Le grandi eresie medievali

Non solo catari e valdesi, ma anche patarini, arnaldisti e umiliati: le eresie che si diffusero in Occidente dall’XI secolo tentarono di rinnovare la Chiesa, anticipando le istanze della grande riforma protestante del XVI secolo

«Ciascuno è eretico, ciascuno è ortodosso, non conta la fede che un movimento offre, conta la speranza che propone». Queste parole, pronunciate da frate Guglielmo da Baskerville nel romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa, in un dialogo con il suo giovane allievo Adso, possono essere utili per decifrare e comprendere, anche in termini storici, l’origine di ogni fenomeno eretico.

A partire dall’XI secolo la Chiesa d’Occidente dovette affrontare, oltre alle crociate, una continua lotta per il potere, sia all’esterno sia al suo interno. Da un lato, si misurò contro le istanze dell’impero, a cui contendeva il diritto all’investitura; e dall’altro, con una riforma interna, si adoperò per estirpare i fenomeni diffusi della simonia, ovvero il commercio di cariche ecclesiastiche, e del nicolaismo, cioè la licenziosità sessuale del clero, in contrasto con il celibato. Questi malcostumi, contrari all’insegnamento cristiano, erano da tempo radicati nella struttura della Chiesa e avevano generato un diffuso malcontento.

Un presunto rito satanico del movimento valdese. Miniatura da un trattato contro il valdismo, circa 1460, Biblioteca Nazionale di Parigi

Un presunto rito satanico del movimento valdese. Miniatura da un trattato contro il valdismo, circa 1460, Biblioteca Nazionale di Parigi

Foto: AKG

Eresie e primato del papa

Molte delle inquietudini religiose sollecitate dalla corruzione del clero diedero origine, nell’XI secolo, ad alcune correnti eterodosse, o eresie, che tentarono di pensare e di proporre una Chiesa “diversa”. Tra queste, le più popolari in Europa furono il movimento cataro e quello valdese (l’unico oggi sopravvissuto); mentre alcuni gruppi minori, come i patarini, gli arnaldisti e gli umiliati, furono particolarmente attivi in Italia. In tutti i casi, non si trattava di fenomeni estranei alla Chiesa, bensì di altri modi di interpretare e vivere la fede. Questi movimenti ebbero infatti origine all’interno della Chiesa stessa, nel momento in cui essa si accingeva a diventare il principale centro di potere del mondo allora conosciuto.

Nel Dictatus papae del 1075, una raccolta che enuncia i poteri attribuiti ai pontefici, Gregorio VII abbozzò infatti una riforma della Chiesa che si basava sulla sua emancipazione dall’impero. La Chiesa, ricca e potente, si volle dimostrare “vincitrice” sul mondo (ecclesia triumphans) e nella sua vittoria vide certamente anche la benedizione divina. Nella riforma gregoriana si accentuava, anche in reazione allo scisma d’Oriente (1054), la dottrina della cathedra Petri, cioè del primato dell’autorità papale, ribadita con un’interpretazione letterale del Vangelo di Matteo 16,18. In tale visione, il papa si poneva a capo della Chiesa universale, vista allora come una res publica christiana, alla quale tutti i cristiani erano chiamati a obbedire: «obbedire a Dio significa obbedire alla Chiesa e questo, a sua volta, significa obbedire al papa e viceversa», per usare le parole di Yves Congar, teologo francese del secolo scorso.

Matilda di Canossa tra il 111 e il 115. Biblioteca apostolica vaticana

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In questo sistema di governo assoluto, soltanto il papa aveva la facoltà di interpretare la scrittura, di procedere alla nomina dei vescovi e di “investire” i rappresentanti del potere secolare. Allo stesso modo, solo il papa aveva l’autorità di esimere i sudditi dal giuramento di fedeltà, nel caso in cui il loro imperatore o re fosse stato giudicato “eretico” dal pontefice. Essendo il giuramento di fedeltà il fondamento del sistema economico, sociale e politico dell’epoca, il sistema feudale, tale prerogativa permetteva al papa di delegittimare qualsiasi autorità estranea alla propria, innescando aspri confronti con l’autorità secolare.

Nell’anno 1209 Innocenzo III bandì una crociata contro l’eresia catara. Sopra, il papa ritratto in un mosaico del XII secolo, al Museo Barracco di Roma

Nell’anno 1209 Innocenzo III bandì una crociata contro l’eresia catara. Sopra, il papa ritratto in un mosaico del XII secolo, al Museo Barracco di Roma

Foto: AKG

I catari: origini e diffusione

Nella lotta per una Chiesa pura – formata da credenti che rappresentassero la Chiesa immacolata dei martiri – si era impegnata innanzitutto la Chiesa dei catari, nome che derivava probabilmente dal termine di origine greca “catarsi”, cioè purificazione. Una notevole presenza di adepti a questo movimento si era registrata per la prima volta alla metà del XII secolo a Colonia, in Germania. L’origine della dottrina catara si può far risalire ai pauliciani, una setta d’ispirazione manichea nata in Oriente nel VII secolo.

Nella regione dei Balcani, il manicheismo dei pauliciani rimase una presenza forte fino alla sua soppressione, nel XII secolo, da parte della Chiesa di Bisanzio. L’eredità dei pauliciani sopravvisse però nel movimento d’impronta gnostica dei bogomili, attivi in Bulgaria e Bosnia. Il loro nome è ricondotto solitamente a quello del prete Pop Bogomil (o Teofilo), che aveva fondato la setta intorno al 927. Furono loro, specialmente dopo il fallimento delle crociate, a introdursi nell’Europa centrale del XII secolo, sia tramite il flusso di profughi provenienti dai Balcani, sia grazie ai contatti commerciali tra Oriente e Occidente.

I catari, che come tutti gli appartenenti ai movimenti eterodossi erano convinti di essere solo dei buoni cristiani, furono chiamati dai cattolici in modi diversi a seconda delle aree geografiche. In Germania erano spesso soprannominati Ketzer, un’allusione dispregiativa alla parola tedesca gatto (Kater o Katze). Dove la popolazione era al corrente della loro provenienza geografica originaria, i catari erano chiamati “bulgari”, in altri casi, invece, il loro nome si rifaceva ai luoghi in cui si erano diffusi maggiormente: “albigesi”, nella città di Albi (in Linguadoca, nel sud della Francia), “albanesi” ad Alba (in Piemonte), o “concorezzani” a Concorezzo (in Lombardia).

Carcassonne era una delle quattro diocesi costituite dai catari in Linguadoca. Fu conquistata nel 1209, nel corso della crociata antieretica

Carcassonne era una delle quattro diocesi costituite dai catari in Linguadoca. Fu conquistata nel 1209, nel corso della crociata antieretica

Foto: Juan Manuel Borrero

Nella Francia meridionale, i catari riuscirono a organizzarsi in maniera stabile con quattro diocesi, tutte nel territorio della Linguadoca: Albi, Tolosa, Carcassonne e Val d’Aran. Le autorità locali, nelle persone di Raimondo VI, conte di Tolosa e marchese di Provenza, e di suo nipote Raymond-Roger de Trencavel, visconte di Carcassonne, Béziers e Albi, si dimostrarono tolleranti nei confronti del movimento cataro.

I catari francesi furono tollerati dai signori locali, anche per ragioni politiche

Contro i sacramenti e la violenza

Diversamente dai cattolici, i catari francesi incentravano le loro riunioni religiose prevalentemente su letture tratte del Nuovo Testamento, tradotto in lingua romanza, mentre alcune parti dell’Antico Testamento non erano accettate. I catari erano contrari al matrimonio, rifiutavano i sacramenti della Chiesa cattolica, le croci, gli altari, l’adorazione delle immagini, il culto dei santi e delle reliquie. Il movimento cataro era pacifico e avversava ogni forma di violenza, persino nei confronti degli animali. Per questo motivo i suoi adepti erano vegetariani e non potevano mangiare neanche le uova, mentre era loro concesso il pesce. Rifiutavano la pena di morte e non giuravano. In questo modo, cercavano di mettere in pratica, letteralmente, la parola biblica.

Affrontavano la propria morte, specie se causata dalle persecuzioni, con estrema serenità, come gli antichi martiri cristiani, sperando nella liberazione dell’anima dal corpo, che impediva loro di vivere la vera vita in Dio. Alcuni praticavano l’endura, cioè il totale rifiuto del cibo, fino alla morte per fame. L’unico sacramento riconosciuto dai catari era il consolamentum, assolutamente necessario e non ripetibile, che permetteva all’anima, purificata, di raggiungere Dio. Per non ricadere nel peccato, molti si accostavano a questa specie di estrema unzione, o “battesimo” con il fuoco purificatore, solo sul letto di morte.

Sigillo di Raimondo VII, conte di Tolosa

Sigillo di Raimondo VII, conte di Tolosa

Foto: Erich Lessing / Album

Di solito, parlando dei catari in generale, si sottolinea l’aspetto ascetico della loro pratica religiosa, sia nei confronti del cibo sia per l’astensione dai rapporti sessuali; mentre sul piano teorico e teologico si dà risalto alla loro credenza in un dualismo radicale, costituito da due principi fondamentali opposti tra loro: il Bene e il Male. Sembra comunque che l’ascesi radicale fosse praticata, per motivi piuttosto ovvi, soltanto dal gruppo dirigente dei catari, i perfecti, cioè uomini e donne che avevano già ricevuto il consolamentum; mentre molti tra i semplici fedeli, i credentes, che rimanevano spesso in seno alla Chiesa cattolica, non avevano una conoscenza approfondita dei principi teologici della dottrina catara. Il potere secolare, laddove si sforzò di combattere le pretese della Chiesa cattolica, seppe usare e strumentalizzare, almeno in una certa misura, la concezione catara di una chiesa completamente purificata da ogni elemento del mondo materiale e malvagio (la ricchezza, il potere, la violenza), contro le istanze della stessa Chiesa di Roma.

La crociata contro gli eretici

La reazione, tuttavia, non tardò ad arrivare. Trascorso un periodo di dispute tra cattolici e catari (durante il sinodo di Lombers, nel 1165), e dopo lo svolgimento del primo vero e proprio concilio della chiesa catara (nei pressi di Tolosa, nel 1167), il canone 27 del III Concilio lateranense del 1179 si esprimeva, anche se ancora in termini molto generici, contro i catari e altri eretici presenti nella Francia meridionale. Non solo si proibiva di ospitare o difendere i catari, ma si prometteva l’indulgenza plenaria a chiunque avesse ucciso questi eretici. Nel 1184 il concilio di Verona, convocato da papa Lucio III, scomunicò in modo definitivo i catari. Una campagna di predicazione itinerante in Linguadoca per riconvertire gli eretici, affidata nel 1206 al vescovo spagnolo Diego da Osma, accompagnato dal vice-priore del suo convento Domenico di Guzmán (san Domenico), non riscosse il successo sperato. Un altro partecipante alla missione, il legato papale francese Pietro di Castelnau, riuscì solo, prima di essere ucciso nel 1208, a sospendere due vescovi locali e a scomunicare il conte Raimondo VI di Tolosa, colpevole di aver tollerato la pratica del catarismo nelle terre sotto il suo controllo.

L’uccisione del legato pontificio fornì al papa l’occasione per bandire, nel 1209, la crociata contro gli eretici della Linguadoca, programmata da Innocenzo III già cinque anni prima, e che in realtà si risolse in una ventennale e sanguinosa guerra civile tra la contea di Tolosa da una parte e l’Aragona e la Francia dall’altra. L’ultima roccaforte catara sul Montségur, vicino ai Pirenei, fu conquistata nel 1244. I sopravvissuti alle guerre albigesi prima e all’Inquisizione poi, che venne istituita in maniera permanente nel 1232, trovarono infine rifugio presso alcune chiese catare che si erano costituite nell’Italia settentrionale.

Domenico di Guzmán si accinge a dare alle fiamme un libro proibito, durante la disputa di Fanjeaux (presso Carcassonne), con un gruppo di catari. Nicola Pisano (1297), chiesa di San Domenico, Bologna

Domenico di Guzmán si accinge a dare alle fiamme un libro proibito, durante la disputa di Fanjeaux (presso Carcassonne), con un gruppo di catari. Nicola Pisano (1297), chiesa di San Domenico, Bologna

Foto: Art Archive

Il movimento valdese

L’altra grande eresia che si era diffusa nella stessa area, e nello stesso periodo, di quella catara fu la valdese. Diversamente dai catari, i valdesi medievali non fondarono mai una loro chiesa alternativa. Non erano organizzati in diocesi proprie e non ebbero mai né vescovi, né diaconi. Furono e rimasero un movimento senza gerarchie, in cui i vari membri si riconoscevano semplicemente tra di loro come sorelle e fratelli in Cristo. Della Chiesa, di cui si sentivano parte integrante, criticavano la ricchezza e l’immoralità di molti chierici, ma non imposero mai la povertà. Essere, o meglio diventare, “poveri” era per i valdesi una necessità derivante dall’amore per il Vangelo predicato nelle chiese, ma praticato, in realtà, da pochi. Non rifiutavano nessuno dei sacramenti, neppure se celebrati da sacerdoti indegni, e condividevano con la Chiesa la stessa fede apostolica.

Oltre alla catara, l’altra grande eresia che si diffuse nel Medioevo fu quella valdese

I valdesi non cercarono – e certamente non potevano neanche trovare – l’appoggio del potere secolare. Tentarono invece inutilmente il dialogo con le gerarchie ecclesiastiche, per essere riconosciuti come un ordine monacale di predicatori e predicatrici itineranti del Vangelo, rispettoso dei concetti di povertà, castità e obbedienza alla Parola di Dio. Il destino dei “Poveri di Lione”, ovvero “i Poveri nello Spirito”, come i valdesi stessi si definirono, fu invece quello di essere condannati e perseguitati dalla Chiesa di Roma insieme ai catari, nonostante avessero cercato con ogni mezzo di non essere confusi con loro.

Diversamente dal caso della chiesa catara, i valdesi ebbero un fondatore storico, un ricco mercante di stoffe di nome Valdesio (o Valdo), nato a Lione verso il 1137 e morto in un luogo non precisato della Linguadoca, intorno al 1206. Valdesio apparteneva alla classe emergente dei borghesi lionesi e abitava nel ricco quartiere di Saint-Nizier, insieme alla moglie e a due figlie. Nel 1173, dopo aver ascoltato la leggenda di Sant’Alessio, ispirata al brano del “giovane ricco” del Vangelo di Matteo, cantata da un giullare, l’uomo decise di cambiare radicalmente vita. Per dedicarsi alla predicazione itinerante del Vangelo, egli affidò le sue due figlie minorenni all’Ordine di Fontevrault e restituì ai legittimi proprietari il denaro che riteneva ingiustamente guadagnato. Investì poi il resto del suo patrimonio nella traduzione in lingua romanza di importanti passi dei Vangeli e di alcune sentenze dei padri della Chiesa, per impararli a memoria. A Valdesio, ormai divenuto un frate predicatore, non sfuggì il fatto che il suo seguito non fosse costituito solo da uomini, ma anche da donne – un fatto, questo, che caratterizzò il movimento valdese, soprattutto agli inizi, e che suscitò, insieme alla predicazione non autorizzata, le maggiori perplessità da parte della Chiesa.

Valdesio, fondatore del movimento

Valdesio, fondatore del movimento

Foto: Interfoto / Archivi Alinari

La reazione della Chiesa

Alcuni studiosi sostengono che il movimento laico di predicazione popolare suscitato da Valdesio trovò inizialmente parziale appoggio all’interno della Chiesa lionese. Due predicatori valdesi, convocati durante il III Concilio lateranense del 1179, furono esaminati circa la loro “regola” e la loro fede. Secondo alcune cronache, forse tendenziose, papa Alessandro III avrebbe non solo ascoltato personalmente Valdesio durante il concilio, ma l’avrebbe addirittura abbracciato. I teologi romani si resero conto, tuttavia, dell’impreparazione dogmatica e teologica dei due valdesi, che non furono condannati, ma non ottennero il permesso per la libera predicazione.

La decisione finale fu affidata alle autorità religiose lionesi. Due anni dopo morirono sia il papa sia il vescovo di Lione e le questioni furono definite con chiarezza: Valdesio e i suoi “Poveri di Lione” vennero scomunicati. Questo provvedimento fu prima preso a livello locale poi, con il concilio di Verona (1184), a cui partecipò anche l’allora imperatore Federico Barbarossa, giunse la scomunica definitiva dei valdesi, insieme ai catari, ai patarini, agli arnaldisti, agli umiliati e altri ancora.

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Divisioni e unioni

La ragione di questa scomunica “di massa” dei vari movimenti eretici va ricercata nel fatto che, secondo la Chiesa, le varie eresie erano senz’altro diverse fra loro ma nello stesso tempo anche tutte unite nel comune rifiuto, totale o parziale, della struttura della Chiesa, considerata allora essenziale e non un semplice aspetto organizzativo. D’altra parte vi furono importanti osmosi tra i vari movimenti eterodossi, come nel caso degli arnaldisti, dei patarini e degli umiliati della Lombardia, che spesso furono accolti tra i “Poveri Lombardi”, come si definirono i valdesi italiani dopo la scissione dai confratelli francesi.

Il supplizio dell’eretico boemo Jan Hus, giustiziato nel 1415. Sassetta (1423- 26), National Gallery of Victoria, Melbourne, Australia

Il supplizio dell’eretico boemo Jan Hus, giustiziato nel 1415. Sassetta (1423- 26), National Gallery of Victoria, Melbourne, Australia

Foto: Purchased with the assistance of the government of Victoria / Bridgeman

In qualche raro caso, la Chiesa riuscì a riconquistare alcuni personaggi che avevano in precedenza abbracciato l’eresia. Successe con il teologo spagnolo Durando d’Osca, valdese, che nel 1208, alla vigilia della crociata antieretica, era tornato in seno alla Chiesa di Roma, fondando un proprio ordine: i “Poveri Cattolici”. Nel 1210 fu approvato anche l’Ordine dei francescani, fondato da san Francesco d’Assisi, che aveva molti aspetti in comune con il movimento dei Poveri di Lione, sia per la scelta della vita in povertà sia per la predicazione tra la popolazione. Cinque anni dopo, nel 1215, il IV Concilio lateranense ribadì la condanna nei confronti dei valdesi e di altri eretici. La repressione di questi movimenti diventò così una “legge” della Chiesa, da difendere negli appositi tribunali dell’Inquisizione, formalizzati di lì a poco.

Tentativi di riconciliazione

Nel 1218, vicino a Bergamo, si tenne un colloquio tra i fratelli valdesi “ultramontani” (i Poveri di Lione) e gli “italici” (i Poveri Lombardi), allo scopo di ricomporre le fratture interne. La consultazione non raggiunse l’esito sperato, ma ne resta un interessante resoconto: il Rescriptum (1218), uno dei rari documenti valdesi dell’epoca, insieme alla Confessione di fede, sottoscritta da Valdesio nel 1180. Quest’ultima fu scoperta nel 1946 nella Biblioteca Nazionale di Madrid, dal padre domenicano Antonio Dondaine, lo studioso francese che nel 1939 aveva trovato, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, l’unico esemplare sopravvissuto all’Inquisizione di un anonimo scritto cataro della seconda metà del XIII secolo, il Liber de duobus Principiis (Libro dei due Principi).

Nel Rescriptum, i Poveri Lombardi precisarono alcune differenze tra le loro posizioni e quelle dei fratelli valdesi d’Oltralpe, soprattutto sulla conduzione della vita comunitaria, l’ordinazione dei ministri, il valore del lavoro terreno e i sacramenti. Da ciò che emerge, una delle discussioni più animate riguardò la sorte ultraterrena di Valdesio. Secondo i Poveri di Lione, egli si trovava “nel paradiso di Dio”; mentre i Poveri Lombardi, di mentalità più pratica, sostenevano che si era salvato solo se, prima di morire, aveva dato “soddisfazione a Dio” per le colpe e le offese commesse.

San Francesco caccia i demoni da Arezzo. Affresco di Giotto, basilica superiore di Assisi, fine XII secolo

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Foto: Giraudon / Bridgeman

Ma l’incapacità di superare le divergenze all’interno del movimento valdese non fu un caso isolato. Complessivamente parlando, il Medioevo vide il fallimento di quelle istanze che avevano cercato di riformare la Chiesa e la stessa sorte toccò ai tentativi ispirati al Conciliarismo. Alla fine di quel lungo e complesso processo storico, il problema del mancato rinnovamento della Chiesa si sarebbe risolto, nel XVI secolo, con due grandi movimenti di riforma contrapposti in seno al cristianesimo: quello protestante prima e quello cattolico poi, che avrebbero portato alla rottura definitiva dell’unità della Chiesa d’Occidente.

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Libro dei due Principi. A cura di Giacomo Bettini, ESD, Bologna, 2010

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