L'Ara Pacis, il trionfo di Augusto

L’altare celebra la pax augustana, l’epoca di pacificazione dei popoli sottomessi e la nuova era di tranquillità a Roma con il principato

Nell’anno 13 a.C. il Senato romano decise di costruire un altare a riconoscimento delle imprese condotte da Augusto in Spagna e in Gallia, che avevano avuto come risultato il consolidamento della dominazione romana su entrambi i territori. Il monumento fu collocato nel Campo Marzio, una zona pianeggiante al di fuori delle mura serviane, delimitata da un’ansa del Tevere, sede di esercitazioni militari e dei comitia centuriata, cioè le assemblee del popolo in armi. Il suo nome proviene da un antico tempio consacrato a Marte, e questa circostanza ebbe un carattere simbolico, poiché guerra e pace costituivano le due facce del governo ancora giovane di Augusto: divenuto princeps nel 27 a.C., egli stava offrendo a Roma quella stabilità politica e sociale che mancava dall’inizio del secolo, quando la repubblica era stata dilaniata e poi seppellita dalle guerre civili.

L'Ara Pacis fu eretta tra il 13 e il 19 a.C.​

L'Ara Pacis fu eretta tra il 13 e il 19 a.C.​

Foto: Luis Padilla / Visivalab

Il monumento si trovava esattamente a un miglio dal pomerium. Era questo il confine sacro di Roma, invalicabile con le armi, dove il console che tornava da una campagna perdeva i poteri militari (imperium militiae) e riacquisiva lo status civile (imperium domi). Al tempo di Cesare e quindi delle guerre civili, il pomerium era stato esteso addirittura fino al Rubicone, ma con Augusto fu riportato nelle mura serviane, chiaro segno della nuova stabilità dell’Urbe.

Così lo stesso princeps ricordava l’evento nel suo testamento spirituale (Res gestae divi augusti): «Quando tornai a Roma dalla Gallia e dalla Spagna, sotto il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, portate felicemente a termine le imprese in quelle province, il Senato decretò che si dovesse consacrare un’ara alla pace augustea nel Campo Marzio e ordinò che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero ogni anno un sacrificio».

La dedicatio del monumento, cioè la sua consacrazione, avvenne nel 9 a.C. Ma dal II secolo, a causa dei depositi di fango trasportato dal Tevere nelle sue esondazioni, e che risultò impossibile contenere, l’altare venne dimenticato, complici anche le trasformazioni urbanistiche della zona. Fu riportato alla luce nella prima metà del Novecento e collocato di fronte al mausoleo di Augusto, dove èancora oggi, nuovamente restaurato.

Il rilievo di uno dei lati dell’altare mostra una processione di sacerdoti (flamines), preposti al culto di specifiche divinità, e i membri della famiglia imperiale

Il rilievo di uno dei lati dell’altare mostra una processione di sacerdoti (flamines), preposti al culto di specifiche divinità, e i membri della famiglia imperiale

Foto: Dea / Scala, Firenze

La pax augustea

Il Senato decise di chiamare l’altare Ara Pacis Augustae, per celebrare la pax augustea, cioè la pacificazione delle regioni che avevano sofferto per le dispute tra capi rivali e il ripristino dell’ordine e della legalità all’interno dell’Urbe. Accanto all’altare, il Senato decretò nello stesso 13 a.C. fosse costruito un horologium, un orologio solare che utilizzava come gnomone un obelisco di granito rosso proveniente da Heliopolis, in Egitto. L’Ara Pacis e l’Horologium Augusti vennero costruiti e inaugurati nello stesso momento e quest’ultimo fu collocato in modo che il giorno del compleanno dell’imperatore, il 23 settembre, l’ombra dell’obelisco puntasse verso l’ingresso dell’altare.

L’Ara Pacis costituiva un templum minus, un tempio minore o provvisorio. Questi templi erano delimitati da una palizzata in legno, in questo caso sostituita da mura (di 11 per 10 metri) che delimitano il terreno sacro e racchiudono l’altare vero e proprio. Il monumento, le cui porte si trovano sulle facciate est e ovest, si innalza su un piedistallo, perciò vi si accede grazie a una scalinata.

Attraverso una scalinata si accedeva all’interno del tempio, al cui centro si ergeva un altare. Le pareti interne sono abbellite da fini rilievi  in forma di festoni

Attraverso una scalinata si accedeva all’interno del tempio, al cui centro si ergeva un altare. Le pareti interne sono abbellite da fini rilievi in forma di festoni

Foto: Dea / Album

Un messaggio per i posteri

L’Ara Pacis simboleggia le parole che, secondo Svetonio, Augusto avrebbe pronunciato in punto di morte: «Ho trovato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo», allusione alla sua vasta opera di rinnovamento della città. In questo senso, l’altare è una delle costruzioni più rappresentative dell’età dell’oro augustea, sia dal punto di vista storico sia da quello artistico. Ma non solo il marmo aspira a durare nel tempo: lo fa anche il messaggio veicolato dai rilievi e dai fregi esterni, che al tempo dell’imperatore erano dipinti con vivaci colori.

La decorazione delle facciate nord e sud dell’Ara Pacis evoca il giorno della consacrazione del tempio, quando era ancora solo una costruzione provvisoria. Su di esse è rappresentata una processione formata da sacerdoti (flamines) e dalla famiglia imperiale, ispirata alla processione delle Panatenee raffigurata sul Partenone di Atene. Sono raffigurati la figlia di Augusto, Giulia maggiore, moglie di Marco Vipsanio Agrippa, grande generale e architetto (autore della pacificazione in Spagna e Gallia e costruttore, fra le altre cose, del Pantheon) e il figlio Lucio Cesare; le figlia di Ottavia minore, sorella di Augisto, cioè Claudia Marcella maggiore e Claudia Marcella Minore, con il marito Sesto Appuleio, console nel 29 a.C.

Augusto, l'imperatore dio

Leggi anche

Augusto, l'imperatore che divenne dio

pietas erga deos

La

Due rilievi situati sulle facciate est e ovest del monumento, che rappresentano Enea e la madre Terra (o la dea Venere), sono legati alle origini di Roma e alle aspettative di rinnovamento che accompagnavano il regno di Augusto. La decorazione di queste pareti si riferisce alla letteratura dell’epoca, soprattutto alle opere di Tito Livio e all’Eneide.

I loro testi legano i gemelli Romolo e Remo all’eroe troiano, figlio di Anchise e di Afrodite. Enea, che sfugge dalla distruzione di Troia e si stabilisce in Italia, viene indicato come capostipite di Romolo e Remo che, pertanto, acquisiscono origini divine. I rilievi presenti lungo la porta ovest o frontale rappresentano momenti della fondazione di Roma. A destra è raffigurato un uomo, probabilmente Enea in età avanzata, che offre un sacrificio ai Penati, le divinità domestiche dei romani. Assume particolare importanza il fatto che in secondo piano e sullo sfondo sia stato rappresentato un tempio con i Penati, che dà alla scena un carattere religioso.

Enea compie un sacrificio in onore dei Penati, il cui tempio appare in alto a sinistra

Enea compie un sacrificio in onore dei Penati, il cui tempio appare in alto a sinistra

Foto: Riccardo Auci / Visivalab

Enea incarna la pietas erga deos, «il rispetto verso gli dei», uno dei fondamenti della religione romana. Egli è vestito come un eroe o un dio, con il mantello avvolto intorno alla vita e con la spalla destra nuda, mentre i due giovani che lo assistono nel corso della celebrazione del sacrificio, i camilli, indossano una tunica corta.

Questo induce a pensare a un dialogo fra un tempo passato, rappresentato da Enea, e il futuro, impersonato dai giovani romani. Questo gioco del “futuro nel passato” era assai apprezzato nella cultura romana e viene utilizzato nel libro VI dell’ Eneide, dove si narra della discesa agli inferi di Enea. Lì, suo padre Anchise, già morto, gli mostra le anime delle glorie future di Roma, e a un certo punto indica Augusto, il futuro imperatore: «Questo è colui che molto spesso ti senti promettere, Cesare Augusto, figlio del Divo, che di nuovo riporterà nel Lazio il secolo d’oro [...] ed estenderà il suo dominio sui garamanti e sugli indi, sulle terre che si estendono oltre le vie dell’anno e del sole».

Non perderti nessun articolo! Iscriviti alla newsletter settimanale di Storica!

L’origine divina della famiglia

Infatti, il protagonismo di Enea nell’Ara Pacis ha una precisa finalità, l’appropriazione della leggenda troiana da parte della famiglia imperiale, la dinastia Iulia, per includere fra i suoi antenati l’eroe troiano. Augusto appare come un nuovo Enea; infatti, se si osserva l’altare dallo spigolo anteriore destro, si scorge su un lato Enea e sull’altro, nel rilievo laterale, lo stesso Augusto, entrambi con la testa velata, simbolo del pontefice massimo, che era la maggiore autorità religiosa di Roma.

Nel 2014 i ricercatori hanno presentato uno studio per ricostruire l’aspetto dell’Ara Pacis. Al momento dell'inaugurazione doveva somigliare molto a quest'immagine

Nel 2014 i ricercatori hanno presentato uno studio per ricostruire l’aspetto dell’Ara Pacis. Al momento dell'inaugurazione doveva somigliare molto a quest'immagine

Foto: Efe

Recentemente, è stata avanzata da alcuni studiosi l’ipotesi secondo la quale il personaggio che effettua il sacrificio possa non corrispondere a Enea, bensì a Numa Pompilio, il secondo re di Roma e di origine sabina, che celebrò nel Campo Marzio un sacrificio per propiziare l’armonia fra romani e sabini e che per l’occasione sacrificò una capra.

La leggenda della fondazione

Sul lato opposto della porta ovest è rappresentato un altro mito relativo alla fondazione di Roma: Romolo e Remo vengono allattati dalla lupa presso il fico selvatico (chiamato da Tacito ficus ruminalis, forse da ruma, mammella, o semplicemente da Roma), rappresentato al centro della composizione, sotto il quale la cesta con i due gemelli, abbandonati sul Tevere, si era arenata. Marte, padre dei gemelli, che sono stati messi al mondo dalla vestale Rea Silvia, osserva la scena proprio nel momento in cui il pastore Faustolo ha appena incontrato la lupa, giunta sulla sponda del Tevere per calmare la sua sete e intenta ad allattare i due gemelli abbandonati che saranno poi allevati da Faustolo e da sua moglie.

Se la facciata ovest dell’edificio fa riferimento a un tempo leggendario, quello della fondazione di Roma, la facciata est, dove si trova la porta posteriore, era dedicata alla nuova età dell’oro che aveva preso avvio grazie all’imperatore Augusto.

Una nuova età dell’oro

In questo rilievo, il meglio conservato, vediamo Italia, o la Madre Terra (Tellus), circondata da simboli di fertilità: i frutti della terra e due bambini. Si tratta forse Romolo e Remo o forse gli eredi di Augusto: i suoi nipoti Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Giulia, destinati alla successione ma che poi sarebbero morti prima dello stesso princeps. I bambini sono raffigurati in braccio alla dea e uno di questi sembra voler essere allattato. Le caratteristiche attribuite a Tellus – animali e frutti – indicano la nascita di una nuova età dell’oro per la terra. Questo rilievo, quindi, è destinato a rafforzare l’idea di felicità associata alla fertilità e alla prosperità.

Circondata da animali e dai frutti della terra, Tellus appare in uno dei rilievi che decorano la parte posteriore dell’Ara Pacis

Circondata da animali e dai frutti della terra, Tellus appare in uno dei rilievi che decorano la parte posteriore dell’Ara Pacis

Foto: Riccardo Auci / Visivalab

 

 

L’Ara Pacis è, in definitiva, un poema di marmo, un monumento paragonabile alla più grande opera mai scritta in latino: l’Eneide. Un canto immortale alla gloria di Augusto, il primo imperatore, e allo splendido futuro che grazie a lui avrebbe atteso Roma.

Se vuoi ricevere la nostra newsletter settimanale, iscriviti subito!

Condividi

¿Deseas dejar de recibir las noticias más destacadas de Storica National Geographic?