Botticelli, il pittore dei Medici

Universalmente conosciuto come Sandro Botticelli, Alessandro Filipepi è l’artista forse più legato  alla cerchia medicea, di cui rappresenta  gli ideali umanistici di bellezza e armonia

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Ritratti del suo tempo

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Ritratti del suo tempo

Nel corso della sua carriera, Sandro Botticelli eseguì numerosi ritratti per i membri di ricche famiglie fiorentine, primi tra tutti i Medici. Nel dipinto raffigurante L’adorazione dei Magi rappresentò anche sé stesso, riccamente abbigliato, insieme a una rassegna di ritratti medicei, che probabilmente richiamarono l’attenzione dei mecenati sull’artista. Nel suo autoritratto, Botticelli volge lo sguardo verso lo spettatore: si tratta di una tecnica, diffusa tra gli artisti, per coinvolgerlo maggiormente nella scena. I ritratti di Botticelli sono basati sul giusto equilibrio tra la correttezza fisiognomica e una certa tendenza all’idealizzazione, come nel caso del ritratto del fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano de’ Medici. Quest’ultimo fu rappresentato più volte dall’artista, così come lo fu Simonetta Vespucci, la donna amata da Giuliano.  

Primo a sinistra, Giuliano de’ Medici nel gennaio del 1475 Giuliano partecipò alla giostra in piazza Santa Croce. In quell’occasione Botticelli realizzò per lui uno stendardo con l’immagine della dea Pallade con le fattezze di Simonetta. Morì pugnalato durante la congiura antimedicea dei Pazzi nel 1478. In mezzo, Cosimo il Vecchio. L’uomo, identificato probabilmente con Antonio, fratello del pittore, veste secondo la moda borghese del tempo: una lunga veste di colore nero e un berretto rosso. Tra le mani regge una medaglia raffigurante Cosimo il Vecchio. Antonio si era infatti occupato della doratura di alcune medaglie per i Medici. L'ultimo ritratto, di un uomo rappresentato frontalmente, contro uno sfondo scuro che esalta la luce proveniente da sinistra. Indossa una tunica marrone bordata da una pelliccetta e un berretto rosso. Gli occhi sono grandi e sembrano fissare lo spettatore con intensità.

 

 

Foto: Scala, Firenze

Rivisitazione di Boccaccio

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Rivisitazione di Boccaccio

Nel 1483, poco dopo il ritorno da Roma, Botticelli illustrò l’ottava novella della quinta giornata del Decameron, Nastagio degli Onesti, per le nozze di Giannozzo Pucci con Lucrezia Bini. Ne ignoriamo il committente, ma la presenza dello stemma mediceo in una delle quattro tavole potrebbe far pensare a Lorenzo il Magnifico, parente della sposa. Nastagio è un giovane ravennate innamorato, ma non ricambiato, della figlia di Paolo Traversari. Vagando in una pineta si imbatte in una fanciulla inseguita da mastini e in un cavaliere. Si tratta di Guido, che si era ucciso perché rifiutato dalla donna. Ora i due sono costretti a riapparire nello stesso luogo dove ella lo rifiutò e a ripetere la stessa scena: lui deve catturarla e dare il suo cuore in pasto ai cani per tanti anni quanti furono i mesi in cui fu respinto. 

 

Foto: Akg / Album

Le chiavi di un capolavoro

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Le chiavi di un capolavoro

Su La primavera, realizzata per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (detto “il Popolano”), esistono molte interpretazioni in chiave mitologica, allegorica, simbolica e storico-celebrativa della famiglia. Secondo l’interpretazione in chiave neoplatonica dello storico dell’arte Ernst Gombrich, per esempio, il tema centrale dell’opera è l’amore che, sotto l’influsso di Venere, da sensuale diventa intellettuale. La scena è ambientata in un prato primaverile, circondato da alberi d’arancio e pieno di piante di ogni genere.  

A sinistra Mercurio agita un caduceo per scacciare le nubi, che non devono rovinare l’eterna primavera del giardino. Al suo fianco, le Grazie, chiamate da Esiodo Aglaia, Eufrosine e Talia, danzano coperte da vesti trasparenti che sembrano mosse dalla brezza. Venere, vestita di bianco e con un mantello vermiglio, sembra seguire con il gesto della mano la danza delle Grazie. Vicino a lei il mirto, il suo simbolo. Cupido, con gli occhi bendati, sta scagliando una freccia verso la più esterna delle tre Grazie, che intreccia le mani con le altre due. Flora, dea della giovinezza, avanza verso il centro con la tunica decorata da fiori di vario genere. Regge un lembo della veste ricolmo di boccioli di rosa, che sparge nel cammino. Clori cerca di fuggire terrorizzata. Come risultato dell’incontro fecondante con Zefiro vengono generati i germogli che le escono dalla bocca. Zefiro, il vento di ponente che annuncia la primavera, è raffigurato come un essere alato bluastro che tenta di  ghermire la ninfa Clori.

 

 

 

 

Foto: Akg / Album

Pallade e il centauro

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Pallade e il centauro

Convenzionalmente si inseriscono nella serie mitologica quattro opere: oltre La Primavera e La Nascita di Venere, Botticelli realizzò anche Venere e Marte, distesi in un prato e circondati da satiri che cercano di disturbare il sonno del dio addormentato, e Pallade che doma il Centauro (1484 circa). Anche quest’ultimo dipinto (collocato come La Primavera nel palazzo di Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici) si presta a varie interpretazioni: una teoria nata a fine ottocento legge in quest’opera un’esaltazione di Lorenzo il Magnifico, che si era alleato con il Regno di Napoli per scongiurare la partecipazione di questo alla lega antifiorentina promossa da papa Sisto IV. Quindi il centauro rappresenterebbe Roma, mentre Pallade Firenze. La dea ha infatti ricamato lo stemma mediceo sulla veste trasparente e regge un’ enorme alabarda. Sullo sfondo vi sarebbe il golfo di Napoli. In chiave neoplatonica, invece, il dipinto raffigurerebbe la vittoria della ragione sulla brutalità che, seppur armata, diventa docile al suo tocco.  

 

Foto: Akg / Album

Lady Madonna

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Lady Madonna

Durante la sua carriera, Botticelli rappresentò spesso il soggetto della Madonna conferendole sempre eleganza e spiritualità. Questo è evidente per esempio nel tondo della Madonna del Magnificat, datato tra il 1481 e il 1485. Realizzato probabilmente per la famiglia di Piero de’ Medici, si tratta di un vero e proprio esperimento ottico poiché le figure appaiono come riflesse in uno specchio convesso. Il titolo dell’opera rimanda a un passo del vangelo di Luca, che la Madonna sta scrivendo aiutata dagli angeli: Magnificat anima mea Dominum, l’espressione con cui Maria si rivolse a Dio durante l’incontro con Elisabetta. 

Foto: Scala, Firenze

Musa e modella

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Musa e modella

Considerata una delle donne più belle della Firenze rinascimentale, Simonetta Cattaneo nacque a Genova (o a Portovenere) nel 1453 per poi andare in sposa, a quindici anni, a Marco Vespucci. Si trasferì quindi a Firenze, dove morì giovanissima, tra il 1475 e il 1476. Alla sua morte divenne una vera e propria musa per artisti e letterati, che vedevano in lei la personificazione della bellezza. Lorenzo il Magnifico, che si era occupato delle cure di Simonetta durante la malattia che l’aveva portata alla morte (probabilmente la tisi) inviandole i migliori medici della sua corte, le dedicò ben quattro sonetti. Agnolo Poliziano, invece, la cantò nelle Stanze per la giostra del magnifico Giuliano di Pietro de’ Medici, nelle quali si alludeva a un amore platonico tra Simonetta e lo stesso Giuliano. Sandro Botticelli realizzò alcuni ritratti di dame in cui i critici hanno riconosciuto la fisionomia di Simonetta, che ravvisano anche in La Primavera come Flora, nonché nella Nascita di Venere e nella dea dell’amore in Venere e Marte.  

Foto: Akg / Album

Botticelli, il pittore dei Medici

Ultimo figlio di Mariano, un conciatore di pelli, e di Smeralda (della quale non si hanno notizie), Alessandro Filipepi nacque a Firenze, esattamente a Borgo Ognissanti, nel quartiere di Santa Maria Novella, nel 1445. Pare che da piccolo fosse cagionevole di salute: nel 1458 il padre affermò, in una sorta di dichiarazione dei redditi del tempo, che il figlio tredicenne era “malsano”, aggiungendo anche che il giovane “sta alleggere”. Molto si è detto sul significato di questa espressione: secondo una teoria, si tratta di un modo per dire “sta a leggere”, ovvero che era dedito agli studi; secondo un’altra, si tratta semplicemente di un errore di scrittura, perché il padre intendeva dire che Sandro “sta a legare” ovvero che montava pietre preziose, forse come apprendista in una bottega orafa.

Probabilmente il nome Botticelli si ricollega alla professione di uno dei fratelli maggiori, “battiloro” (adoperava, cioè, una tecnica per realizzare l’oro in foglia). A Firenze si poteva dire “battoloro” come pure “battigello” e da qui il termine potrebbe essere stato deformato a livello popolare in “Botticello” e quindi in “Botticelli”.

A ogni modo, Sandro doveva essere un giovane talentuoso perché fu presto notato dai facoltosi Vespucci, la famiglia di cui faceva parte anche il più ben noto Amerigo, il navigatore che diede il proprio nome al nuovo continente: erano, infatti, i vicini di casa dei Filipepi agli inizi degli anni sessanta. Furono probabilmente i ricchi confinanti a raccomandarlo al grande pittore Filippo Lippi. Il maestro, un ex carmelitano vicino alla famiglia dei Medici, aveva appena aperto una bottega a Prato, dove Botticelli realizzò le sue prime opere documentate come, per esempio, una Madonna col Bambino e un angelo, oggi conservata ad Ajaccio. Quando poi nel 1467 il maestro si trasferì a Spoleto, Alessandro prese a frequentare la bottega di Andrea del Verrocchio, attorno al quale gravitavano i maggiori artisti della nuova generazione d’avanguardia, come Domenico Ghirlandaio e Leonardo.

Al servizio dei Medici

Nel 1470, anno in cui dipinse la personificazione della Fortezza per il Tribunale della Mercanzia, Alessandro si era già messo in proprio aprendo una bottega direttamente nella casa paterna, dove abitava insieme al resto della famiglia. A differenza di molti artisti, non amava molto viaggiare. Infatti a eccezione di un soggiorno a Roma per lavorare alla Cappella Sistina su incarico del pontefice, e di pochi altri spostamenti, non lasciò mai Firenze.

Intanto, la sua carriera progrediva rapidamente e in breve divenne una personalità di spicco nell’ambito della cultura umanistica promossa dalla Firenze medicea. La città in quegli anni vedeva il rinnovarsi della cultura classica e la scoperta del neoplatonismo, una corrente che riproponeva alcuni temi della filosofia platonica. Nel 1459, su consiglio dello studioso greco Giorgio Gemisto Pletone, Cosimo il Vecchio aveva fondato l’Accademia neoplatonica fiorentina nella villa medicea di Careggi. Vi si riunivano intellettuali come Pico della Mirandola, Agnolo Poliziano e il filosofo Marsilio Ficino, traduttore delle opere di Platone e teorizzatore del neoplatonismo. L’adesione di Botticelli alla cultura fiorentina a lui contemporanea è evidente soprattutto in quattro opere a soggetto mitologico, ricche di riferimenti allegorici per certi versi ancora misteriosi, realizzate negli anni ottanta. La prima opera documentata per i Medici risale al 1475, quando realizzò per Giuliano uno stendardo per una giostra (uno spettacolo di intrattenimento cavalleresco), la stessa cantata dal Poliziano nelle celebri Stanze. Da allora il rapporto con la famiglia dei mecenati fu duraturo e probabilmente non solo professionale: il fatto che Lorenzo il Magnifico in un suo verso lo canzonasse come “ingordo e ghiotto”, fa pensare che i due fossero stati anche compagni di momenti goderecci.

Scapolo e burlone

Botticelli fu uno scapolo impenitente e, a parte una denuncia anonima per sodomia nel novembre del 1502, non si hanno notizie sulle sue relazioni amorose. Era avverso al matrimonio e raccontava che una notte, avendo sognato di essersi sposato, si era risvegliato di soprassalto e, nel timore di riaddormentarsi e riprendere l’incubo, aveva passato il resto della notte a vagare per Firenze.

Tuttavia non fu certo un solitario: Vasari racconta che era un uomo di compagnia e sempre pronto allo scherzo. Un giorno accanto alla sua bottega si era trasferito un tessitore che utilizzava dei macchinari tanto rumorosi da far tremare le pareti. Alle rimostranze dell’artista, questi aveva risposto che in casa sua faceva ciò che voleva. Il caso volle che il muro della casa di Botticelli fosse più alto di quello della casa del tessitore, quindi pose in bilico una pietra, che a ogni vibrazione del muro rischiava di cadere in casa del vicino. Il tessitore allora gli chiese di toglierla, ma Botticelli replicò che in casa sua faceva ciò che voleva. In un’altra occasione si burlò di un suo allievo, Biagio, attaccando dei cappucci di carta sulle teste degli angeli che questi aveva dipinto per poi toglierli facendogli credere che avesse avuto delle visioni.

Con la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 e la comparsa del predicatore Girolamo Savonarola, che attaccò la corruzione dei costumi dell’epoca, può dirsi conclusa la stagione dell’umanesimo quattrocentesco. Botticelli risentì del clima mutato: le opere di questo periodo evidenziano una crisi interiore che non scomparirà nemmeno dopo la morte del frate nel 1498. L’artista si spense nel 1510, dopo aver attraversato con uno stile unico e inconfondibile tutta la parabola artistica medicea, tanto da essere paragonato ad Apelle, il pittore di Alessandro Magno.

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