Il Terrore, il culmine della Rivoluzione Francese

Nel 1793 la Rivoluzione francese entrò nella sua fase più drammatica. Minacciati dall’invasione straniera e da una controrivoluzione interna, i capi degli insorti diedero il via a una terribile spirale repressiva

L’11 dicembre 1792, in seno al parlamento della Convenzione nazionale, ebbe inizio il processo a Luigi XVI. Il sovrano era stato deposto quattro mesi prima in seguito a un’insurrezione dei sanculotti, il popolo sovversivo di Parigi. Fu allora che incominciò la fase più radicale della Rivoluzione francese. Luigi XVI era accusato di aver cospirato contro di essa al fine di restaurare l’assolutismo: quasi all’unanimità i deputati votarono la sua colpevolezza, anche se successivamente si divisero in merito alla pena da applicare.

Nelle ultime ore della sessione notturna del 16 gennaio 1793 la maggioranza dei congregati fu concorde nel decretare la morte del monarca. Cinque giorni più tardi in Place de la Révolution (oggi Place de la Concorde) venne eretta la ghigliottina, e 1.200 guardie scortarono il carro di Luigi fino al patibolo. Prima che la lama cadesse sul suo collo, il sovrano affermò: «Muoio innocente. Perdono i miei nemici e spero che il mio sangue sia utile ai francesi e plachi la collera di Dio».

 

Alcune vittime del terrore attendono in una cella della prigione di Saint-Lazare di essere chiamate al patibolo. Olio di Charles Louis Müller. 1850. Musée de la Révolution française, Vizille.

Alcune vittime del terrore attendono in una cella della prigione di Saint-Lazare di essere chiamate al patibolo. Olio di Charles Louis Müller. 1850. Musée de la Révolution française, Vizille.

Foto: RMN Grand-Palais

Alcune vittime del terrore attendono in una cella della prigione di Saint-Lazare di essere chiamate al patibolo. Olio di Charles Louis Müller. 1850. Musée de la Révolution française, Vizille.

 

 

La scomparsa del re avvenne in un frangente critico per la Francia rivoluzionaria. All’esterno le truppe francesi pativano pesanti sconfitte contro le potenze assolutistiche che gli avevano dichiarato guerra l’anno precedente. All’interno, nella regione della Vandea, era scoppiata una grande ribellione controrivoluzionaria, che avrebbe spinto il governo repubblicano a inviare migliaia di soldati per cercare di sopprimerla. In tutto il Paese la guerra aveva provocato una carestia, che a sua volta aveva portato a numerose rivolte. In un simile e difficile contesto, tra i circoli rivoluzionari si consolidò l’idea che queste difficoltà dipendessero dall’azione occulta dei nemici della Rivoluzione: ex aristocratici, preti che non avevano accettato la legislazione repubblicana ostile alla Chiesa o anche individui che approfittavano degli eventi per arricchirsi. Gli “accaparratori”, insomma, i quali rivendevano i prodotti di prima necessità a un prezzo maggiore di quanto li avevano pagati.

Nel settembre dell’anno precedente una simile concomitanza di minacce esterne e timori di complotti interni aveva dato luogo a un terribile episodio: una folla inferocita aveva fatto irruzione nelle carceri di Parigi massacrandone i detenuti. Per cinque giorni chiunque veniva considerato un controrivoluzionario era sottoposto a un processo sommario per poi essere trucidato lungo i corridoi o nelle strade limitrofe da cittadini armati di spade, asce, picche e bastoni. Il bilancio finale era stato di più di mille morti.

Quando il 10 marzo 1793, nell’anniversario della presa del palazzo delle Tuileries, i sanculotti si rivoltarono contro l’assemblea, i capi rivoluzionari decisero che bisognava evitare a tutti i costi il ripetersi di una nuova strage. Purché il popolo non si facesse giustizia da solo, la Convenzione introdusse una serie di leggi e fondò alcuni organismi incaricati di arrestare e giudicare i nemici della Rivoluzione. Nacque così il regime del Terrore. Uno dei grandi leader del momento, Danton, giustificò in una sola frase la nuova tappa politica: «Siamo terribili per dispensare il popolo dall’esserlo».

 

I cadaveri dei prigionieri assassinati durante la carneficina del settembre 1792 vengono trasportati in un cimitero dopo essere stati spogliati.

I cadaveri dei prigionieri assassinati durante la carneficina del settembre 1792 vengono trasportati in un cimitero dopo essere stati spogliati.

FOTO: Bridgeman / ACI

Il Tribunale rivoluzionario

La Convenzione decise di creare un tribunale straordinario per punire «ogni iniziativa controrivoluzionaria, ogni attentato contro la libertà, l’uguaglianza, l’unità, l’indivisibilità della Repubblica, la sicurezza interna ed esterna dello stato e tutti i complotti tendenti a restaurare la monarchia o a fondare qualsiasi altra autorità che minacci la libertà, l’uguaglianza e la sovranità del popolo». Con sede a Parigi, tale tribunale era composto da cinque giudici, un pubblico accusatore e una giuria di dodici membri. In teoria ogni processo avrebbe avuto le giuste garanzie e contemplava perfino il diritto all’assistenza di un avvocato. Ma la giuria veniva scelta dalla Convenzione, le sentenze erano inappellabili e la condanna doveva essere eseguita entro ventiquattr’ore dalla sua emissione. Non solo: al colpevole sarebbero stati confiscati tutti i beni. La figura chiave nell’esercizio del Tribunale rivoluzionario, come venne chiamato dall’ottobre 1793, era il pubblico accusatore, Antoine-Quentin Fouquier-Tinville, un funzionario sino ad allora sconosciuto che si sarebbe rivelato un lavoratore indefesso e implacabile contro i presunti nemici della Rivoluzione.

Oltre a ciò, allo scopo di coordinare la difesa e soprintendere i ministeri, il 6 aprile venne fondato il Comitato di salute pubblica. Composto da nove membri – poi dodici e infine quattordici –, divenne l’organo fondamentale del Terrore, vedendo man mano aumentare il proprio potere dal giugno 1793, quando i giacobini guidati da Robespierre s’imposero come la forza politica dominante.

All’inizio le istituzioni del Terrore non si mostrarono particolarmente solerti. Durante i primi sei mesi di vita il Tribunale rivoluzionario giudicò soltanto 260 persone e ne condannò un quarto. La situazione cambiò dopo l’estate 1793, quando la Rivoluzione dovette affrontare un’ulteriore crisi esistenziale. Le truppe nemiche penetrarono nel suolo francese. All’interno dei confini, alla guerra in Vandea si aggiunsero le sommosse federaliste, incalzate dal partito girondino, che i giacobini avevano allontanato dal potere. In settembre le voci su un’imminente carestia scatenarono nuove ondate di panico. Il 5 settembre la folla chiese alla Convenzione che venisse garantita la somministrazione del pane e che i traditori fossero eliminati. Insoddisfatti dall’incertezza generale, i sanculotti pretesero l’arresto immediato dei sospetti nonché il controllo sugli accaparratori di beni primari, e i deputati giacobini dettero ascolto alle loro richieste. Come ebbe a dire un oratore, Bertrand Barère: «È giunta l’ora che l’uguaglianza passi la falce su tutte le teste. Così, legislatori, mettete il terrore all’ordine del giorno».

 

I membri di un comitato di sicurezza (o rivoluzionario) esaminano il certificato di un cittadino negli anni del Terrore.

I membri di un comitato di sicurezza (o rivoluzionario) esaminano il certificato di un cittadino negli anni del Terrore.

Foto: Granger / Aurimages

Tutti sospettati

Il Comitato di salute pubblica avviò quindi un’ampia riorganizzazione del Tribunale rivoluzionario. Il numero dei giudici aumentò a sedici e quello dei giurati a sessanta, il che permise di dividere il Tribunale in quattro sezioni. La corte si dotò anche di un proprio carcere. In questo modo il numero dei processi accrebbe drasticamente, e le sentenze s’inasprirono. Si è calcolato che tra l’ottobre 1793 e il gennaio 1794 in tutta la Francia furono giustiziate circa ottomila persone, la metà del totale delle vittime del Terrore. Inoltre il 17 settembre 1793 venne approvata la cosiddetta legge dei sospetti, la quale si accanì contro quelli che «sia per la loro condotta, o le loro relazioni, o dalle loro parole o scritti, si sono dimostrati essere partigiani della tirannia e del federalismo, e nemici della libertà» oppure contro coloro che non si erano esposti in prima persona a favore della Rivoluzione. Cadevano quindi nel suo mirino i preti recidivi, gli ex nobili, i funzionari pubblici sospesi o dimessi e gli emigrati. La legge duplicò quasi il numero di prigionieri presenti nelle carceri di Parigi. Al culmine del Terrore dentro le gattabuie francesi si stipavano circa 80mila sospetti e, in generale, nel periodo del regime instaurato da Robespierre mezzo milione d’individui vi trascorse, per ragioni politiche, periodi più o meno lunghi.

Tra ottobre e novembre si celebrarono alcuni processi di grande risonanza, a cominciare da quello della regina Maria Antonietta, che il 14 ottobre venne condotta davanti al Tribunale. Due giorni più tardi fu condannata a morte per alto tradimento e giustiziata sulla ghigliottina. Nello stesso periodo ebbe luogo anche il procedimento contro i moderati deputati girondini, che erano stati proscritti durante la crisi di giugno: furono accusati di mollezza eccessiva perché non avevano votato a favore della morte di Luigi XVI. Più di novanta membri vennero arrestati per essere giudicati il 30 ottobre. Ventuno furono uccisi – tra questi, il loro capo, Brissot –, mentre gli altri rimasero in carcere sino alla fine del Terrore.

Le vittime

In questa fase del Terrore i girondini divennero, appunto, i capri espiatori. Tra le vittime si annovera una delle scrittrici emerse durante la Rivoluzione, Olympe de Gouges, autrice della Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne (Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina). Vilipesa dalla stampa populista, venne arrestata il 20 luglio 1793 perché aveva chiesto un referendum sulla monarchia. Deferita anche lei al Tribunale, si difese: «Non esistono forse la libertà di opinione e di stampa consacrate nella Costituzione come il patrimonio più prezioso dell’umanità? I vostri atti arbitrari devono essere condannati davanti al mondo intero». Dichiarata colpevole per i suoi «scritti controrivoluzionari», venne giustiziata il 3 novembre 1793. Pure il matematico e filosofo Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Condorcet finì nel mirino del Terrore per le sue simpatie verso i girondini. Per nove mesi riuscì a nascondersi nella casa di alcuni conoscenti e, paradossalmente, ne approfittò per comporre l’Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain (Abbozzo di un ritratto storico dei progressi dello spirito umano), una riflessione sull’inarrestabile miglioramento dell’umanità nel corso della storia. Nel marzo 1794 cercò di fuggire da Parigi, ma venne scoperto e incarcerato da un comitato locale di sicurezza. A quanto pare, ingerì una dose di veleno e morì nella sua cella. Il 29 dicembre venne giustiziato l’ex sindaco di Strasburgo, Philippe-Frédéric de Dietrich, nella cui casa era stato intonato per la prima volta l’inno La Marsigliese. Secondo Robespierre, era «uno dei maggiori cospiratori della Repubblica».

La presenza di casi simili, ovvero di ferventi rivoluzionari che d’improvviso venivano dichiarati nemici della Repubblica e uccisi, fece temere a molti che il Terrore si stesse spingendo troppo in là e che la Rivoluzione stesse distruggendo sé stessa. Soprattutto in un momento in cui la situazione alle frontiere era divenuta favorevole per la Francia, e veniva meno quindi il pretesto di salvare la patria da nemici esterni. Sorse perciò la fazione degli “indulgenti”, propensi ad attenuare la persecuzione contro i presunti sospetti. Danton, lo stesso che aveva giustificato i massacri di settembre, chiese la creazione di un “comitato di clemenza” per tutelare chi non aveva commesso alcun delitto. E, dalle pagine di Le Vieux Cordelier, il suo amico Camille Desmoulins diede voce a chi non capiva perché il Terrore continuasse a perpetuarsi se i suoi obiettivi sembravano essere stati raggiunti: «Volete sterminare tutti i vostri nemici sulla ghigliottina! Vi è mai stata maggiore follia? Potrete eliminare qualsiasi persona sul patibolo senza guadagnarvi così dieci nemici tra famiglia e amici? Credete voi che queste donne, questi vegliardi […] questi egoisti, questi “ritardatari” della Rivoluzione siano davvero pericolosi?».

 

Il complesso del palazzo di Giustizia, sulle sponde della Senna, ospitava la prigione della Conciergerie e la sede del Tribunale rivoluzionario.

Il complesso del palazzo di Giustizia, sulle sponde della Senna, ospitava la prigione della Conciergerie e la sede del Tribunale rivoluzionario.

Foto: Pascal Ducept / Gtres

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Lotta mortale per il potere

Se, una volta passata la crisi del settembre 1793, in generale la situazione in Francia si era placata, lo stesso non accadde a Parigi. Nella capitale il Terrore divenne un’arma nelle mani di Robespierre e dei giacobini del Comitato di salute pubblica, arma impugnata contro le fazioni politiche nemiche. Si abbatté, per esempio, su Hébert, capo degli enragés (indignati), i sanculotti più estremisti di Parigi, ovviamente inclini a un’intensificazione delle misure radicali contro gli accaparratori e contro ogni sorta di presunti cospiratori. Nel marzo 1794, quando Hébert chiamò a una «sacra insurrezione» contro la Convenzione, venne arrestato con i suoi seguaci. Al cospetto del Tribunale rivoluzionario furono accusati, senza prove, di essere degli «agenti stranieri». Il 24 Hébert andò incontro alla stessa sorte che tante volte aveva preteso per gli altri, ovvero “radersi con la lama nazionale”.

Esecuzione di Luigi XVI con la ghigliottina installata in Place de la Concorde. Gennaio 1793. XVIII secolo. Museo Carnavalet, Parigi

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Il 30 marzo, una settimana più tardi, Danton, Desmoulins e altri indulgenti furono arrestati e deferiti al Tribunale assieme ad alcuni cittadini che si erano veramente macchiati di frode. Difatti non era infrequente che venissero accomunati e confusi delitti comuni e politici. Sempre combattivo, negli interrogatori Danton affermò: «La mia voce non sarà udita soltanto da voi, bensì da tutta la Francia». Era proprio quello che il Tribunale non pareva disposto a permettere. Gli imputati vennero perciò tenuti nascosti fino all’ineluttabile sentenza di condanna a morte. La fine di Danton fece rabbrividire Parigi. Il libraio Ruault confessò d’inorridire. Sostenne: «La rivoluzione divora i suoi propri figli; uccide i suoi fratelli; corrode le sue viscere» e «si è trasformata nel più orribile e crudele dei mostri». Sotto l’autorità indiscussa di Robespierre e del Comitato di salute pubblica, la macchina repressiva non si arrestò mai. L’8 maggio, per esempio, fu ghigliottinato il noto chimico e biologo Antoine Lavoisier. Era stato arrestato nel novembre dell’anno precedente in quanto esattore nell’Ancien Régime; a nulla poterono le lettere dei suoi colleghi, che ne sottolineavano il valore scientifico e imploravano clemenza. E a nulla servì una sua richiesta di differire l’esecuzione per poter portare a termine un esperimento. Secondo alcuni, prima che il presidente del Tribunale firmasse la sentenza ebbe a dire: «La Repubblica non ha bisogno di eruditi e di chimici. Il corso della giustizia non può essere sospeso».

 

Decreto di arresto per Danton e i suoi seguaci fa parte del Comitato di salute pubblica, emesso il 30 marzo 1794

Decreto di arresto per Danton e i suoi seguaci fa parte del Comitato di salute pubblica, emesso il 30 marzo 1794

Foto: Roger Viollet / Aurimages

Il Grande Terrore

Due settimane più tardi, il Terrore fece un altro passo ed entrò nella fase di maggiore recrudescenza, il cosiddetto Grande Terrore. A servire da detonatore furono due attentati avvenuti a Parigi il 22 maggio, ad appena poche ore di distanza l’uno dall’altro. Prima un ex servitore sparò contro Jean-Marie Collot d’Herbois, presidente della Convenzione, che si salvò. Quasi contemporaneamente una giovane di vent’anni fu arrestata davanti alla casa di Robespierre mentre si preparava a uccidere il “tiranno”, come confessò in seguito. Entrambi gli episodi, esaltati dalla propaganda di Robespierre, aggravarono il clima di paranoia che si viveva nei circoli del potere e furono il pretesto per misure ancora più estreme contro i cospiratori. Il 10 giugno venne promulgata una legge con cui si riformava il Tribunale rivoluzionario affinché punisse in modo più efficace i nemici del popolo. Gli accusati si videro privati del diritto a un avvocato, e si autorizzò perfino l’emissione di condanne senza prove materiali, sulla sola base della «intima convinzione» di giuria e giudici.

Il risultato fu terrificante. Nei suoi quattordici mesi di esistenza il Tribunale rivoluzionario di Parigi aveva messo a morte 1.250 persone. In seguito alla nuova legge, in sole sette settimane ne condannò 1.375. Nell’ultima fase le esecuzioni giornaliere passarono da tre a quasi trenta, tante che la ghigliottina venne spostata a est della città per facilitare lo smaltimento dei cadaveri. Nessuno si sentiva più in salvo, nemmeno quei giacobini che avevano giocato un ruolo attivo nell’applicazione del Terrore. Un gruppo di deputati, con Fouché e Tallien in testa, ordì quindi un piano per spodestare Robespierre. Il 26 luglio “l’incorruttibile” si rivolse alla Convenzione per denunciare la presenza di cospiratori in seno all’assemblea e ai comitati, chiedendo una nuova depurazione sanguinaria. Tuttavia, quando vi tornò l’indomani, un coro di voci lo accolse gridando «abbasso il tiranno!». Alla fine la Convenzione votò all’unanimità per il suo arresto. Il pomeriggio seguente Robespierre e una ventina di suoi seguaci furono portati davanti al tribunale, che li condannò in base a quel processo per direttissima voluto proprio dalla terribile legge dell’aprile precedente. La ghigliottina era tornata in Place de la Révolution per mettere fine al Terrore.

 

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