Galileo, lo scienziato contro la Chiesa

Le sue osservazioni astronomiche compiute grazie al telescopio rivoluzionarono la concezione dell’universo, sconfessando le Sacre scritture, ma la reazione dell’Inquisizione non si fece attendere

Fisico, astronomo, matematico, filosofo, Galileo Galilei, figura dal poliedrico talento, godette di notevole prestigio e autorevolezza per gran parte della propria vita. Egli scelse di non rimanere nell’ombra e si calò nelle vesti dello scienziato militante, ben consapevole della necessità di riformare lo stesso metodo d’indagine, basandolo sull’osservazione e l’esperimento in opposizione alla tradizione accademica fondata sul principio di autorità (ipse dixit). Fin dai primi anni della giovinezza, Galileo si dedicò alla meccanica, disciplina che studia il moto e l’equilibrio dei corpi, tornata prepotentemente in auge alla fine del XVI secolo. Durante i suoi anni a Pisa, prima come studente e poi come professore di matematica presso l’ateneo della città, si accostò in modo nuovo a questioni antiche, dimostrando il principio che la velocità di caduta dei gravi non è in relazione con il loro peso. Eppure già allora iniziò a destare polemiche. Così, nel 1592, all’età di 28 anni, si trasferì all’Università di Padova, dove avrebbe trovato un ambiente particolarmente stimolante, ideale per portare avanti le proprie ricerche.

In ogni caso, fu solo nel 1610 che lo studioso assurse a fama e rinomanza internazionale, in seguito alla pubblicazione del Sidereus Nuncius, un “annuncio astronomico” con cui proclamava le dirompenti scoperte da lui compiute scrutando il cielo con un telescopio. Si trattava di un’opera rivoluzionaria che confermava empiricamente la teoria eliocentrica di Copernico e sanciva il decisivo superamento dell’antica visione aristotelico-tolemaica del cosmo. Possiamo solo immaginare l’enorme impressione suscitata in tutta Europa dal testo di Galileo, che con le sue osservazioni scardinava il modello geocentrico dell’universo, una concezione rimasta immutata per quasi venti secoli e, per di più, intimamente legata all’interpretazione delle Sacre scritture e a posizioni dottrinali della teologia cristiana.

Un Galileo ormai anziano e stanco, con in mano uno dei suoi telescopi, è ritratto da Justus Sustermans nel 1636, tre anni dopo la sua condanna da parte dell’Inquisizione. National Maritime Museum, Londra

Un Galileo ormai anziano e stanco, con in mano uno dei suoi telescopi, è ritratto da Justus Sustermans nel 1636, tre anni dopo la sua condanna da parte dell’Inquisizione. National Maritime Museum, Londra

Foto: National Maritime Museum, London / Scala, Firenze

     

Il telescopio

Quando nell’estate del 1609 Galileo seppe che alcuni occhialai olandesi avevano realizzato un congegno ottico «per mezzo del quale gli oggetti, benché situati lontano dall’occhio di chi guardava, apparivano distintamente, come fossero vicini», intuì subito l’importanza dell’invenzione e si accinse a perfezionarla. Nell’autunno avrebbe rivolto il nuovo dispositivo verso il cielo, trasformandolo da semplice curiosità ottica a strumento di inestimabile valore per l’osservazione astronomica.

Benché secondo alcuni storici il primo a puntare un telescopio sulla luna sarebbe stato il matematico e astronomo inglese Thomas Harriot, nell’agosto del 1609, è certo che fu Galileo a sfruttarne appieno le potenzialità scientifiche. Al termine di una serie di esperimenti, egli arrivò a fabbricare «uno strumento eccellente, così che gli oggetti con esso osservati apparivano circa mille volte maggiori e più di trenta volte più vicini di quanto apparissero alla visione naturale». Grazie al suo ausilio, gli astri conosciuti svelarono caratteristiche inattese e nuovi corpi celesti si aggiunsero a quelli del vecchio cosmo tolemaico.

Il telescopio di galileo, realizzato tra il 1609 e il 1610 perfezionando un precedente modello del fiammingo Johannes Lippershey. Galileo vi aggiunse il micrometro, per misurare la distanza dei corpi celesti

Il telescopio di galileo, realizzato tra il 1609 e il 1610 perfezionando un precedente modello del fiammingo Johannes Lippershey. Galileo vi aggiunse il micrometro, per misurare la distanza dei corpi celesti

Foto: Scala, Firenze

   

Quegli stessi astri, adorati come divinità da antiche civiltà quali sumeri, assiri ed egizi, e ritenuti dai tempi di Aristotele perfettamente sferici e levigati, apparivano ora ben diversi agli occhi di Galileo. Lo scienziato appurò che la superficie lunare era segnata in realtà da avvallamenti e montuosità; il nostro satellite si mostrava dunque per questo aspetto simile alla Terra. Si accorse, inoltre, che Venere presentava fasi come la Luna e ne dedusse perciò che entrambi gli oggetti celesti fossero illuminati dal Sole. Si meravigliò poi scorgendo gli anelli di Saturno, che per via della limitata potenza del suo telescopio gli apparivano come strane protuberanze («orecchie») ai lati del pianeta. In più, rilevò che attorno a Giove ruotavano ben quattro satelliti, scoperta che metteva decisamente in crisi la teoria geocentrica, secondo cui ogni corpo celeste orbitava intorno alla Terra. Lo studioso poté constatare, infine, che le stelle erano infinitamente più numerose di quanto fino allora si fosse pensato.

«Così infinitamente rendo grazie a Dio che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta». Così, il 30 gennaio 1610, Galileo annunciava la scoperta dei satelliti di Giove, i primi corpi celesti a essere aggiunti al sistema solare dai tempi delle osservazioni degli antichi Greci

Galileo pubblicò i risultati delle sue osservazioni nel Sidereus Nuncius e una copia dell’opera giunse fino alla corte imperiale di Praga. Qui ottenne l’approvazione dei più noti astronomi del tempo: non solo da parte di Keplero, massimo esponente della teoria copernicana, ma persino di Cristoforo Clavio, potente esponente della Compagnia di Gesù.

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Apostolo della scienza moderna

Accanto al plauso e all’ammirazione, il Sidereus Nuncius suscitò però feroci polemiche e le straordinarie scoperte che vi erano descritte furono da molti attribuite ai difetti delle lenti utilizzate dallo scienziato. Del resto, esse aprivano prospettive interamente nuove poiché accettare le rivelazioni di Galileo significava abbracciare l’ipotesi di Copernico, che per primo aveva posto il Sole immobile al centro dell’universo e la Terra e tutti gli altri pianeti in rotazione intorno all’astro.

Galileo Galilei spiega le sue nuove teorie all’Università di Padova. Dipinto di Felix Parra, 1873. Museo Nacional de Arte. Città del Messico

Galileo Galilei spiega le sue nuove teorie all’Università di Padova. Dipinto di Felix Parra, 1873. Museo Nacional de Arte. Città del Messico

Foto: Dea / Scala, Firenze

     

In realtà, gli studiosi dell’epoca non erano tutti sostenitori intransigenti della teoria geocentrica tradizionale, formulata dall’astronomo alessandrino Claudio Tolomeo nel II secolo d.C. e accreditata come vera dalla Chiesa cattolica. Molti astronomi gesuiti propendevano per il compromesso astronomico proposto dal danese Tycho Brahe, autore di un sistema planetario che mediava tra Tolomeo e Copernico: intorno alla Terra, immobile e centrale, ruotano solo la Luna e il Sole, gli altri cinque pianeti seguono orbite circolari intorno al Sole. Così, inizialmente i gesuiti dimostrarono grande e sincero interesse per le teorie di Galileo, che d’altra parte non si era posto esplicitamente il problema delle conseguenze teologiche delle sue asserzioni scientifiche. Egli difendeva con vigore la validità della posizione copernicana senza vedervi alcuna contraddizione con la fede cattolica.

Poco dopo la pubblicazione del suo libro, lo scienziato lasciò Padova e si recò a Firenze, presso la corte del granduca di Toscana Cosimo II, che lo nominò suo matematico e filosofo. Quando visitò Roma nella primavera del 1611 per presentare il telescopio, fu accolto benevolmente sia da papa Paolo V e dai gesuiti del Collegio Romano, sia dai membri dell’Accademia dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo, di cui entrò a far parte. Egli confidava nei buoni rapporti che lo legavano a influenti prelati quali i cardinali Roberto Bellarmino e Maffeo Barberini, colto e raffinato umanista, interessato alle nuove idee scientifiche che si andavano diffondendo nell’Italia del XVII secolo. Ben presto però il clima intorno a lui sarebbe cambiato.

L’Osservatorio Astronomico di Padova, XVIII sec. Nel 1592 il Senato di Venezia approvò la nomina di Galileo all’Università di Padova con 149 voti favorevoli e 8 contrari

L’Osservatorio Astronomico di Padova, XVIII sec. Nel 1592 il Senato di Venezia approvò la nomina di Galileo all’Università di Padova con 149 voti favorevoli e 8 contrari

Foto: Matteo Carassale / Fototeca 9x12

Tra il 1610 e il 1630, Galileo avrebbe continuato a perlustrare il cielo con il suo telescopio. Quasi contemporaneamente all’astronomo e teologo olandese David Fabricius e al gesuita tedesco Christoph Scheiner scoprì le macchie solari, che mettevano in crisi la concezione del Sole come astro perfetto e immutabile. Nel 1616 divulgò un’altra opera, Discorso sul flusso e riflusso del mare, in cui esaminava le teorie tolemaica e copernicana alla luce del fenomeno delle maree, e nel 1619 diede alle stampe il Discorso sulle comete, teso a confutare le tesi del gesuita Orazio Grassi in tema astronomico.

Il primo ammonimento

Frattanto Galileo andava sostenendo sempre più apertamente le proprie idee copernicane e nel dicembre 1615 inviò una lunga lettera alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena. Si tratta del suo pronunciamento più approfondito sui rapporti tra scienza e Sacre scritture. Ciò gli valse un primo scontro con l’Inquisizione. Nel febbraio 1616 una commissione di undici teologi esaminò i suoi scritti e «stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica» la proposizione secondo cui il Sole è il centro immobile del mondo, e altrettanto «erronea rispetto alla fede» la tesi del moto terrestre. Poco dopo Galileo fu convocato dal cardinale Bellarmino, che gli impose con formale ammonizione di astenersi dal professare la dottrina copernicana.

Le nuove scoperte di Galileo mettevano in crisi la tradizionale visione del mondo

Tuttavia, quando nel 1623 il cardinale Maffeo Barberini, vecchio amico e ammiratore dello scienziato, salì al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII, Galileo si sentì di nuovo al sicuro. Così pubblicò Il saggiatore, in cui delineava una difesa del proprio operato e l’apologia della ricerca scientifica, e nel 1632 si azzardò a dare alle stampe la sua opera più celebre: il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.

Frontespizio del 'Sidereus Nuncius' di Galileo. 1610. Bibliothèque nationale, Parigi

Frontespizio del 'Sidereus Nuncius' di Galileo. 1610. Bibliothèque nationale, Parigi

Foto: Bridgeman / Index

     

L’ultima battaglia

Scritto sotto forma di dialogo fra tre personaggi, il Dialogo non difendeva direttamente il programma copernicano – sostenuto dalla figura di Filippo Salviati –, ma lo poneva a confronto con il punto di vista tolemaico, difeso dal filosofo aristotelico Simplicio, incarnazione di quegli acritici assertori del “principio di autorità” tanto deprecato da Galileo. Naturalmente, ciò che emerge con maggiore immediatezza nel trattato è la dimostrazione dell’inconsistenza scientifica dell’impostazione aristotelica. Galileo però aveva commesso un errore illudendosi che la Curia romana e lo stesso papa avrebbero potuto tollerare un simile attacco al sapere tradizionale.

A pochi mesi dalla pubblicazione l’opera venne sequestrata e Galileo, richiamato a Roma, fu sottoposto a processo dal Tribunale del Sant’Uffizio. Giudicato reo di aver trasgredito agli ordini della Chiesa, il 22 giugno 1633 fu costretto a pronunciare una pubblica abiura inginocchiato davanti ai cardinali inquisitori. Il padre della scienza moderna avrebbe trascorso gli ultimi anni di vita confinato nella sua villa di Arcetri, dove malgrado le difficili condizioni di salute non abbandonò mai gli amati studi.

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