Demostene, il difensore del mondo greco

Negli anni in cui Filippo II di Macedonia e suo figlio Alessandro Magno si apprestavano a sottomettere la penisola ellenica, un ateniese levò la sua voce per esortare i greci a difendere l’ideale di libertà, democrazia e autonomia delle città greche

Fuggito da Atene, Demostene si rifugiò nel tempio di Poseidone, nella piccola isola di Calauria (oggi Poros), poco al largo delle coste del Peloponneso. Quando il politico e oratore ateniese, che per anni si era battuto contro i nuovi padroni della Grecia, i macedoni, si rese conto che non avrebbe ricevuto pietà né perdono dal generale macedone Antipatro che lo aveva condannato a morte dopo la battaglia di Crannone e l’occupazione di Atene nel 322 a.C., si uccise con il veleno. Alcuni mesi prima era deceduto nella lontana Babilonia anche Alessandro Magno e l’anno successivo sarebbe morto in esilio colui che tra il 343 e il 342 si era occupato dell’istruzione del condottiero macedone, Aristotele. Con la scomparsa di queste grandi personalità, finì l’età classica della Grecia ed ebbe inizio la fase dei regni ellenistici fondati dai successori di Alessandro Magno.

Busto dell’oratore, Louvre, Parigi

Busto dell’oratore, Louvre, Parigi

Foto: H. Lewandowski / RMN-Grand Palais

In questo contesto storico la morte di Demostene acquisisce un significato considerevole: mette in evidenza il fallimento dell’ideale patriottico e il declino definitivo della democrazia di Atene, che era stata una polis indipendente e che ora, sottomessa al dominio macedone, perdeva definitivamente la sua autonomia. Per la prima volta nella sua storia, la città che per tanto tempo fu la culla della libertà era assoggettata a un governo oligarchico imposto da una potenza straniera.

Il potere della parola

Demostene si era dedicato fin da giovane all’arte oratoria, che nella democratica Atene aveva una consolidata e illustre tradizione. L’oratore impiegò la sua eloquenza sia in ambito forense sia in dibattiti pubblici che ebbero nel tempo una crescente risonanza, fino a diventare un’aperta esortazione ai concittadini a opporsi al declino della politica ateniese.

I discorsi che si tenevano davanti ai tribunali o nell’ecclesia, l’Assemblea ateniese, erano il mezzo per ottenere giustizia e mettere in atto le decisioni del popolo, in un tempo in cui la persuasione per mezzo della parola guidava la politica, che era espressione del voto e dell’opinione della maggioranza dei cittadini.

Il Partenone era stato eretto da Pericle come simbolo del potere della democrazia ateniese, destinata a scomparire dopo la conquista macedone

Il Partenone era stato eretto da Pericle come simbolo del potere della democrazia ateniese, destinata a scomparire dopo la conquista macedone

Foto: B. Jannsen / Age Fotostock

Ad Atene non c’erano autorità superiori al voto dell’ecclesia: al suo interno ci si confrontava anche duramente su diversi argomenti della vita civile, quali la guerra e la pace, i tributi e le spese, le pene e gli oneri. Ciascuno cercava con la retorica di commuovere e persuadere i cittadini, avvezzi a dibattiti spesso appassionati come gli agoni tra due attori che si potevano ascoltare nel teatro greco o la disputa tra gli avversari nella commedia attica antica. Nell’epoca più gloriosa di Atene Pericle era stato il miglior esempio di grande oratore nell’ecclesia e infatti guidò la vita politica di Atene per oltre trent’anni in qualità di stratego. Demostene non assunse nessuna carica simile, tuttavia con i suoi discorsi seppe smuovere gli animi di molti grazie alla sua coscienza libertaria e al suo patriottismo: era intenzionato a preservare l’antica grandezza e l’autonomia della polis contro la minaccia di un dominio straniero. Dopo la sua morte nessun’altra voce si levò in difesa della libertà e la democrazia s'indebolì sotto il governo dei vincitori.

Questo cratere a figure rosse del V secolo a.C. presenta la scena di una commedia che ironizza sul mito del centauro Chirone curato da Apollo. British Museum, Londra.

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Difensore della libertà

Ancora adolescente, Demostene, accortosi che i suoi tre tutori Afobo e Demofonte, cugini paterni, e Terippide, un amico di famiglia, stavano dilapidando il suo patrimonio, decise di studiare oratoria per reclamare davanti ai tribunali l’eredità di suo padre, morto quando egli aveva solo sei anni. Non riuscì a recuperare che una piccola parte dei suoi beni, ma la formazione di oratoria e diritto ricevuta da Iseo, allievo del grande oratore Isocrate, gli permise di lavorare come logografo, ovvero scrivendo le orazioni giudiziarie su richiesta.

Intorno al 355-54 a.C., all’età di trent’anni, Demostene pronunciò il suo primo discorso davanti all’ecclesia, ma solo a partire dal 350-51 egli raggiunse l’apice della fama come retore con i suoi discorsi in seguito alla minaccia militare di Filippo II di Macedonia.

Il Philippeion di Olimpia. Filippo ordinò di erigere questo tempio circolare in ringraziamento a Zeus per il trionfo a Cheronea

Il Philippeion di Olimpia. Filippo ordinò di erigere questo tempio circolare in ringraziamento a Zeus per il trionfo a Cheronea

Foto: Angela Usán / Age Fotostock

Di fatto, negli otto anni precedenti il re macedone aveva esteso il proprio dominio sui territori confinanti con il suo regno, tra Calcidia e Chersoneso, un territorio particolarmente legato agli interessi di Atene. In seguito a un’attenta pianificazione e a una crescente forza militare, Filippo fu l’arbitro dei conflitti nel mondo greco con diverse campagne tra Tessaglia e Tracia. Per più di dieci anni Demostene mise in guardia i suoi concittadini e li esortò, per mezzo dei suoi accesi discorsi, chiamati Filippiche, a contrapporsi al crescente potere del macedone.

Quest’ultimo, tuttavia, poteva contare su numerosi sostenitori nella classe dirigente di Atene, come il brillante oratore Eschine, in seguito rivale di Demostene, e lo stesso Isocrate, che acclamò Filippo II come il grande monarca che avrebbe potuto unire tutti i greci sotto il suo comando e intraprendere una guerra contro la Persia, unico vero nemico.

Quando, nel 339 a.C., il re macedone attraversò il passo delle Termopili nella sua marcia verso sud, Demostene convinse gli ateniesi ad allearsi con i tebani per frenare l’avanzata del potente esercito straniero. Entrambi gli schieramenti si affrontarono in un violento scontro sulla pianura di Cheronea (odierna Caprena), nella Beozia, e nell’autunno del 338 a.C. Filippo ottenne una decisiva vittoria sui greci; in questa campagna lo accompagnò il suo giovane figlio, il principe Alessandro, al comando della sua potente cavalleria. Nel luogo dello scontro è stato eretto un monumento, conosciuto come il Leone di Cheronea, per immortalare il trionfo o in memoria dei caduti, poiché sotto di esso sono stati rinvenuti i resti di duecentocinquanta soldati della Beozia morti nello scontro.

Questa statua in marmo si trova a Cheronea, dove Filippo II sconfisse gli ateniesi in battaglia nel 338 a.C.

Questa statua in marmo si trova a Cheronea, dove Filippo II sconfisse gli ateniesi in battaglia nel 338 a.C.

Foto: Dea / Age Fotostock

In onore del vinto

Demostene fuggì ingloriosamente dalla dura battaglia, nonostante ciò gli ateniesi lo scelsero per pronunciare il discorso funebre in onore dei caduti a Cheronea. Il testo di questo epitaffio è andato perduto, ma si è conservato un distico che lascia trasparire dalle parole un’amara rassegnazione. Nonostante la sconfitta, Ctesifonte, un oratore di Atene, propose nel 377 che la città onorasse Demostene con una corona d’oro per i suoi meriti alle Grandi Dionisiache, le feste durante le quali si tenevano gare di retorica. Ma Eschine, rivale di Demostene, si oppose alla proposta, scrivendo il discorso Contro Ctesifonte, nel quale argomentava l’illegalità del gesto in virtù del fatto che Demostene fosse ancora un magistrato e l’incoronazione non potesse avvenire in teatro; in realtà egli colse l’occasione per un’ampia requisitoria sull’attività politica del rivale.

Demostene replicò alle accuse nel 330 con una delle sue più memorabili orazioni, Sulla Corona, nella quale tessé l’apologia della sua lunga carriera politica a favore di Atene e dei suoi ideali democratici, ricordando di non essersi mai sottratto all’impegno di difendere i valori in cui credeva. Le parole di questa orazione commossero la giuria, così Eschine ottenne solo un quinto dei voti, fu condannato e andò in esilio a Rodi, dove morì poco dopo.

Quando, nel 336 a.C., Filippo II fu assassinato, Demostene con la sua oratoria riuscì a impedire che gli ateniesi si lanciassero subito, senza l’adeguata preparazione, nella rivolta. Ma quando Alessandro salì al trono, Demostene preparò i suoi concittadini alla ribellione per reclamare la propria indipendenza e chiedere l’alleanza di Tebe. Alessandro, al comando del suo potente esercito, sconfisse tebani e ateniesi in una rapida battaglia. La sorte della città beota fu durissima: il macedone la rase al suolo a eccezione di un tempio, della casa del poeta Pindaro e del cinico Cratete. Il giovane re fu tuttavia più clemente con Atene, limitandosi a esigere la sottomissione della città, poiché questa non solo era il simbolo della gloria ellenica, ma possedeva anche una grande flotta di cui Alessandro avrebbe avuto bisogno nella guerra contro i persiani.

Il trionfo della verità di Luigi Mussini raffigura Demostene e altri pensatori dell’antichità e scienziati moderni.1847, Accademia di Belle Arti, Milano

Il trionfo della verità di Luigi Mussini raffigura Demostene e altri pensatori dell’antichità e scienziati moderni.1847, Accademia di Belle Arti, Milano

Foto: AKG / Album

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L’ultima battaglia

Alcuni anni più tardi Demostene fu coinvolto in uno scandalo: il caso Arpalo. Questi era un tesoriere di Alessandro fuggito dalla corte del re con una grande somma di denaro, soldati e navi, e aveva chiesto asilo ad Atene. Demostene decise di offrire ospitalità al ministro macedone e lasciò che il fuggitivo depositasse il proprio denaro in città. Nel 324, quando Alessandro chiese l’estradizione di Arpalo, questi fuggì a Creta, dove fu assassinato poco dopo, e Demostene fu accusato di aver sottratto parte del denaro nascosto, che nel frattempo era scomparso.

L’oratore fu processato e condannato al pagamento di una multa, un debito che non poté estinguere, pertanto fu imprigionato. Evaso senza difficoltà, Demostene fuggì prima a Egina e poi a Trezene. Il retore tornò ad Atene alla morte di Alessandro, nel 323 a.C., e poté pagare il suo debito grazie a una donazione da parte del popolo. Nonostante l’accoglienza favorevole della città, egli non ebbe più un ruolo di prestigio nella lotta per la libertà contro la potenza macedone, che ora era guidata dal generale Antipatro. Ancora una volta gli ateniesi si sollevarono contro l’invasore straniero, subendo però una schiacciante sconfitta nella battaglia di Crannone, in Tessaglia, nel 322, e l’occupazione della città. Condannato a morte, come Iperide, con il quale si era nel frattempo riconciliato, Demostene fuggì nuovamente, ma i macedoni lo raggiunsero a Calauria e qui l’oratore si suicidò.

In onore dell’instancabile sostenitore della libertà e della democrazia della polis, nel 280 circa gli ateniesi gli eressero una statua su cui si legge: «Se tu avessi avuto, o Demostene, forza uguale all’ingegno, il Marte macedone non avrebbe mai signoreggiato sui greci».

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Per saperne di più

Filippiche. Demostene. Garzanti, 1996
Vita di Demostene - Vita di Cicerone. Plutarco, Garzanti, Milano, 2020

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