Genepil, l'ultima regina della Mongolia

Dopo aver sofferto ogni tipo di difficoltà la regina Genepil, l'ultima consorte monarca della Mongolia, fu giustiziata nel 1938 con l'accusa di tradimento durante la campagna di repressione condotta dall'esercito sovietico contro la società e la cultura mongola

La storia di Genepil, ultima regina consorte della Mongolia e vittima della repressione stalinista, affascina da generazioni il suo Paese e non solo. L'abito regale di questa sovrana, e soprattutto il suo voluminoso copricapo, ispirarono il regista George Lucas come modello per il personaggio della regina Padmé Amidala nel film La minaccia fantasma, dalla saga di Guerre stellari. La figlia dell'ex regina di Mongolia, Tserenkhand, ora anziana e sopravvissuta a quella purga, ha ricordato con commozione come un giorno sua madre fu improvvisamente portata via. Non la rivide mai più: «La presero di notte e la portarono via. Non ci svegliò, lasciò solo un po' di zucchero sui nostri cuscini. Ricordo ancora la gioia per la scoperta di quella rara prelibatezza al mattino». In Mongolia migliaia di persone furono assassinate durante le rappresaglie del regime stalinista nel decennio del 1930. Queste purghe interessavano tutte le classi sociali: aristocrazia, ministri, funzionari e gente comune. La dimostrazione è che neppure Genepil, la monarca consorte, fu risparmiata.

La regina Genepil indossa abiti reali. Fotografia scattata nel 1923

La regina Genepil indossa abiti reali. Fotografia scattata nel 1923

Foto: Pubblico dominio

Una moglie per il khan

Dal 1923 regnò in Mongolia l'ottavo Jebtsundamba Khutuktu, capo spirituale del buddismo lamaista mongolo,che fu nominato imperatore (khan) con il nome di Bogd Khan, e che governò sotto lo stretto controllo del governo sovietico. La sua ultima moglie, Ekh Dagina, era considerata un'emanazione della Tara Bianca, una divinità femminile che rappresenta compassione, lunga vita, guarigione e serenità. Dopo la sua morte Bogd Khan, a 53 anni, prese la ferma decisione di non risposarsi. La corte però non era dello stesso avviso: un imperatore doveva avere al proprio fianco una moglie che conferisse alla dinastia un'immagine di normalità. Così la guardia personale dell'imperatore si occupò di cercare una nuova moglie che, proprio come Bogd Khan, avrebbe governato solo nominalmente.

Quell'estate iniziò la ricerca della nuova regina. I funzionari reali incaricati di trovarla iniziarono a cercare tra le donne del gruppo etnico khalkha, riducendo la scelta a quindici giovani di età compresa tra i 18 e i 20 anni. La prescelta fu una ragazza di 19 anni esponente di una nobile famiglia nel nord della Mongolia chiamata Tseyenpil. Come avrebbe spiegato sua figlia anni dopo, Tseyenpil fu rapita e portata a palazzo, dove apprese che cosa ci sia aspettava da lei. Appena giunta a corte, il suo nome fu cambiato in quello che avrebbe portato come regina da quel momento in avanti: Genepil. Nemmeno il recente matrimonio della giovane, avvenuto pochissimo tempo prima in seno alla propria comunità riuscì a impedire quella nuova unione: la corte imperiale pensava infatti che, vista l'avanzata età dell'imperatore, Genepil sarebbe rimasta presto vedova e sarebbe potuta tornare dal suo primo marito.

Bogd Khan, ultimo imperatore della Mongolia. Ritratto dell'artista mongolo Marzan Sharav

Bogd Khan, ultimo imperatore della Mongolia. Ritratto dell'artista mongolo Marzan Sharav

Foto: Pubblico dominio

L'ex-regina prigioniera

In effetti Bogd Khan morì poco tempo dopo, il 20 maggio 1924. Con la sua morte la monarchia fu abolita e Genepil potè fare ritorno dalla sua famiglia, anche se non si sa se ad aspettarla trovò ancora il suo primo sposo. Secondo alcune cronache si risposò con un ex lottatore di nome Luvsandamba, dal quale si dice che abbia avuto cinque figli. Intanto, dopo la morte dell'ultimo khan della Mongolia, i sovietici videro la strada spianata per iniziare una dura repressione contro la popolazione. Alla fine degli anni '30 il governo sovietico iniziò ad accusare gli intellettuali mongoli di ogni tipo di crimine, sostenendo che molti di loro volevano distruggere la sovranità popolare con l'aiuto del Giappone. Da quel momento in poi si susseguirono le purghe e iniziarono gli arresti e gli omicidi con l'obiettivo di porre fine alla cultura mongola. Tra coloro che furono detenuti nel 1937 c'era anche una donna di 33 anni: l'ex regina Genepil, accusata di tradimento dal ministero dell'Interno.

La regina consorte Genepil della Mongolia in uno dei suoi abiti da cerimonia

La regina consorte Genepil della Mongolia in uno dei suoi abiti da cerimonia

Foto: Pubblico dominio

Alla fine degli anni '30 il governo sovietico iniziò ad accusare gli intellettuali mongoli di tutti i tipi di crimini sulla base del fatto che molti di loro volevano distruggere la sovranità popolare con l'aiuto del Giappone

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L'incaricata degli interrogatori era una donna di nome Khentii che aveva imparato molto bene le tecniche utilizzate dalla Čeka – l'intelligence politica e militare bolscevica – per carpire informazioni ai prigionieri. Genepil fu accusata di aver istigato una ribellione per rovesciare il regime sovietico e ripristinare il potere dei khan e fu sottoposta a terribili torture. Nonostante questo, non ci sono prove che abbia firmato una confessione: l'unico documento che può essere messo in relazione con lei sono alcuni fogli con macchie violacee che sembrano impronte digitali difficili da identificare.

A morte prima del tempo

Nel corso della sua prigionia Genepil, incinta di cinque mesi, subì ogni tipo di privazione, fu torturata e costretta a trascorrere infinite ore all'aperto e al gelo. Alla fine, nel 1938, quando una commissione speciale decise la sorte che l'ex regina avrebbe dovuto affrontare, era già morta. Le avevano sparato. Genepil fu riconosciuta colpevole in contumacia di aver tentato di restaurare la monarchia in Mongolia con il sostegno del Giappone imperialista. Solo più di mezzo secolo dopo, quando furono indagati i casi di repressione sovietica in Mongolia, Genepil, la giovane donna che fu regina della Mongolia per un anno, riuscì a riconquistare la sua dignità così crudelmente portata via.

Thangka tibetano che rappresenta le quattro Tara: la bianca, la rossa, la blu e la gialla. Secolo XVIII. Rubin Museum of Art, New York

Thangka tibetano che rappresenta le quattro Tara: la bianca, la rossa, la blu e la gialla. Secolo XVIII. Rubin Museum of Art, New York

Foto: Pubblico dominio

Thangka tibetano che rappresenta le quattro Tara: la bianca, la rossa, la blu e la gialla. Secolo XVIII. Rubin Museum of Art, New York


 

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