Leone l’Africano, viaggiatore tra due mondi

Catturato da corsari, l’arabo al-Hasan venne condotto a Roma, fu convertito al Cristianesimo, prese il nome del papa Medici e scrisse un’opera fondamentale sull’Africa del XV secolo

Nel marzo del 1514 una fastosa carovana giunse a Roma da Lisbona recando con sé un gran numero di animali esotici, trofei e preziosi gioielli che il re Manuel I di Portogallo aveva ottenuto dalle sue conquiste lungo le coste dell’Africa occidentale e del lontano Oriente.

Il ricco omaggio, destinato al papa Leone X Medici, lasciava presagire quali e quante meraviglie potevano celarsi nei territori soggetti al dominio musulmano, dalla Mauritania alla Libia, dall’Etiopia all’Arabia, fino alla Persia o alle remote regioni dell’India. Lo stesso pontefice rimase affascinato da tali straordinarie ricchezze, che acuirono il suo interesse verso terre misteriose e ostili per gli europei, specie dopo la recente espansione turca nel Vicino Oriente e in Nord Africa.

​Ritratto di un umanista, forse Leone l'africano. Sebastiano del Piombo, 1520. National Gallery, Washington

​Ritratto di un umanista, forse Leone l'africano. Sebastiano del Piombo, 1520. National Gallery, Washington

Foto: Alamy / ACI

Leone X era avido di racconti e cronache che gli descrivessero ciò che i suoi occhi non potevano vedere. Dall’inizio del suo pontificato, nel 1513, aveva patrocinato l’idea di una crociata contro il sultano ottomano Selim I, nutrendo il desiderio di convertire tutti i musulmani alla fede cristiana. Tuttavia, la sua conoscenza del mondo islamico – i suoi territori, i popoli, le lingue e i costumi – era pressoché nulla. Come poteva indurre un musulmano a mutare fede senza sapere nemmeno con quale lingua raggiungere il suo cuore?

Così, quando quattro anni dopo, nell’estate del 1518, un corsaro castigliano, don Pedro de Cabrera y Bobadilla, informò la Curia pontificia della cattura di una feluca barbaresca sulla quale viaggiava un erudito diplomatico al servizio del sultano di Fez (nell’odierno Marocco), il papa volle immediatamente incontrarlo.

Prigioniero a Roma

Si trattava di al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan, viaggiatore arabo che divenne presto la principale fonte per la conoscenza geografica e cartografica dell’Africa. Per anni in Europa non ci fu descrizione dei territori nordafricani più utilizzata di quella di questo prigioniero, battezzato nel 1520 con il nome di Giovanni Leone de’ Medici in omaggio a Leone X e noto da allora come “Leone l’Africano”.

Ritratto di Leone X. Raffaello Sanzio, XIV secolo. Galleria degli Uffizi, Firenze

Ritratto di Leone X. Raffaello Sanzio, XIV secolo. Galleria degli Uffizi, Firenze

Foto: DEA / ALBUM

Si sa ben poco della vita di al-Hasan, che ha lasciato scarse tracce di sé nei suoi scritti. Il geografo nacque a Granada intorno al 1485, pochi anni prima della riconquista cristiana della città spagnola da parte dell’esercito dei Re Cattolici Fernando e Isabella. Per sottrarsi al dominio cristiano, la sua famiglia si trasferì in Marocco, a Fez, sotto la protezione dello zio di al-Hasan, ambasciatore per conto del sultano Muhammad al-Wattasi di Fez.

Studiò probabilmente all’università islamica di al-Karaouine, tra le più antiche istituzioni educative del mondo, ma all’età di diciassette anni partì da Fez insieme allo zio per intraprendere missioni diplomatiche nei Paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente. Le sue peregrinazioni lo condussero a visitare città quali Il Cairo, Assuan, Timbuctu, Beirut e Costantinopoli. Nel 1518, proprio di ritorno da un’ambasceria alla corte ottomana di Selim I a Costantinopoli, la sua nave fu catturata al largo di Creta da un vascello corsaro e al-Hasan, reso schiavo, fu offerto in dono al papa Leone X.

Leone l’Africano, ancora bambino, abbandonò la sua città natale, Granada, quando questa venne riconquistata dai cristiani

Convertito per convenienza

A Roma, al-Hasan venne rinchiuso nelle segrete del Castel Sant’Angelo, ma la sua prigionia durò solo il tempo necessario perché la sua fede vacillasse. Il 6 gennaio 1520, un anno e mezzo dopo la sua cattura, fu battezzato a Roma, guadagnando così, oltre a un nuovo nome, la libertà. La sincerità della sua conversione è stata messa in dubbio da alcuni storici; peraltro si sa con certezza che anche dopo la morte di Leone X, il suo principale protettore, avvenuta nel 1521, Giovanni Leone de’ Medici si trattenne almeno sei anni nei territori pontifici.

Poco dopo la morte del papa, Leone l’Africano lasciò Roma e si recò a insegnare l’arabo a Bologna. La sua ampia conoscenza delle lingue – sapeva parlare correntemente arabo, ebraico, castigliano, italiano e latino – gli permise di comporre un dizionario trilingue arabo-ebraico-latino, di cui si conserva ancora una copia autografa nella Biblioteca spagnola dell’Escorial. Fu anche autore di testi, diversi dei quali furono scritti in italiano e in latino, che fecero conoscere l’Africa e l’islam agli europei.

Moschea di Djingareyber, a Timbuctu, eretta nel 1327. Leone l’Africano si recò nella leggendaria città del Mali insieme a suo zio, che seguì in un viaggio diplomatico

Moschea di Djingareyber, a Timbuctu, eretta nel 1327. Leone l’Africano si recò nella leggendaria città del Mali insieme a suo zio, che seguì in un viaggio diplomatico

Foto: Yann Doelan / Gtres

Moschea di Djingareyber, a Timbuctu, eretta nel 1327. Leone l’Africano si recò nella leggendaria città del Mali insieme a suo zio, che seguì in un viaggio diplomatico

 

 

Dei suoi scritti sono però giunti fino a noi solo il dizionario, una narrazione della vita di trenta pensatori arabi e l’opera che lo rese celebre, la sua Cosmografia dell’Africa. Leone la scrisse in italiano e la concepì tenendo presenti i lavori di ibn-Battuta di Tangeri e del grande storico ibn-Khaldùn, entrambi del XIV secolo, oltre che le annotazioni prese durante i suoi viaggi e le sue numerose missioni diplomatiche.

La Cosmografia fu pubblicata nel 1550 dallo stampatore Giovan Battista Ramusio con il titolo Della descrizione dell’Africa e delle cose notabili che quivi sono, primo volume delle Navigazioni e viaggi, un progetto editoriale che raccoglieva i testi di vari autori. L’opera divenne ben presto un vero e proprio best-seller dell’epoca, tradotta in francese, latino e altre lingue europee e più volte riedita. Mai prima di allora un libro sui territori musulmani descritti secondo l’ottica di un infedele – seppur convertito – aveva suscitato un tale interesse. Così, i dettagliati resoconti di Leone contribuirono a forgiare quella che per secoli sarebbe stata la visione europea del mondo islamico.

Mappa dell'Africa realizzata dal cartografo portoghese Lazaro Luis e pubblicata nel 1563. Accademia delle scienze di Lisbona

Mappa dell'Africa realizzata dal cartografo portoghese Lazaro Luis e pubblicata nel 1563. Accademia delle scienze di Lisbona

Foto: Bridgeman / Index

Nonostante il titolo, il testo di Leone l’Africano è prevalentemente dedicato al Maghreb, ai regni di Marocco, Fez, Telensin e Tunisi che costituivano la Barberia. Tuttavia, egli non tralasciò di descrivere anche la «terra dei neri» (l’odierno Sudan) – Bilad al-Sudan, in arabo – e riservò l’ultima sezione dell’opera a curiosità sulla flora e la fauna del continente africano. Nella sua dissertazione sulle regioni dell’Africa, l’autore in genere si sofferma prima sulle tribù delle montagne, da lui considerate selvagge e incolte, e poi sugli abitanti delle città, meritevoli invece della sua ammirazione.

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Abitudini sconcertanti

Leone l’Africano definisce la Barberia «la parte più nobile dell’Africa nella quale sono le città degli uomini bianchi, che per ordine di ragione e di legge si governano», mentre «quei della terra negra sono uomini bestialissimi, uomini senza ragione, senza ingegno e senza pratica; non hanno veruna informazione di che che sia e vivono pure a guisa di bestie senza regola e senza legge; le meretrici tra loro sono molte e per conseguente i becchi». Secondo Leone, l’unica eccezione è rappresentata da chi abita nelle grandi città: «Essi hanno poco più del sentimento umano».

Gli Europei rimasero affascinati di fronte alla presentazione di luoghi e popoli fino ad allora sconosciuti, talvolta dediti a pratiche ritenute barbare e riprovevoli. Tra queste figurava la consuetudine delle indovine di Fez di richiedere «in pagamento i congiungimenti amorosi» alle belle donne che si recavano da loro per chiedere un responso, o i banchetti celebrati a Tunisi, dove «giovani di mala sorte si comportavano anche peggio delle meretrici». Infine, l’autore riporta la curiosa credenza secondo cui una donna che si trovi di fronte a un leone non debba far altro che mostrargli «la sua natura»: in tal caso «il leone subito grida forte e abbassando gli occhi se ne va via».

Incisione di P. Dumouza che rappresenta Ibn Battuta in Egitto. XIX secolo

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Se la Descrizione dell’Africa fu l’opera più acclamata di Leone l’Africano, l’esploratore probabilmente non poté beneficiare del successo ottenuto. Le sue tracce si perdono nel 1527, anno in cui Roma subì il saccheggio dei Lanzichenecchi. Forse lo studioso approfittò del caos per tornare nel Maghreb; benché sradicato, infatti, egli non era un apolide. Come sottolinea la storica americana Natalie Zemon Davis, del resto, ben più di un prigioniero convertito, Leone l’Africano fu un viaggiatore sospeso tra due mondi.

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