La dura vita dell'esercito di Napoleone

Lunghe marce, notti all’addiaccio, saccheggi e sanguinose battaglie segnavano la vita delle truppe dell’imperatore

Alcuni erano volontari che si arruolavano per patriottismo, per venerazione nei confronti dell’imperatore, per spirito di avventura o più semplicemente per sfuggire alla povertà. Altri, invece, venivano reclutati tramite estrazione a sorte e dovevano adattarsi rapidamente all’ambiente violento in cui erano costretti a muoversi. Quasi due milioni e mezzo di giovani prestarono servizio negli eserciti francesi che combatterono in giro per l’Europa all’inizio del XIX secolo agli ordini di Napoleone. La maggior parte di loro entrava nella fanteria, che marciò in lungo e in largo per il continente, dalla costa atlantica fino alle nevi russe.

Bivacco del secondo battaglione di ussari dell’esercito francese alla vigilia della battaglia di Austerlitz del 1805

Bivacco del secondo battaglione di ussari dell’esercito francese alla vigilia della battaglia di Austerlitz del 1805

Foto: Granger / Album

Il sistema di reclutamento imperiale traeva origine dalle leve di massa sviluppatesi durante la rivoluzione, in particolare dalla legge Jourdan (1798). In base al principio che “ogni francese è un soldato”, questa aveva reso possibile arruolare ogni anno, obbligatoriamente e per sorteggio, migliaia di giovani non sposati tra i 20 e i 25 anni di età. Il sistema funzionò in modo adeguato nonostante le esenzioni, la corruzione o il pagamento di sostituti da parte delle classi agiate, e permise di reintegrare le file della Grande Armée a mano a mano che le conquiste procedevano e cresceva la necessità di uomini.

Una nuova famiglia

Per i nuovi soldati, il servizio poteva durare da uno a cinque anni in tempo di pace o, in caso di guerra, fino alla conclusione della stessa. Prima di iniziare a combattere, la recluta entrava in uno dei centri di formazione dei reggimenti di riserva: lì riceveva l’addestramento militare di base e una divisa, e veniva assegnata a un battaglione. Al termine di questa fase le nuove leve prendevano parte alla campagna vera e propria, dove si mescolavano con i veterani in modo che si consolidasse in loro il cosiddetto esprit de corps, quella solidarietà tra i membri del gruppo che avrebbe fatto dell’esercito la loro seconda casa.

L’uniforme regolamentare, prodotta in tre taglie diverse, era uno strumento fondamentale per creare coesione, infondere valori e distinguere le varie unità dell’esercito. Lo zaino pesava tra i 15 e i 20 chili quando era a pieno carico, ovvero quando aveva due pacchetti di cartucce (in battaglia se ne portavano da 50 a 60), pantaloni, ghette e scarpe di ricambio per le marce, pan biscotto per quattro giorni e un berretto, oltre agli effetti personali.

Lo shako aveva il corpo di feltro, la visiera di cuoio e una targhetta metallica su cui era inciso il numero del reggimento. La casacca dell'immagine apparteneva a un caporale

Lo shako aveva il corpo di feltro, la visiera di cuoio e una targhetta metallica su cui era inciso il numero del reggimento. La casacca dell'immagine apparteneva a un caporale

Foto: Musée de l’Armée, Parigi / RMN-Grand Palais

Lo shako aveva il corpo di feltro, la visiera di cuoio e una targhetta metallica su cui era inciso il numero del reggimento. La casacca dell'immagine apparteneva a un caporale

 

 

I soldati trasportavano anche una cartucciera in pelle nera, che si appendeva dietro la coscia destra ed era sostenuta da una fascia appesa alla spalla sinistra. A questo si aggiungeva l’armamento: ogni soldato di fanteria, veterano o recluta, era equipaggiato con il fucile a pietra focaia modello 1777/Corrigé An IX, del peso di 4,6 chili.

In tempi di pace il soldato napoleonico era acquartierato in fortezze, caserme e villes de guerre – come quelle costruite a Strasburgo o Magonza –, oppure in accampamenti semipermanenti, come quello allestito a Boulogne (sulle sponde del Passo di Calais) per invadere l’Inghilterra. La giornata delle truppe si divideva tra il duro addestramento e la noiosa routine dell’esercito, in condizioni a volte abbastanza spartane; ogni soldato, per esempio, doveva condividere con un compagno un unico letto di paglia pressata.

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I combattenti ricevevano una paga giornaliera per coprire le spese. Nella Guardia imperiale, un’unità d’élite, un granatiere riceveva 23 soldi, di cui nove erano per il cibo, quattro per la biancheria e le scarpe e gli altri dieci venivano lasciati come fondo di riserva per gli imprevisti. Un caporale riceveva 33 soldi e un sergente 43.

Un esercito di marciatori

In tempo di guerra i soldati erano in grado di fare lunghe marce, di una rapidità e lunghezza tali da sorprendere il nemico. Le reclute erano abituate a requisire quanto gli serviva per vivere o ad “arrangiarsi sul terreno”. Alla fine della giornata, nel migliore dei casi le truppe riposavano in tende di accampamenti improvvisati. Più frequentemente bivaccavano all’addiaccio davanti a un falò e dormivano riparandosi con una semplice coperta.

Stendardo della fanteria leggera. Musée de l'Armée, Parigi​

Stendardo della fanteria leggera. Musée de l'Armée, Parigi​

Foto: Pascal Segrette / RMN-Grand Palais

L’organizzazione preliminare era essenziale in quanto le distanze da coprire andavano dai 20 ai 30 chilometri al giorno, anche se in caso di necessità la truppa poteva effettuare marce forzate di 40 chilometri o più. Un episodio significativo si verificò nel 1805, alla vigilia della battaglia di Austerlitz: nel pomeriggio del 29 novembre l’esercito del maresciallo Davout fu richiamato dall’imperatore e si attivò per percorrere 130 chilometri, praticamente senza soste, e arrivare in tempo per combattere la mattina del 2 dicembre. Non sorprende che di fronte a questi durissimi spostamenti i soldati si lamentassero di avere les pieds en sang, cioè ridotti in carne viva.

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Il morale delle truppe era un fattore determinante per il successo in battaglia. «L’efficacia di un esercito dipende dalle dimensioni, dalla preparazione, dall’esperienza e dal morale, e quest’ultimo vale più degli altri tre fattori messi insieme», diceva Napoleone. Ed era proprio lui uno degli elementi che più contribuiva a mantenere alto il morale, come dimostra il Vive l’Empereur (“Viva l’imperatore!”), il grido di guerra con cui le sue truppe percorsero l’Europa. Il rispetto e l’ammirazione per la sua figura erano condivisi anche dai suoi nemici. Il duca di Wellington, il maresciallo britannico che fu il suo grande rivale sui campi di battaglia, lo riassunse in una frase: «L’apparizione del cappello di Napoleone in combattimento valeva più di mille uomini».

Cadaveri, sangue e ghiaccio

Il morale era importante soprattutto perché le battaglie potevano trasformarsi in vere e proprie carneficine, come quando si doveva restare schierati per ore a ranghi serrati sotto il fuoco nemico. Bisognava essere pronti a morire per l’imperatore e, naturalmente, la codardia era punibile con la morte. Un chirurgo francese descrive con queste parole il giorno successivo alla terribile battaglia di Eylau, nel febbraio del 1807: «Non avevo mai visto tanti cadaveri in uno spazio così ristretto. La neve era completamente coperta di sangue. Migliaia di fucili, berretti e protezioni erano sparsi lungo la strada o nei campi. Sul pendio di una collina, il cui versante opposto era stato scelto dai russi perché lo consideravano una buona posizione difensiva, c’erano cumuli di centinaia di cadaveri coperti di sangue».

Legione d'onore. Castello di Malmaison, Rueil-Malmaison

Legione d'onore. Castello di Malmaison, Rueil-Malmaison

Foto: Blot / RMN-Grand Palais

Jakob Walter, nel suo The Diary of a Napoleonic Foot Soldier, ricorda così la ritirata da Mosca in pieno inverno sotto gli attacchi dei cosacchi russi: «Guardavo quelle centinaia di cadaveri […] Non dimenticherò mai l’orrore del ghiaccio e della neve incollati a quelle bocche». In battaglia si poteva essere feriti da un un fucile, da una spada, da una lancia o da colpi di artiglieria, sotto forma di pallottole, schegge o granate. Considerando le possibilità della medicina dell’epoca, i feriti avevano forti probabilità di morire dopo vari giorni di agonia o di restare disabili a vita. Molti di quelli che sopravvivevano venivano dichiarati inabili per tornare a combattere.

Dopo la sconfitta di Waterloo e il successivo esilio di Napoleone nell’isola di Sant’Elena nel 1815, la Grande Armée venne congedata. Dopo tanti anni di battaglie al servizio dell’imperatore, i suoi membri dovettero scegliere se arruolarsi nel nuovo esercito di Luigi XVIII, il restaurato sovrano Borbone, o languire nel ricordo delle glorie passate.

Quest’olio del 1818, opera di Carl von Steuben, mostra l’arrivo di Napoleone e delle sue truppe a Golfe-Juan, nei pressi di Antibes, il primo marzo del 1815

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