Monna Lisa, gli enigmi di un simbolo

Anche se la dipinse su commissione, Leonardo da Vinci tenne sempre con sé la Gioconda. Quasi dimenticata nei secoli successivi, dopo il furto del 1911 è diventata un’icona

Leonardo utilizzò l’innovativa tecnica dello sfumato per dipingere questo famoso quadro

Leonardo utilizzò l’innovativa tecnica dello sfumato per dipingere questo famoso quadro

Foto: Scala, Firenze

Protetto da ingenti misure di sicurezza il ritratto di Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo, campeggia nella sesta sala del primo piano dell’ala Denon del Louvre. Più noto come Monna Lisa o la Gioconda, l’olio su tavola di 77×53 centimetri pare sempre quasi scomparire dietro la moltitudine di turisti che, macchina fotografica alla mano, si accalcano per immortalare quest’icona della storia dell’arte.

Sin dalla sua creazione, misteri e aspettative hanno accompagnato questo quadro straordinario. Oggi sappiamo che verso il 1503 Leonardo iniziò il ritratto di una dama fiorentina, Lisa Gherardini, moglie del mercante Francesco del Giocondo, il quale commissionò l’opera in occasione del trasferimento della famiglia in una nuova dimora, o forse dopo la nascita del secondo figlio, nel 1502. Nel 2005, ai margini di un’opera di Cicerone conservata nella biblioteca dell’Università di Heidelberg, furono rinvenuti alcuni appunti del fiorentino Agostino Vespucci risalenti all’ottobre del 1503. Oltre a criticare Leonardo perché non aveva completato l’opera, Vespucci scriveva che il pittore, a quell’epoca, stava dipingendo un ritratto «del busto di Lisa del Giocondo». Grazie a queste informazioni è stato possibile scoprire una volta per tutte l’identità della donna rappresentata nell’olio del Louvre, per secoli e secoli oggetto di dibattiti. Ciononostante, in molti hanno voluto – e vogliono – continuare a ravvisare nel quadro diverse persone, senza scartare perfino un autoritratto dell’artista in vesti femminili.

Un’opera toccante

La fama dell’opera si diffuse rapidamente tra chi ebbe occasione di osservarla nella bottega del pittore. Lo testimoniano le copie che se ne fecero subito, a cominciare dal disegno che realizzò Raffaello verso il 1504. Conservato anch’esso al Louvre, pare avesse ispirato il suo ritratto di Maddalena Doni, datato intorno al 1506 e simile alla Gioconda per posa della figura e composizione.

Nel 1863 Cesare Maccari rappresentò il processo di creazione della Gioconda, come descritto da Giorgio Vasari nel 1550

Nel 1863 Cesare Maccari rappresentò il processo di creazione della Gioconda, come descritto da Giorgio Vasari nel 1550

Foto: Bridgeman / Aci

Eppure la prova più indicativa della popolarità di Monna Lisa tra i pittori del Rinascimento compare nelle Vite di Giorgio Vasari, pubblicate nel 1550. Vasari, anch’egli pittore di chiara fama, si espresse con tali parole sul celebre quadro di Leonardo: «Nella qual testa [della Gioconda] chi voleva vedere quanto l’arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, perché quivi erano contrafatte tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipignere. Avvenga che gli occhi avevano que’ lustri e quelle acquitrine, che di continuo si veggono nel vivo; et intorno a essi erano tutti que’ rossigni lividi et i peli, che non senza grandissima sottigliezza si possono fare […] Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura con le sue fini unite dal rosso della bocca con l’incarnazione del viso, che non colori, ma carne pareva veramente. Nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si può dire che questa fussi dipinta d’una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia qual si vuole».

Le copie della Gioconda hanno contribuito ad accrescerne la fama. Nella foto, Louis Beroud copia il quadro nel Salon Carré, nel 1911.

Le copie della Gioconda hanno contribuito ad accrescerne la fama. Nella foto, Louis Beroud copia il quadro nel Salon Carré, nel 1911.

Foto: François Vizzavona / RMN-Grand Palais

Di sicuro l’immediata fama del ritratto si basa su motivi ben ovvi. Secondo Vasari, la qualità dell’opera risiedeva nella veridicità, la verosimiglianza e il carattere mimetico. La vivacità della figura si spiega in buona parte grazie alla tecnica utilizzata dal Maestro, ovvero lo sfumato che, riducendo il peso del disegno, dissolve i contorni e attenua le ombre e le linee degli oggetti, i quali sembrano indefiniti per colpa dell’aria che si frappone tra l’osservatore e l’oggetto osservato. Con parole dello stesso Leonardo: «Per la quale aumentazione [dell’aria] di ombre e di lumi il viso ha gran rilievo, e nella parte illuminata le ombre quasi insensibili, e nella parte ombrosa i lumi quasi insensibili; e di questa tale rappresentazione e aumentazione d’ombre e di lumi il viso acquista assai di bellezza». Il ritratto di Leonardo cerca quindi di superare l’aspetto fisico del modello per addentrarsi nella sua psicologia, per mostrarne qualità e perfino virtù. Potremmo dunque affermare che il nome popolare del quadro – Gioconda – sia legato all’aggettivo “giocondo”, ovvero “allegro”, “giocoso”, “felice”?

Due Monne Lise?

Leonardo non si liberò mai del ritratto. Lo portò con sé quando entrò al servizio di Francesco I di Francia, che lo acquistò nel 1518. Il quadro entrò a far parte della collezione reale francese, e nel 1797 fu annesso agli archivi dell’appena creato Museo del Louvre, anche se poi, nel 1800, Napoleone ordinò di trasportare l’opera nelle sue stanze del palazzo delle Tuileries, dove rimase sino al ritorno nella pinacoteca, nel 1804.

Tuttavia non è chiaro se l’originale del Louvre corrisponda all’opera descritta da Vasari. Nel 1517 il cardinale Luigi d’Aragona e il suo segretario, Antonio de Beatis, ebbero modo di osservare il quadro nella residenza francese di Leonardo, vicino al castello reale di Amboise. Secondo De Beatis, fu lo stesso pittore a informarli che si trattava del ritratto «di una certa dama fiorentina» commissionato da Giuliano de’ Medici, ragion per cui la donna dipinta sarebbe un’amante di quest’ultimo.

Leonardo realizzò il disegno a sinistra, ritenuto un autoritratto dell’artista nel periodo milanese, verso il 1512

Leonardo realizzò il disegno a sinistra, ritenuto un autoritratto dell’artista nel periodo milanese, verso il 1512

Foto: Akg / Album

Ma allora o Vasari o Vespucci si sono sbagliati, oppure i ritratti sono due. In effetti, il teorico Giovanni Paolo Lomazzo, in un testo sulle arti pubblicato nel 1584, parla di due opere diverse, indicate rispettivamente come Gioconda e Monna Lisa. Forse anche Lomazzo è in errore, eppure l’enigma ha intrigato da sempre gli studiosi. Inoltre, nella sua descrizione, Vasari pone l’accento sulle sopracciglia e le ciglia della donna – «le ciglia per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali» –, dettaglio assente nell’opera esposta al Louvre. Nel suo continuo sperimentare, Leonardo fece scomparire alcune velature dell’opera? Forse. Oppure non si tratta dello stesso quadro.

La Gioconda originale

La Monna Lisa del Museo del Prado è un tassello importante nel puzzle del capolavoro di Leonardo. Non è solo è la copia più antica del quadro, realizzata da uno dei discepoli del pittore contemporaneamente all’originale; presenta pure incredibili somiglianze con la tecnica del quadro del fiorentino, tanto che sino alla seconda metà del XIX secolo l’opera fu attribuita al Maestro. Il paesaggio incompiuto e la presenza di ciglia e sopracciglia portano a credere che fu questo l’olio descritto da Vasari, il quale difficilmente avrebbe potuto vedere l’opera del Louvre, poiché Leonardo la portò con sé in Francia nel 1516, quando Vasari aveva solo cinque anni. Leonardo consegnò allora a Giocondo un’opera terminata da un discepolo o, invece, non portò a termine l’incarico? Sono i ritratti di due donne diverse? Quello che il cardinale d’Aragona vide in Francia rappresentava davvero un’amante di Giuliano de’ Medici?

Riflettografia della Gioconda del Prado ottenuta grazie agli infrarossi

Riflettografia della Gioconda del Prado ottenuta grazie agli infrarossi

Foto: Museo del Prado

Come se non bastasse, per alcuni l’opera descritta da Vasari nel 1550 sarebbe la cosiddetta Gioconda di Isleworth o Gioconda giovane, un quadro leggermente più grande di quello del Louvre e dipinto su tela; l’opera è oggi proprietà di un consorzio privato conosciuto come The Mona Lisa Foundation, con sede a Zurigo. Sarebbe quella, perciò, la vera Gioconda, mentre l’olio del Louvre risalirebbe a un periodo successivo. La donna con il paesaggio incompiuto sullo sfondo, più giovane di quella presente nei quadri di Parigi e Madrid, potrebbe essere quindi Lisa del Giocondo, mentre per le donne delle altre opere sono al vaglio diverse identità, tra cui la madre dello stesso Leonardo. A ogni modo, nel XVII e nel XVIII secolo l’opera cadde nel dimenticatoio, e nel XIX la Monna Lisa non era probabilmente il quadro più popolare del Louvre.

Dall’oblio a icona

L’opera non era collocata in una posizione di spicco, come oggi, bensì in mezzo a tante altre opere europee. I mezzi di riproduzione meccanica non riuscivano, forse per la tecnica leonardesca dello sfumato, a coglierne tutto lo splendore. Era comunque un’opera ben nota alla cerchia di artisti e intellettuali, e molti autori continuavano a renderle omaggio nelle loro creazioni, come Corot con la sua Donna con la perla (1868). Il terreno era fertile per la “Lisamania” che scoppiò a metà del secolo tra i letterati del Romanticismo, i quali contribuirono a fare di Monna Lisa una femme fatale, dal fascino quasi magico, impassibile, «sfinge di bellezza» dal sorriso ammaliante e indecifrabile, secondo Théophile Gautier. Al punto che quando l’opera venne rubata, nel 1911, gli investigatori pensarono che il ladro fosse un pazzo invaghitosi della donna. In realtà a compiere il furto fu l’italiano Vincenzo Peruggia, che credendo erroneamente che l’Opera fosse stata trafugata da Napoleone, aveva deciso che doveva tornare in Italia.

L'ambasciatore francese, diversi ministri italiani e il direttore del Louvre posano a Roma vicino alla Gioconda nella cerimonia per il ritorno del quadro in Francia, nel dicembre del 1913

L'ambasciatore francese, diversi ministri italiani e il direttore del Louvre posano a Roma vicino alla Gioconda nella cerimonia per il ritorno del quadro in Francia, nel dicembre del 1913

Foto: Bridgeman / Aci

A portare all’acme della fama la Gioconda fu proprio il suo furto, conclusosi con il ritorno trionfale dell’opera al Louvre nel 1914. La Monna Lisa divenne una vera e propria icona culturale, riprodotta a non finire, la cui fama è ancora viva, perfino tra gli artisti. Chi non ha rivisitato la Gioconda? Non solo i maestri antichi hanno imitato e reso omaggio al quadro, ma pure i contemporanei – Léger, Duchamp, Warhol, Dalí, Botero, Banksy ed altri – si sono confrontati con quest’icona della cultura occidentale.

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