L'Harem dei faraoni

Soprattutto durante il Nuovo Regno, i faraoni sposavano le figlie di re stranieri per stabilire alleanze proficue

Nell’antico Egitto, la maggior parte delle donne legate all’ambiente reale viveva nell’harem, un luogo che gli egizi chiamavano ipet-nesut. C’era un harem a Menfi, uno a Tebe e almeno uno ad Amarna. Ma il più famoso e importante di tutti era quello di Medinet el-Ghurab, creato durante il regno di Thutmose III (1490-1436 a.C.) e situato all’ingresso dell’oasi del Fayyum.

Gli harem non erano residenze o edifici collegati al palazzo reale. Al contrario, ognuno di essi era un’istituzione indipendente allo stesso livello della casa reale. Potevano ospitare centinaia di donne, tra cui le mogli secondarie del faraone e altre ragazze che venivano chiamate con diversi titoli, come “Ornamenti del re” e “Bellezze vive del palazzo”. Tutte si muovevano con i rispettivi seguiti. Non è chiaro se il faraone visitasse l’harem periodicamente oppure se fosse il luogo nel quale mandava le donne di cui si era stufato o che, semplicemente, considerava che fossero diventate “di troppo”.

In questa stele, Hormi, il capo dell’harem reale di Seti I, viene ricompensato dal faraone per i suoi leali servizi

In questa stele, Hormi, il capo dell’harem reale di Seti I, viene ricompensato dal faraone per i suoi leali servizi

Foto: Bridgeman / Aci

Una società femminile

L’harem egizio era un’istituzione economicamente indipendente: aveva terre – potenzialmente coltivabili –, granai, fattorie, laboratori di produzione, mandrie… L’amministrazione di questo complesso era affidata a personale maschile e disponeva di specifiche voci di bilancio del tesoro reale. A capo dell’harem c’era un uomo di fiducia del faraone. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questi non era un eunuco: sembra, infatti, che la figura non esistesse nell’Egitto faraonico. In alcuni documenti amministrativi dell’epoca (conservati, in alcuni casi, in forma molto frammentaria) sono registrate le quantità di cereali, carne, pesce, frutta e olio di cui veniva rifornito l’harem.

Altri testi indicano che al loro interno si svolgeva una produzione tessile redditizia – le donne filavano, tessevano e cucivano – che contribuiva in parte a coprire i costi degli stessi. Sembra inoltre che negli harem venissero cresciuti ed educati i figli del faraone e degli alti dignitari. Alcune fonti scritte riferiscono di un’istituzione detta la “Casa dei figli reali”, ma non è chiaro se questa fosse parte dell’harem o se costituisse un’unità amministrativa a sé stante.

Il numero delle donne alloggiate nell’harem variò considerevolmente da un’epoca all’altra. Si pensa, in ogni caso, che raggiunse il suo apice durante il Nuovo regno (1552-1069 a.C.), periodo nel quale arrivò a ospitare svariate centinaia di persone. Moltissime di loro erano figlie di nobili e di alti funzionari e, probabilmente, consideravano l’ingresso nell’harem un’opportunità di promozione o la possibilità di diventare regine d’Egitto e madri di un futuro faraone.

A mano a mano che l’Egitto si espanse territorialmente, iniziarono a entrare nell’harem molte principesse straniere, con i loro ampi entourage. Si trattava di ragazze giovani, figlie di alleati o vassalli del faraone, che venivano sposate per motivi di politica estera e godevano di privilegi diplomatici. Secondo le fonti testuali, iconografiche e archeologiche giunte fino a noi, esisteva già un harem a Menfi durante la V dinastia (2494-2345 a.C.), durante il regno del faraone Sahure, che accolse una principessa di Biblos cui concesse il titolo di Seconda sposa reale.

In quest'olio Jean-Jules-Antoine Lecomte du Noüy rappresenta Ramses nel suo harem

In quest'olio Jean-Jules-Antoine Lecomte du Noüy rappresenta Ramses nel suo harem

Foto: Patrice Schmidt / RMN-Grand Palais

Ciononostante, fu soprattutto a partire dal Nuovo regno, durante la XVIII e la XIX dinastia, che i faraoni iniziarono a sposarsi non solo con donne egizie ma anche con principesse straniere con l’obiettivo di consolidare alleanze diplomatiche con altri popoli. I nomi delle donne, in questi casi, non erano egiziani e potevano indicarne la provenienza. Di molte di loro è rimasto però solo il titolo di Sposa reale, dal quale non è possibile dedurre le origini. Di altre si sono conservate invece informazioni molto più precise.

Trecento spose per il re

Sembra che in Egitto ci fossero due tipi di matrimoni diplomatici. Da una parte c’erano unioni nelle quali il padre della sposa era un tributario del faraone che mandava la figlia presso la corte del sovrano in segno di sottomissione e lealtà all’Egitto. Dall’altra vi erano matrimoni in cui il padre della sposa era un re importante, con uno status simile a quello del faraone: in questo caso i leader si rivolgevano l’un l’altro con l’appellativo di “fratello”.

Praticamente tutto quello che sappiamo sui matrimoni diplomatici della XVIII dinastia proviene da fonti non egiziane e dalle cosiddette Lettere di Amarna, ovvero dalla corrispondenza diplomatica intrattenuta dal faraone Amenofi III e dal figlio Akhenaton con altri sovrani del Vicino Oriente. Il risultato di questo scambio di lettere venne scoperto nella città di Amarna verso la fine dell’ottocento.

Poco dopo la sua ascesa al trono, Amenofi III decise di consolidare l’alleanza, firmata dal padre Thutmose IV, con il regno di Mitanni chiedendo la mano di Gilukhipa, la figlia del re Shuttarna II. Secondo uno scarabeo commemorativo del matrimonio, Gilukhipa arrivò in Egitto accompagnata da 317 donne del suo seguito. Alla morte di Shuttarna, Amenofi III scrisse rapidamente al nuovo re di Mitanni, Tushratta, chiedendogli la mano della figlia Tadukhipa, un gesto chiaramente indicativo della funzione che avevano questi matrimoni nel mantenimento dei legami tra i due popoli: un’unione che, a quanto pare, doveva essere rinnovata, alla morte di un re, mediante nuove nozze. Allo stesso modo, Amenofi III sposò anche una figlia di Kurigalzu II, re di Babilonia, e più tardi chiese in moglie anche la figlia del suo successore.

Assurbanipal e sua moglie, ritratti in questo bassorilievo assiro del VII secolo a.C., bevono sotto un pergolato ​

Assurbanipal e sua moglie, ritratti in questo bassorilievo assiro del VII secolo a.C., bevono sotto un pergolato ​

Foto: Oronoz / Album

A questi matrimoni diplomatici vanno aggiunte le quaranta donne provenienti da varie città-stato della regione di Gaza che furono inviate all’harem di Amenofi III. Secondo una tavoletta cuneiforme trovata negli archivi di Amarna, l’harem di questo faraone sarebbe arrivato a ospitare circa 356 donne straniere.

Ramses II e le principesse ittite

Durante la XIX dinastia, Ramses II (1289-1224 a.C.) mantenne la tradizione dei matrimoni con principesse straniere per ragioni di stato. Nel corso del suo lungo regno Ramses II sposò una figlia del re di Babilonia e la figlia di un governante del nord della Siria, anche se i suoi matrimoni diplomatici più noti furono quelli con due principesse ittite. Uno di questi si celebrò nell’anno 34 del suo regno e servì a siglare la pace con Hattusili III dopo un lungo periodo di ostilità. Intorno al 1246 a.C. il re ittita inviò in Egitto la sua figlia primogenita con un carico d’oro, argento, gioielli, animali e schiavi. Ramses, in cambio, versò per lei un’ingente dote. Arrivata in Egitto, la principessa ittita – di cui non si conosce il vero nome – andò a risiedere nell’harem di Medinet el-Ghurab.

La nuova regina, figlia di Hattusili III e di Puduhepa (la donna più importante e nota della storia ittita) assunse il nome egizio di Maathorneferure, che significa “Neferure, colei che vede Horus”: era infatti un’usanza che le principesse straniere giunte in Egitto cambiassero il proprio nome con uno autoctono. A quell’epoca era già morta la Grande sposa reale di Ramses II, la colta e influente Nefertari. L’arrivo di questa principessa ittita rappresentò indubbiamente un avvenimento di massima importanza, come indica la cosiddetta Stele del matrimonio: «La figlia del re ittita è stata presentata a Sua Maestà […] Sua Maestà ha contemplato la bellezza dei lineamenti di lei, prima tra le donne, e i grandi l’hanno onorata come se fosse una dea […] Le è stato assegnato il nome egizio di Sposa reale Maathorneferure, lunga vita alla figlia del grande re ittita e della grande regina ittita». Ben presto Maathorneferure venne nominata Grande sposa reale. Dal quel che sappiamo, si trattava di un onore inusuale per le regine di origine straniera. A ogni modo, non esercitò mai le funzioni proprie di questo titolo. La cosa certa è che, dal momento del suo arrivo in Egitto, il nome di Maathorneferure appare citato pochissime volte. Si sa che partorì una figlia, che secondo la tradizione si chiamava Neferure, e che dovette abituarsi abbastanza rapidamente alla tranquilla e agiata vita dell’harem. Probabilmente morì poco dopo il parto. Intorno al quarantesimo anno del suo regno, il faraone sposò la sorella di lei.

In questo bassorilievo della tomba di Kheruef – un alto funzionario vissuto durante il regno di Amenofi III – si vedono otto giovani che offrono libagioni per il giubileo del faraone

In questo bassorilievo della tomba di Kheruef – un alto funzionario vissuto durante il regno di Amenofi III – si vedono otto giovani che offrono libagioni per il giubileo del faraone

Foto: Araldo de Luca

Tutte queste donne, venute da Paesi così diversi come Mitanni, Babilonia, il regno ittita o la Bassa Nubia, restarono probabilmente impressionate di fronte alla ricchezza e alle tradizioni dell’Egitto, la loro terra d’adozione. La presenza di queste principesse straniere in ambiente reale dovette favorire anche l’introduzione di nuove conoscenze e usanze, sia tra le élite della società egiziana che alla corte faraonica. Inoltre, rappresentò un’iniezione di nuova linfa nella famiglia reale, soprattutto a partire dalla XVIII dinastia. Durante il Nuovo regno nessuna principessa egiziana andò invece all’estero come tributo diplomatico. Quando il re di Babilonia osò chiedere a Ramses II la mano di una delle sue figlie, il faraone si limitò a ricordargli che «da tempo immemorabile nessuna figlia del sovrano d’Egitto viene data in sposa».

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