Le mille vite del santuario di Ercole Vincitore

Gli scavi degli ultimi decenni hanno portato a nuova luce i resti di un maestoso tempio, un tempo perla della Tivoli romana

Lungo il pendio meridionale della città di Tivoli, l’antica Tibur, a trenta chilometri da Roma, riposano portici imponenti, antiche rovine e palazzi a picco sul verde. È li che il complesso di Ercole Vincitore si apre alla vista con tutti i suoi misteri, in parte svelati grazie a un’impegnativa campagna di scavi.

Realizzata tra il 2008 e il 2011, ha consentito di dare nuova vita a questa suggestiva costruzione, che sin dall’antichità riuniva in sé il sacro e il profano e che nei secoli fu adibita ai più svariati usi. Un tempo sede di un santuario romano, e in seguito di chiese, fonderie, centrali elettriche, cartiere, il complesso è la prova di come l’archeologia classica e quella industriale possano convivere in armonia. «I nostri siti – dichiara Andrea Bruciati, direttore dell’Istituto museale Villae, che ingloba anche Villa Adriana e Villa d’Este – si raccontano al pubblico, riscoprendosi nuovi e inediti. Nella loro immortale bellezza rinascono continuamente, puntando sull’inestimabile patrimonio archeologico e industriale di cui sono depositari e riscoprendosi sempre nuovi alla sensibilità contemporanea. Anche il santuario di Ercole Vincitore, con i reperti dei suoi ricchi depositi stratificatisi nel corso di scavi e rinvenimenti occasionali, è protagonista del progetto The Circular Institute, grazie al quale s’intende rinnovare periodicamente l’offerta culturale dell’istituto e svelare al grande pubblico le collezioni che non fanno parte dell’esposizione permanente, ma che rendono ragione del valore storico-documentario di uno degli imponenti complessi archeologici delle Villae».

Nel XIX secolo furono in diversi a dedicare al Santuario prospetti e studi. Nell'immagine, l’architetto francese Charles Alphonse Thierry illustra le sezioni e cerca d’immaginarne la struttura originaria del Santuario

Nel XIX secolo furono in diversi a dedicare al Santuario prospetti e studi. Nell'immagine, l’architetto francese Charles Alphonse Thierry illustra le sezioni e cerca d’immaginarne la struttura originaria del Santuario

Foto: per concessione dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este - Ministero della cultura

   

Tra commercio e culto

Tutto ebbe origine da un luogo di culto di epoca arcaica romana monumentalizzato in età tardo-repubblicana. Il tempio si trovava lungo il corso dell’Aniene, affluente del Tevere, e come altre rovine romane del luogo, tra cui la Mensa ponderaria, testimonia ancora oggi il fiorente passato di Tibur. È in virtù della risorsa idrica e della posizione strategica che Tivoli iniziò a rivestire un importante ruolo nell’Italia centrale, costituendo una tappa obbligata delle vie commerciali e delle rotte di transumanza che collegavano gli Appennini alle coste laziali. Non a caso vi proliferò ampiamente il culto di Ercole Vincitore, approdato dalla Grecia nel territorio tramite la mediazione etrusca. A Roma, come anche a Tivoli, Ercole proteggeva il bestiame e il commercio, e nella sua versione di “vincitore”, o “invitto”, era inoltre nume tutelare della guerra.

Di questo possente complesso religioso, datato al II-I secolo a.C., faceva parte un mercato, nel quale pastori e commercianti potevano vendere le proprie greggi. La zona doveva perciò brulicare di vita e di urla umane e animali che riecheggiavano nella zona sottostante al tempio. Sacro e profano si fondevano in un’unica e maestosa costruzione: un tempio centrale circondato da una fila di portici su due livelli a ferro di cavallo - o triportico. Al centro, un grande piazzale aperto ospitava gli ex-voto dei fedeli e più avanti si trovava un teatro.

Il tempio, di cui non rimangono quasi tracce ma che si può immaginare grazie a una recente riproduzione in ferro del frontone, era delimitato da una fila di eleganti colonne corinzie, otto in posizione frontale e dieci sui lati lunghi, e abbellito da vasche lustrali a forma di fontana-ninfeo da cui zampillavano le acque sotterranee dell’Aniene. L’intero complesso era organizzato in due settori: al livello del tempio e del triportico ci si dedicava al culto di Ercole e in quello inferiore all’attività da lui tutelata, la compravendita del bestiame. Sopra la religione, sotto gli affari, favoriti dalla particolare ubicazione a ridosso della via Tiburtina, che nelle vicinanze del santuario fu inglobata in una lunga galleria, la via Tecta. Più avanti, su un terrazzamento, si protendeva verso la campagna romana il teatro, la cui cavea poteva ospitare sino a tremila persone. Innalzata in più periodi, questa struttura con la skene rettilinea raggiuse probabilmente una forma definitiva nel 40 a.C., lasciando poi che per secoli il paesaggio e gli spettacoli allietassero cittadini e viaggiatori.

Una struttura in ferro s’innalza sopra il teatro dove secoli fa sorgeva il tempio dedicato a Ercole

Una struttura in ferro s’innalza sopra il teatro dove secoli fa sorgeva il tempio dedicato a Ercole

Foto: per concessione dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este - Ministero della cultura

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Il santuario nei secoli

Malgrado la sua importanza e l’imponenza, verso la fine dell’impero romano d’Occidente il santuario andò in decadenza, e quanto successe più tardi rimane per certi versi un enigma. Molto probabilmente accolse due chiese, San Giovanni in Votano e Santa Maria del Passo, ma solo della seconda sono rimaste tracce, seppur minime. Da quel momento si trasformò infinite volte. Sembra che sino al XVI secolo avesse ospitato una comunità di gesuiti e quindi vi tornò a vivere il profano: dal 1612 fu fabbrica di armi e dopo di canapa e lino per la Santa Sede, mentre agli inizi del XIX secolo il fratello di Napoleone Bonaparte, Luciano, la riconvertì in fonderia. Con l’emergere delle nuove risorse energetiche, il sito non si tirò indietro, e sulle rovine del teatro e del tempio nacque una centrale elettrica, il cui funzionamento sfruttava le cascate di venticinque metri che dall’alto si gettavano nell’Aniene. Il santuario e la centrale dell’Acquoria ai suoi piedi hanno quindi conferito a Tivoli un insolito primato: è stata la prima città italiana a usufruire dell’illuminazione elettrica pubblica in corrente alternata, inaugurata in pompa magna il 26 agosto 1886.

La riscoperta

Mentre il complesso di Ercole Vincitore assumeva vesti industriali diverse – l’ultima quella di cartiera –, gli studiosi s’interessarono al sito romano sottostante, ritenuto erroneamente per secoli la villa di Mecenate. Ritrovamenti anche piccoli andarono a definire il quadro di una grande scoperta: dalla fine del XIX secolo emersero statue e plutei, in seguito esposti nell’Antiquarium. In mezzo a mulini industriali e fucine si nascondevano i gioielli dell’antico splendore di Tivoli, e pian piano si rese necessario studiarne l’originaria struttura, spesso soffocata dai diversi impieghi della zona. A tale scopo si è rivelata fondamentale la campagna del 2008-2011, che ha riqualificato l’area occidentale del santuario e ha creato un percorso aperto al pubblico tra le varie strutture classiche e industriali. La squadra di architetti e archeologi ha inoltre ricostruito la cavea del teatro e adibito a uso museale un edificio del XIX secolo attiguo alla via Tecta e un tempo occupato dalle cartiere. Il nuovo museo, l’Antiquarium, è anch’esso connubio di antico e moderno, un luogo che dalla sedimentazione del passato emana un fascino ancora tutto da scoprire.

La via Tecta, la galleria che inglobava la via Tiburtina nel santuario

La via Tecta, la galleria che inglobava la via Tiburtina nel santuario

Foto: per concessione dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este - Ministero della cultura

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