Franklin D. Roosevelt, l’audacia contro la paura

Quattro volte presidente degli Stati Uniti, guida il Paese attraverso la crisi del ’29 e la Seconda guerra mondiale. Con il New deal getta le basi per rendere gli USA una potenza mondiale

Sono da poco passate le 13.30 quando squilla il telefono alla Casa bianca. È il 7 dicembre 1941: il presidente degli Stati uniti Franklin Delano Roosevelt ha appena terminato il pranzo e probabilmente si trova ancora nella sala ovale, quando riceve una chiamata da Frank Knox, segretario della marina militare americana. Poco prima, decine di aerei da guerra giapponesi avevano attaccato la base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle Hawaii. La notizia cambia drasticamente le sorti del Paese e del presidente in carica, che il giorno successivo pronuncia uno dei discorsi più celebri della storia americana, portando gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.

All’apice della propria parabola politica – ben quattro mandati consecutivi – F.D. Roosevelt rientra a rigore tra i più popolari presidenti statunitensi e tra le figure più controverse del XX secolo. Il coraggio di osare ha dato corpo a politiche rivoluzionarie – tra tutte il New deal – per risollevare l’America dalla grande crisi del '29 e condurre il secondo conflitto mondiale, assicurando agli Stati Uniti un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale.

Franklin Delano Roosevelt in un ritratto di Vincenzo Laviosa dei primi anni trenta

Franklin Delano Roosevelt in un ritratto di Vincenzo Laviosa dei primi anni trenta

Foto: Pubblico dominio

Un avvocato in marina

Franklin Delano Roosevelt nasce il 30 gennaio 1882 a Hyde Park, città nello stato di New York. Discende da una famiglia di commercianti olandesi – i Van Roosevelt – che duecento anni prima si erano insediati nel Nuovo Mondo traendo profitto dalla coltivazione di canna da zucchero e dalla compravendita di minerali. Da bambino Franklin riceve un'educazione domestica, cui si aggiunge lo studio delle lingue straniere, rafforzato dai frequenti viaggi in Europa con la famiglia. All’età di quattordici anni viene ammesso alla Groton School, collegio privato destinato ai figli dell’élite americana, e prosegue gli studi alla Columbia Law school e ad Harvard. I risultati accademici sono nella media, ma in lui spicca già la tendenza alla leadership che pochi anni più tardi gli consentirà di farsi strada in politica.

Dopo aver lavorato per alcuni anni come avvocato specializzato in diritto marittimo, nel 1910 viene eletto senatore democratico dello stato di New York, riuscendo a conquistare un seggio storicamente repubblicano. Nel 1913, durante il governo di Thomas W. Wilson, diventa sottosegretario di stato alla marina e rimane a Washington per otto anni.

Il sottosegretario alla marina Franklin Delano Roosevelt alla sua scrivania

Il sottosegretario alla marina Franklin Delano Roosevelt alla sua scrivania

Foto: Pubblico dominio

La Prima guerra mondiale offre al giovane Franklin l'opportunità di partecipare in prima persona agli incontri diplomatici in Regno Unito, Italia e Francia, per negoziare gli accordi di chiusura del conflitto. Nel 1921 una grave forma di poliomielite lo colpisce duramente, costringendolo su una sedia a rotelle. Ciò non gli impedisce di tornare in politica e raggiungere i vertici del partito democratico, diventando governatore di New York nel 1928.

Verso un "nuovo indirizzo"

L'anno successivo scoppia la grande depressione: il crollo della borsa di Wall Street travolge l'economia statunitense con durissime ripercussioni a livello internazionale. Per Roosevelt è il momento di tentare il colpo alla Casa bianca: nel 1932 viene eletto presidente degli Stati Uniti, proponendo un “nuovo indirizzo” (New deal) al popolo americano, lungo «il sentiero della fede, della speranza e dell’amore verso il prossimo». Con queste parole presenta un corposo piano di riforme economiche e sociali per risollevare il Paese dalla peggiore crisi del XX secolo.

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Salari più alti e orari lavorativi ridotti, svalutazione del debito per favorire le esportazioni, assicurazioni sociali a favore dei ceti svantaggiati e il controllo del sistema bancario sono solo alcune delle voci all'indice del nuovo programma governativo, che pur incontrando il favore dei progressisti trova forte opposizione tra chi detiene potere e interessi economici. Anche l’opinione pubblica si divide, per poi riconfermarlo alla guida del Paese nel 1936, sulla scia delle riforme introdotte che tre anni più tardi consentono di arginare la fase più acuta della crisi.

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«Come la prima bottiglia di champagne»

Sulla figura di Roosevelt molto è stato detto. Nel 1932 il giudice della corte suprema Oliver Wendell Holmes lo definì un uomo con «un intelletto di seconda classe, ma un temperamento di prima classe». Parole non troppo lusinghiere, soprattutto se paragonate alla reputazione dello zio Theodore Roosevelt, che trent’anni prima lo aveva preceduto al seggio presidenziale. Distante per orientamento politico e formazione, Franklin si rivolge a zio Theodore con grande rispetto e ammirazione. Tramite lui conosce la cugina Eleanor, donna di grande intelligenza, cultura e spirito: si sposano nel 1905, dall’unione nasceranno sei figli. Eleanor sarà la prima first lady attivista, impegnata nella divulgazione delle politiche sociali promosse dalla Casa bianca.

Franklin Delano Roosevelt ed Eleanor Roosevelt a Hyde Park nel 1905

Franklin Delano Roosevelt ed Eleanor Roosevelt a Hyde Park nel 1905

Foto: Pubblico dominio

Tra i punti di forza attribuiti al presidente c’è una forte capacità empatica, in grado di toccare le corde emotive dei propri interlocutori e guadagnare la loro fiducia. Sa parlare alla popolazione e sa spuntarla in contesti diplomatici, in cui il suo carisma brilla più delle nozioni. Il primo ministro britannico Winston Churchill affermerà che «il primo incontro con Roosevelt è stato come stappare la prima bottiglia di champagne: conoscerlo è stato come sorseggiarne un bicchiere». La buona relazione tra i due sarà fondamentale per costruire e rafforzare l’asse politico e militare tra Stati Uniti ed Europa, che definirà le sorti della Seconda guerra mondiale e la vittoria degli Alleati.

“Infamia” e gloria

L’attacco a Pearl Harbor infrange la politica di neutralità degli Stati Uniti. Circa ventiquattr’ore più tardi, l’8 dicembre 1941, il presidente Roosevelt si presenta di fronte al Congresso proclamando un intervento che sarà noto come “discorso dell’infamia” (infamy speech). Tra le mani tiene alcuni fogli, dettati da lui stesso qualche ora dopo l’offensiva giapponese. Poco più di sei minuti, trasmessi in diretta radiofonica e ascoltati da oltre l’ottanta per cento della popolazione americana. La ricostruzione dei fatti sulle coste del Pacifico è ancora oggetto di studio, ma fu il tassello determinante per sancire l'entrata in guerra degli USA al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica.

Conferenza di Jalta, febbraio 1945. Da sinistra a destra, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt, Josef Stalin

Conferenza di Jalta, febbraio 1945. Da sinistra a destra, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt, Josef Stalin

Foto: Pubblico dominio

Nonostante le precarie condizioni di salute, Roosevelt prende parte alle conferenze con gli Alleati (compresa quella decisiva, a Jalta) per delineare passo dopo passo la strategia che avrebbe portato alla sconfitta della Germania nazista e del Giappone, gettando le basi del nuovo ordine internazionale. Il presidente americano non vedrà mai il disegno completo: muore il 12 aprile 1945, colpito da un’emorragia cerebrale. Seguiranno anni di tensione diplomatica – la Guerra fredda – accompagnati da un periodo di lenta e costante ripresa che, sull’onda lunga del New deal, nutrirà l’ottimismo degli Stati Uniti, divenuti ormai una potenza mondiale. Con la consapevolezza che, citando Roosevelt: «la sola cosa di cui avere paura è la paura stessa».

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