Il traffico delle reliquie

Nell’Europa medievale si credeva che il contatto con i resti dei santi, o di Cristo stesso, avesse proprietà curative  e spirituali. Questo generò un intenso traffico di reliquie, nel quale non mancarono i casi di truffa e i furti

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Il legno della croce di Cristo

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Il legno della croce di Cristo

Nel Medioevo il possesso di un frammento di lignum crucis, o Vera Croce, il legno della croce sulla quale si racconta che morì Gesù, venne rivendicato da diverse chiese di città come Limburg, in Germania, o Napoli e Genova in Italia. In Spagna si conoscono le reliquie del monastero di Liébana (in Cantabria) e del santuario della Vera Cruz (nell'immagine ne è ritratta la cappella) nella località di Caravaca de la Cruz, in provincia di Murcia.

Secondo una leggenda, la croce di Caravaca fu portata nel 1231 da due angeli mentre un sacerdote diceva messa davanti a un re almohade scettico. Il frammento di legno, conservato in un reliquiario a forma di croce patriarcale, venne rubato tre volte: dopo le prime due fu ancora possibile recuperarlo, però la terza – nel febbraio del 1934 – fu quella definitiva. Il giornale La Verdad de Murcia riferiva: «Caravaca è in lutto. Una mano criminale e profana ha sottratto il gioiello più prezioso dal sacrario in cui era venerato». Un martedì di carnevale uno sconosciuto era entrato nel santuario facendo un foro in una delle porte e si era impossessato del reliquiario con la scheggia di legno sacro. Non gli interessava nient’altro del tempio. Non pensò nemmeno di portare via la piccola urna d’argento del XIV secolo che conteneva il reliquiario a forma di croce.

I sospetti caddero subito sulle persone che abitavano nei pressi del castello-santuario (ci mancò poco che linciassero il prete). Di fatto, il furto è rimasto fino a oggi un mistero. Nel 1945 papa Pio XII donò a Caravaca due piccole schegge di legno della Vera Croce, che da allora sostituiscono i resti originali.

 

Foto: Hermes Images / Age Fotostock

Di chi è la mummia di San Marco?

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Di chi è la mummia di San Marco?

Se ci fidiamo delle cronache più antiche, il corpo dell’evangelista san Marco, morto e sepolto ad Alessandria d’Egitto tre secoli prima, fu consumato dalle fiamme durante le rivolte pagane avvenute nel IV secolo in quella città. Ma, allora, di chi è la mummia che si trova attualmente nella basilica di San Marco? La storia è impagabile. Si narra che due commercianti veneziani, Buono (o Tribunus) da Malamocco e Rustico da Torcello, arrivarono al porto di Alessandria nell’828 e andarono ad adorare i resti del santo, allora conservati in una chiesa che portava il suo nome. E lì videro una mummia. Il monaco Staurazio e il sacerdote della chiesa, Teodoro, entrambi custodi del tempio e della reliquia, gli dissero che si trattava di san Marco. Quindi annunciarono ai commercianti che la chiesa sarebbe stata distrutta per erigere al suo posto una moschea, come i musulmani stavano già facendo in altri luoghi della città. Buono e Rustico non esitarono a chiedere aiuto a Staurazio e Teodoro per riuscire a impadronirsi del corpo santo (o perlomeno ritenuto tale) e portarlo nella loro città natale, Venezia. Questa è proprio la scena ritratta nel mosaico della foto, che si trova nella Basilica di San Marco a Venezia. Il corpo fu sostituito con quello di santa Claudia, di modo che nessuno avrebbe sospettato il furto. Il doge di Venezia accolse le reliquie con grandi onorificenze. Di fatto, non si sa esattamente chi furono gli ingannati, visto che i copti credono che la testa del santo rimase nella chiesa di San Marco di Alessandria. A meno che – come sostengono alcuni – a Venezia non fosse giunto il corpo mummificato di Alessandro Magno...

Foto: Scala, Firenze

Le undicimila vergini di Sant'Orsola

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Le undicimila vergini di Sant'Orsola

Una leggenda medievale racconta che nel V secolo un re della Britannia promise sua figlia, convertita al cristianesimo, a un nobile pagano. Prima di consumare il matrimonio la giovane, Orsola, intraprese un pellegrinaggio a Roma insieme a dieci compagne. Al ritorno, mentre giungevano all’attuale Colonia, in Germania, caddero nelle mani degli unni di Attila, i quali – se si trattava di omicidi e sequestri – non andavano molto per il sottile. L’agiografia dice che le undici donzelle morirono martiri per difendere la loro verginità: pertanto, con il tempo, furono elevate agli altari. Un documento dell’anno 922, trovato in un monastero vicino a Colonia, raccontava la storia di sant’Orsola e accennava al martirio di XIm virginum, che si sarebbe dovuto leggere come undecim martires virginum, “undici martiri vergini”. Invece, il testo fu interpretato come undecim millia virginum, “undicimila vergini”. Per secoli questo errore venne preso per verità, e la leggenda si consolidò sotto forma di teste e ossa di queste presunte undicimila vergini che, grazie alla furbizia dei truffatori, nel corso del Medioevo inondarono una gran quantità di templi cristiani in tutta Europa. La storia ha ispirato anche l’opera di scrittori e artisti, come Vittore Carpaccio, che tra il 1490 e il 1495 realizzò un ciclo di nove teleri per la Scuola di Sant’Orsola a Venezia. I nove dipinti, oggi custoditi presso le Gallerie dell’Accademia della città, ricostruiscono la vita della santa fino alla sua apoteosi.   

Questo reliquiario del XV secolo, opera di Hans Memling, riproduce diversi episodi della storia di sant’Orsola e delle undicimila vergini. Da sinistra a destra vediamo la partenza da Basilea, l’arrivo a Colonia con il martirio delle vergini e, infine, il supplizio di Orsola da parte degli unni. Nei medaglioni superiori si apprezzano un angelo che suona il liuto (a sinistra) e l’incoronazione della Vergine (al centro). Hans Memling Museum, Bruges.

 

Foto: Erich Lessing / Album

Santa Brigida e sua figlia, due crani per niente familiari

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Santa Brigida e sua figlia, due crani per niente familiari

Non è una santa qualsiasi. È la patrona di Svezia e delle vedove, e dal 1999 è anche una delle tre patrone d’Europa nominate, motu proprio, da Giovanni Paolo II. Brigida di Svezia era una cattolica fervente del XIV secolo, che oltre ad avere visioni premonitrici e a godere di apparizioni divine nel corso di tutta la sua vita, fondò un ordine religioso. Morì a Roma dopo essere stata in pellegrinaggio in Terra Santa. I suoi resti furono portati nella località svedese di Vadstena (nella foto) e lì vennero sepolti. Brigida fu canonizzata nel 1391 e, cinque anni dopo, fu nominata patrona di Svezia. Da allora i pellegrini si recano a venerare i suoi resti e quelli di sua figlia, santa Caterina: i crani sono conservati in due scrigni esposti nell’abbazia di Vadstena.

Nel 2010 il Dipartimento di genetica e patologia dell’Università di Uppsala ha compiuto una minuziosa analisi di antropologia forense e del DNA mitocondriale sulle reliquie di santa Brigida e della figlia, santa Caterina. Le conclusioni sono state deludenti, almeno per le autorità ecclesiastiche. Mentre è noto che la Brigida storica visse tra il 1303 e il 1373, le analisi del cranio della persona più anziana hanno rivelato che era appartenuto a una donna vissuta tra il 1215 e il 1270, ovvero un secolo prima della santa. E, come se non bastasse, i due teschi non avevano nessuna relazione familiare tra loro, pertanto le proprietarie non potevano essere madre e figlia. La verità scientifica ha pertanto contraddetto una tradizione religiosa vecchia di 600 anni. Che fare? Lasciare le cose come stanno: i due crani continuano a essere venerati esattamente come prima

 

Foto: Dea / Age Fotostock

Filippo II, il collezionista di reliquie

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Filippo II, il collezionista di reliquie

Fra José de Sigüenza, consigliere del re spagnolo Filippo II, definì «santa avarizia» l’ossessione del sovrano di accumulare resti di uomini e donne canonizzati. Dicono che arrivò a mettere insieme un tesoro di 7.422 reliquie nel monastero dell’Escorial. Tra esse si annoveravano 12 corpi interi, 144 teste e 306 ossa lunghe, anche se la maggioranza, circa quattromila, erano reliquie piccole. Padre Sigüenza riferiva: «Non abbiamo notizia di nessun santo del quale ci manchino reliquie, eccetto san Giuseppe, san Giovanni Evangelista e Giacomo il Maggiore». Filippo II fece costruire due altari speciali ai lati dell’altare maggiore della basilica dell’Escorial e diede incarico di fabbricare centinaia di reliquiari per custodire la sua collezione. Questa ossessione lo portò a collegare il buon esito di alcune sue decisioni all’acquisizione di determinate reliquie: quando decise di sposarsi con sua nipote, l’arciduchessa Anna, volle comprare la testa di sant’Anna in modo che «colei che porta il suo nome avesse più devozione per questa casa», come lo stesso monarca riferiva in una lettera al duca d’Alba. Per alleviare i costanti dolori, nella fase finale della sua vita volle con sé alcune reliquie, che baciava e cui chiedeva aiuto. Si faceva inumidire il letto con acqua santa e si passava un lignum crucis sulle zone più dolenti. Il re morì il 13 settembre 1598 circondato dalle sue reliquie preferite: un pelo della barba di Cristo, un capello della Vergine, il ginocchio di san Sebastiano, un braccio di san Vicenzo Ferrer e la costola del vescovo Albano.

L'altare di San Girolamo ritratto nella foto si trova nella navata sinistra della basilica del monastero dell’Escorial ed era stato destinato alle reliquie di santi e martiri di sesso maschile, secondo la distribuzione fatta da fra Juan de San Jerónimo, incaricato da Filippo II di gestire le reliquie. Nella navata destra del tempio si trova l’altare dell’Annunciazione, dove si conservano le reliquie delle sante e delle martiri

 

Foto: Oronoz / Album

Il traffico delle reliquie

Possedere una reliquia significa possedere un oggetto di potere. A maggior ragione se l’oggetto sacro appartiene ai primi martiri; figuriamoci, poi, se attribuito a Gesù Cristo, alla Vergine, o a qualche apostolo. Un tempo si credeva che molte malattie si potessero curare attraverso il semplice contatto con le reliquie, per esempio grazie a vertebre, crani, dita o corpi incorrotti. Com’è logico, gli affaristi imbroglioni ne approfittarono, le reliquie si moltiplicarono all’infinito e il loro traffico divenne molto redditizio. Almeno fino al 1215, quando il IV Concilio Lateranense pose un freno al fenomeno proibendo la venerazione di reliquie prive di «certificato di autenticità».

Tuttavia, il traffico e la falsificazione non solo non cessarono, ma giunsero a un punto tale da indurre Calvino a pubblicare nel 1543 il Trattato delle reliquie, nel quale criticava e ridicolizzava il fervore per le ossa e i tessuti del corpo umano. Il riformatore francese dimostrò che c’erano alcuni santi che avevano tre o quattro corpi diversi e segnalò molte reliquie fraudolente: un osso di cervo era fatto passare per il braccio di sant’Antonio; una spugna veniva adorata come se fosse il cervello di san Pietro e, come poté vedere lo stesso Calvino a Reims, su una pietra dietro a un altare c’era persino l’impronta delle natiche di Gesù.

L’umanista spagnolo Alfonso de Valdés, contemporaneo di Calvino, era ugualmente scandalizzato: «Il prepuzio di Nostro Signore l’ho visto non solo a Roma e a Burgos, ma anche nella cattedrale di Anversa, mentre la testa di san Giovanni Battista si trova sia Roma, sia ad Amiens. Se poi volessimo contare gli apostoli, che non erano più di dodici, considerando che uno non si trova e un altro è in India, ne troveremmo più di 24 in diversi posti del mondo. I chiodi della croce, come scrive Eusebio, erano tre... e adesso ce ne sono uno a Roma, uno a Milano e uno a Colonia, poi ancora un altro a Parigi, uno a León, e infiniti altri. E infine, i legni della croce: vi dico in verità che se riunissero tutti quelli che dicono esservi nella cristianità, basterebbero per riempire un carro». Questa affermazione, tuttavia, fu smentita dall’architetto Charles Rohault de Fleury, che nel 1870 effettuò uno studio sui frammenti di lignum crucis esistenti nella sua epoca e concluse che, messi tutti insieme, non sarebbero arrivati a formare neanche una terza parte della croce di Cristo.

Ossa, denti, viscere

I corpi dei santi potevano essere smembrati in modo che ogni chiesa possedesse una mano di san Giovanni Battista, un molare di santa Apollonia o qualche osso di sant’Epifanio. Le cattedrali, le basiliche e gli eremi venivano edificati sulle tombe o sulle reliquie sacre, alcune delle quali consistevano di frammenti d’ossa o di carne, comprese le viscere essiccate (il cuore di santa Teresa, la lingua di sant’Antonio da Padova o il cervello di santa Margherita Maria Alacoque) o le secrezioni corporee (barattoli con latte della Vergine, lacrime o sangue). Re, papi, principi e nobili avevano un accesso più immediato a queste insolite reliquie, e le utilizzavano per curare sé stessi o i propri familiari. Dicevano che la regina Isabella la Cattolica fosse guarita da una malattia raccomandandosi a sant’Isidoro l’Agricoltore, il cui corpo incorrotto era apparso nel 1212. Ma il fervore per questo santo risaliva a molto prima: si tramanda che Enrico II di Castiglia (1366-1379) fosse andato a Madrid in compagnia della moglie Giovanna per venerare il corpo del santo; una volta aperta l’arca che lo custodiva, la regina aveva cercato di afferrare il braccio destro e l’aveva staccato dal corpo, e da allora lo si era dovuto tenere legato con una corda.

Furti sacri

Apprezzate per il carattere sacro e per le proprietà terapeutiche, le reliquie venivano comprate, e talvolta anche rubate: e non accadeva solo in passato. Nel novembre del 1981 due banditi armati di pistola fecero irruzione nella chiesa di San Geremia a Venezia e si portarono via il corpo mummificato di santa Lucia. La questione si risolse solo con un grande spavento, visto che il corpo fu restituito per la festa della santa, il 13 dicembre. Con quel furto santa Lucia è diventata il personaggio più soggetto a furti della Chiesa: era stata già trafugata dai bizantini a Siracusa nel 1039; dai veneziani a Costantinopoli nel 1204; da alcune monache agostiniane nel 1400 a Venezia, e infine anche da quei delinquenti “da quattro soldi”. Come se non bastasse, alla mummia della santa manca un mignolo, strappato durante un baciamano dal morso di un fedele troppo fervente.

Il dito andò a finire in un’altra chiesa di Siracusa, la località dove santa Lucia era nata nel III secolo. Una classificazione suddivide le reliquie in insigni, notevoli, e minime, a seconda dell’importanza del santo e della parte del corpo. La testa è sempre stata la parte più quotata, poiché si credeva che vi risiedessero l’intelletto, l’anima e la forza. I fedeli potevano anche tenersi addosso degli ossicini, custoditi dentro appositi medaglioni benedetti, chiamati encolpi. Le reliquie più grandi venivano invece conservate in reliquiari d’oro, argento e pietre preziose, che costituivano un tesoro spirituale ed economico. Proprio per questo erano oggetto di furti e motivo di conflitti tra le città. È rimasta celebre la contesa “poco amorevole” tra Poitiers e Tours per il possesso del corpo di san Valentino, patrono degli innamorati; pochi sanno che uno dei tre crani che gli vengono attribuiti è custodito nella chiesa di Sant’Antonio a Madrid, un altro si trova a Toro, presso Zamora, e un altro ancora a Roma.

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