: zolfo, mercurio e sale. Per esempio, in un pezzo di legno che brucia, «la parte infiammabile è lo zolfo, il fumo è il mercurio e la cenere è il sale». Lo stesso si applicava al corpo umano, in cui le malattie sono causate da variazioni delle tre sostanze, e per questo motivo prescriveva medicine con componenti chimici. Il principio delle tre sostanze, affermava, «è molto importante, poiché riguarda la ricerca umana della salute, è la sua acqua della vita, la sua pietra filosofale, il suo arcano, il suo balsamo».

Paracelso morì nel 1541 a Salisburgo, a 48 anni, in circostanze misteriose. Si diffuse una storia secondo la quale, durante un banchetto, gli sgherri di alcuni medici rivali lo attaccarono a tradimento e lui cadde battendo la testa su una pietra, il che ne avrebbe causato la morte dopo qualche giorno. Tempo dopo, un esame del cranio mostrò la presenza di una frattura dell’osso temporale. L’ipotesi più probabile, tuttavia, è che sia morto in conseguenza di una qualche malattia, poiché pochi giorni prima della morte aveva lasciato i suoi pochi beni ai poveri della città. I suoi resti furono sepolti nel cimitero della chiesa di San Sebastiano a Salisburgo.

In quest'olio del XVI secolo di Giovanni Stradano si può osservare Francesco I de’ Medici, in basso a destra, mentre riscalda e agita un liquido nel suo laboratorio alchemico. Palazzo Vecchio, Firenze

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