I popoli del mare, una grave minaccia per l'Egitto

Tra il XIII e il XII secolo a.C. gruppi di guerrieri d'incerta origine seminarono distruzione nel Mediterraneo orientale. Solo l’Egitto di Ramses III riuscì a respingere gli invasori, ma non poté più rappresentare quella grande potenza che era stato in passato

Tempio funerario di Ramses III, Tebe. I rilievi e le iscrizioni che celebrano le campagne militari del faraone decorano il muro settentrionale dell’edificio

Tempio funerario di Ramses III, Tebe. I rilievi e le iscrizioni che celebrano le campagne militari del faraone decorano il muro settentrionale dell’edificio

Foto: Jan Wlodarczyk / Age fotostock

Fin dal XIV secolo a.C. l’Egitto faraonico dovette subire i ripetuti attacchi di eterogenee coalizioni di pirati-guerrieri, la cui origine è tuttora controversa, i cosiddetti popoli del mare. Provenienti probabilmente dall’Europa centro-orientale, tali popolazioni divennero presto note per le loro razzie lungo le coste orientali del Mediterraneo e per la loro attività mercenaria nel levante e in Egitto.

Nel XIII secolo a.C. Ramses II sconfisse un contingente di feroci guerrieri shardana, l’etnia dei popoli del mare forse proveniente dalla Sardegna che per prima minacciò la terra egizia. Tuttavia, apprezzandone il grande valore in battaglia, il faraone arruolò i prigionieri nel suo esercito in qualità di mercenari.

In seguito, ai tempi di Merenptah, figlio e successore di Ramses II, una coalizione di tribù libiche e popoli del mare tentò d'insediarsi con la forza nella zona del Delta, ma fu respinta, come testimonia la Grande iscrizione del faraone nel tempio di Karnak. Del resto, anche Ramses III, che salì al trono d’Egitto intorno al 1184 a.C., dovette fronteggiare vari tentativi d’invasione da parte di queste genti.

Placca di fayence in cui figurano un prigioniero libico, due nubiani e un siriano. Il faraone fece ritrarre nel suo tempio di Medinet Habu le immagini dei nemici dell’Egitto con il loro caratteristico abbigliamento

Placca di fayence in cui figurano un prigioniero libico, due nubiani e un siriano. Il faraone fece ritrarre nel suo tempio di Medinet Habu le immagini dei nemici dell’Egitto con il loro caratteristico abbigliamento

Foto: Dagli Orti / Art archive

Già all’epoca di Merenptah l’Egitto, che nei due secoli precedenti aveva costituito insieme agli ittiti una delle due grandi potenze del Vicino Oriente, aveva iniziato un lento e inarrestabile declino. Durante il regno di Ramses III, il Paese dei faraoni subì due volte l’incursione delle tribù libiche, oltre a un assalto da parte dei temibili popoli del mare. In entrambi i casi l’esercito egizio ne uscì vincitore, seppur pagando un prezzo molto alto.

La difesa dell’impero

Nel 1180 a.C. una coalizione di tribù libiche capeggiata dai libu tentò di invadere il Delta occidentale. Alcuni rilievi del tempio di Milioni di anni o Tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu, situato sulla riva occidentale del Nilo nei pressi di Tebe, recano testimonianza di una cruenta campagna militare: dopo ripetute sconfitte, i libici furono costretti ad allontanarsi dall’Egitto.

Tuttavia poco tempo dopo, nel 1177 a.C., si profilò all’orizzonte un pericolo ancora più grave. Una lunga iscrizione geroglifica incisa sulla parete esterna delle mura di cinta del tempio di Medinet Habu rivela che un’orda composta di popoli eterogenei aveva devastato l’Anatolia, parte della Siria e Cipro: «I Paesi stranieri ordirono un complotto nelle loro isole. La guerra si diffuse contemporaneamente in tutti i Paesi e li sconvolse e nessuno poté resistere alle loro armi, a cominciare dagli Hatti [l’impero ittita], Qode, Karkemish, Arzawa e Alashiya».

«Nessuno poté resistere alle loro armi» recita, a proposito dei popoli del mare, un’iscrizione egizia del XIII secolo a.C.

Da quei luoghi, poi, i feroci invasori erano avanzati verso sud, per terra e per mare, minacciando gli stessi territori egizi: «Un accampamento fu posto in una località di Amor ed essi devastarono e spopolarono quel Paese come se non fosse mai esistito. Essi avanzarono verso l’Egitto, con le fiamme davanti a sé. La loro confederazione era formata dai Peleshet, Tjeker, Shekelesh, Danuna e Weshesh. Essi si impossessarono dei Paesi di tutta la Terra, con cuore risoluto e fiducioso dicendo: ‘il nostro piano è compiuto!’». Tali inquietanti notizie erano presto giunte alle orecchie del faraone, il quale si preparò ad affrontare la guerra imminente, consapevole che dal suo successo o fallimento sarebbe dipesa la sopravvivenza stessa dell’Egitto.

Guerrieri-pirati dipinti su un cratere miceneo. XIII secolo a.C. Museo archeologico nazionale, Atene

Guerrieri-pirati dipinti su un cratere miceneo. XIII secolo a.C. Museo archeologico nazionale, Atene

Foto: dea / album

Rilievo romano del II secolo d.C. che rappresenta un combattimento navale. In acqua si vedono i corpi di alcuni soldati. Museo archeologico, Venezia

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Battaglie sanguinose

Dapprima, Ramses III potenziò la flotta e riorganizzò l’esercito, che rafforzò arruolando un vasto numero di mercenari nubiani, libici, asiatici e shardana. Migliaia di uomini vennero poi stanziati sulla frontiera orientale del Delta, nei pressi di Pi-Ramses, – la capitale dell’Egitto sotto tutti i sovrani ramessidi – e gli sbocchi del Nilo furono fortificati. Altre guarnigioni ebbero inoltre l’incarico di presidiare il sud della Palestina.

Nell’iscrizione del tempio di Medinet Habu Ramses III in persona descrive la strategia approntata per annientare le forze nemiche: «Stabilii il mio fronte nel Djahi [una zona tra la Palestina e il Libano], tenni pronti ad affrontarli i principi locali, i comandanti di guarnigione e i Maryannu [guerrieri di professione provenienti dall’altopiano iranico]. Feci approntare la foce del fiume a guisa di vallo fortificato, con navi da guerra, galere e navigli leggeri, che furono equipaggiati da prua a poppa con arditi combattenti che portavano le loro armi; il fior fiore della fanteria egizia, simili a leoni ruggenti sulle montagne».

Così, il faraone si apprestò a combattere il nemico su due fronti distanti tra loro: uno terrestre e uno navale. L’armata egizia venne suddivisa in due grandi unità, disposte in punti strategici; la flotta, appostata nell’area orientale del Delta, sarebbe rimasta in attesa delle navi avversarie, mentre reparti di fanteria e di carri marciarono verso la terra di Canaan per bloccare l’avanzata degli invasori prima che raggiungessero la penisola del Sinai.

I rilievi del tempio di Medinet Habu raffigurano la distribuzione delle armi ai soldati – archi compositi, faretre, spade ricurve ed elmi –, oltre a due grandi scene di guerra. Gli imponenti bassorilievi rappresentano l’esercito aggressore che attraversa le pianure, seminando morte e distruzione al suo passaggio: orde di guerrieri avanzano insieme alle loro famiglie, che li seguono su pesanti carri trainati da buoi, ma, colte di sorpresa dall’armata egizia in una zona compresa tra la Palestina e il Libano, vengono sbaragliate. Gli shardana appaiono equipaggiati con lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo; indossano inoltre un gonnellino corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna. Alcuni cadaveri vengono travolti e schiacciati dai carri, mentre le donne e i bambini cadono prigionieri.

Gli egizi si scontrano con un contingente di guerrieri peleshet, che indossano il loro caratteristico elmo ornato di piume. Tempio funerario di Medinet Habu

Gli egizi si scontrano con un contingente di guerrieri peleshet, che indossano il loro caratteristico elmo ornato di piume. Tempio funerario di Medinet Habu

Foto: Erich Lessing / Album

La vittoria del faraone interruppe la marcia terrestre dei popoli del mare, ma non poté impedire che questi s'insediassero lungo le coste della terra di Canaan, occupando località che fino ad allora erano appartenute alla sfera d’influenza egizia. In ogni caso, la presenza di donne e bambini in mezzo alle truppe sconfitte lascia intuire che si trattasse di un movimento migratorio e non solo di un tentativo di conquista militare.

Nel frattempo, si era diretta alla foce del Nilo la flotta dei popoli del mare, formata da navi dotate di una vela quadrata e le cui estremità terminavano con una testa di uccello; le navi egizie, invece, avevano la prua decorata con una testa di leone. Grazie al grande bassorilievo di Medinet Habu è stato possibile ricostruire lo svolgimento della battaglia navale: la flotta egizia era stata raggruppata intorno a una delle bocche del Nilo, in modo da costituire un vero e proprio sbarramento; gli arcieri e i frombolieri, protetti da elmi e corsaletti a fasce orizzontali, erano tutti al loro posto sul ponte, mentre a prua si erano radunati i soldati armati di mazza e di scudo. Le navi nemiche furono avvistate da lontano, così gli egizi ebbero il tempo di prepararsi all’attacco e, prima di procedere all’abbordaggio, sommersero gli aggressori sotto una pioggia di dardi.

La flotta egizia si dispose intorno a una delle bocche del Nilo, così da costituire uno sbarramento

Tale strategia si sarebbe rivelata vincente, come chiarisce l’iscrizione celebrativa di Ramses III: “Quelli che si avvicinarono per mare furono accolti dal fuoco alla foce del fiume, e un muro di lance li circondò sulla spiaggia. Furono respinti e stesi sulla riva, morti e ammucchiati dalla poppa alla prua delle loro navi. Tutti i loro beni furono lanciati in acqua”.

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Morte e distruzione nel Delta

A differenza delle navi da guerra egizie, dotate di remi oltre che di vela, quelle dei popoli del mare ne appaiono prive, un particolare che le avrebbe rese meno manovrabili, soprattutto in spazi ristretti e vicino alla riva. Così, come illustra il bassorilievo della battaglia navale, la flotta del faraone poté accerchiare con estrema facilità le imbarcazioni avversarie, alcune delle quali appaiono rovesciate. Gli invasori sono raffigurati con i loro caratteristici copricapi a due corna o ornati di piume (nel caso dei peleshet); sono inoltre muniti di un’armatura intessuta di fasce di lino e di cuoio, rinforzata con il bronzo, e armati con spade corte, lunghe lance e scudi rotondi.

I popoli del mare dispongono di un tipo di imbarcazione diffusa forse nel Mediterraneo orientale, che prefigura le navi fenicie di epoca successiva

I popoli del mare dispongono di un tipo di imbarcazione diffusa forse nel Mediterraneo orientale, che prefigura le navi fenicie di epoca successiva

Foto: Navistory

A destra del rilievo campeggia la grande figura del faraone con indosso la corona cerimoniale di guerra azzurra, detta khepresh; il sovrano è colto nell’atto di scoccare una freccia, mentre ai suoi piedi giacciono i corpi dei nemici uccisi. Nel registro inferiore figurano poi i prigionieri, con le braccia legate al collo, scortati da soldati egizi che non mostrano per loro alcuna pietà. In un altro bassorilievo sono infine rappresentati gli scribi, i quali, come di consueto, una volta terminata la battaglia si dedicano alla stima del bottino di guerra e dei nemici morti, che effettuano conteggiando il numero delle mani destre tagliate ai caduti.

Ramses III respinge l'invasione dei popoli del mare. Tempio funerario di Medinet Habu (Tebe)

Ramses III respinge l'invasione dei popoli del mare. Tempio funerario di Medinet Habu (Tebe)

Foto: MB Creativitat

Secondo quanto afferma Ramses III nel papiro Harris, redatto al tempo di Ramses IV, il faraone rispedì i danuna alle loro isole, mentre «i Tjeker e i Peleshet furono fatti cenere». Tuttavia, nonostante la vittoria sui popoli del mare, l’Egitto uscì profondamente indebolito dagli scontri e non si sarebbe più risollevato. Senza dubbio, il trionfo di Ramses III risulta notevolmente amplificato nelle iscrizioni di Medinet Habu, dal carattere squisitamente encomiastico e celebrativo. In realtà, in seguito all’assalto dei popoli del mare l’Egitto perse il controllo di Canaan e della Siria, territori strategici dal punto di vista commerciale.

Di fatto il regno di Ramses III, funestato peraltro da una profonda crisi economica e dalle tensioni sociali che ne erano scaturite, fu segnato da un tragico epilogo, poiché una congiura di palazzo pose fine alla vita del faraone. Con la sua morte si chiuse definitivamente un’epoca di splendore, iniziata fin dai tempi di Tuthmosis III (XVIII dinastia), quando l’Egitto si era trasformato nella grande potenza politica ed economica del Vicino Oriente.

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Per saperne di più

Haou-Nebout. I popoli del mare. Widmer Berni, Antonella Chiappelli, Pendragon, Bologna, 2008.

Ramesses II il Grande. Franco Cimmino, Bompiani, Milano, 2000.

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