La "bonifica" della femminilità nei manicomi italiani

Casi come quello di A. G. – incontrata negli anni ‘50 dall’artista Bruno Caruso nel manicomio di Palermo – portano alla luce un’epoca in cui la decisione sull’internamento di madri, figlie e sorelle definite "spudorate" o sessualmente "sregolate" o "libertine" spettava alle famiglie

Ci sono luoghi oggi abbandonati o in gran parte riconvertiti che per decenni sono stati adibiti alla custodia, alla segregazione e alla “cura” di tutta quella parte di umanità che si provava vergogna a esibire alla luce del sole. In Italia la maggior parte dei manicomi, o anche frenocomi (ospizi o asili per alienati mentali), venne alla luce nel XIX come alternativa al carcere. Gli alienati mentali non erano delinquenti, ma la loro condizione li rendeva potenzialmente prossimi al crimine. Serviva dunque un luogo dove trasferire, custodire e, secondo le conoscenze dell’epoca, “prendersi cura” di tutte quelle persone che avrebbero potuto essere pericolose per sé stesse, per gli altri o, peggio ancora, i cui comportamenti imprevedibili e sfacciati avrebbero potuto arrecare pubblico scandalo alle rispettive famiglie e alla società intera.

Allo scopo di regolamentare la materia psichiatrica, nel 1904 l’allora ministro dell’Interno Giovanni Giolitti promulgò una legge organica (n. 36 del 14 febbraio) secondo cui «l’ammissione degli alienati nei manicomi deve essere chiesta dai parenti, dai tutori o protutori». Le pratiche di controllo sociale e poliziesco si fondevano allora con la necessità di offrire una scappatoia a coloro i quali non potevano far fronte o non riuscivano a sopportare la sfrenatezza fisica e verbale dei propri famigliari. Ma più che centri di cura e riabilitazione i manicomi si rivelarono luoghi d’internamento coatto e annullamento fisico e psichico. In una società patriarcale questa impalcatura teorica spalancò le porte di manicomi e frenocomi a migliaia di donne la cui condotta di vita non si conformava al modello imperante di moglie-madre-massaia.

Ospedale psichiatrico di Girifalco intorno al 1940

Ospedale psichiatrico di Girifalco intorno al 1940

Foto: © Sintus Pax - Opera propria, CC BY-SA 4.0, shorturl.at/mqEU5

Fiori ed elettroshock

«Avevo il preciso convincimento che verso le donne era adottato un comportamento meno pietoso, cioè più feroce; nei loro confronti non sussisteva la paura di reazioni violente così che si poteva infierire». Quella dell’artista siciliano Bruno Caruso – scomparso nel 2018 all’età di 91 anni – è una delle testimonianze delle condizioni brutali in cui versavano le “alienate” ancora negli anni ’50 del XX secolo, cioè circa vent’anni prima della promulgazione della legge n. 180 (nota come “legge Basaglia”) che il 13 maggio 1978 dispose la chiusura dei manicomi. Nel 1953 Caruso è un’artista ancora emergente con alle spalle numerosi viaggi, una laurea in giurisprudenza e una passione innata per la cultura umanistica che lo porta a stringere amicizia con gli scrittori Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo. A 26 anni entra nel manicomio di Palermo allo scopo di realizzare un’indagine di natura terapeutica, ma anche umanitaria fondata sull’arte. Manicomio (1969) è un suo diario per parole e immagini di «un luogo di reclusione senza speranza […] dove il malato non ha diritto alla parola, non ha il diritto di essere ascoltato, non è preso in considerazione alcuna […] quasi che egli fosse al disotto di una bestia, come una cosa, una tazza incriminata che però non va rotta del tutto».

Suddivisi in categorie in base alle diverse patologie, i pazienti ricevevano carta, matite, e un tema di riferimento per i loro disegni. Questi ultimi venivano poi classificati dai medici con l’ausilio dello stesso Caruso, chiamato a giudicare «il regresso o le (rare) migliorie del degente». Tra il «puzzo della lana che sta per ammuffire» misto a quello dello zuppone di fagioli, del disinfettante e «poi orina rappresa sui materassi e l’odore del vapore delle caldaie» l’artista si spinge nel braccio femminile «precluso agli estranei per scrupoli moralistici e di segregazione sessuale». L’esibizionismo delle internate avrebbe potuto scandalizzare il visitatore. Nel corso di quegli incontri l’artista siciliano si trovò dinanzi un’amica di famiglia evidentemente ridotta a relitto umano e provò vergogna per la sua condizione e «per la situazione sulla quale si taceva per imbarazzo e compiacenza». In virtù del suo ruolo nella struttura a Caruso era consentito far visita ad A. G., internata per decisione dei parenti perché «tradiva il marito in “modo spudorato”». «In un Paese timorato di Dio e profondamente conformista» A. G., donna senza identità né diritti, era in breve la sua patologia: una ninfomane mancante di qualsiasi freno inibitorio. Poste dinanzi a un foglio di carta e dei pastelli A. G. e la maggior parte delle pazienti «disegnavano male e trasgredivano il programma fissato disegnando soprattutto fiori». Anni più tardi l’artista siciliano avrebbe definito quelle pratiche terapeutiche fondate sul disegno e «svolte nel contesto di un manicomio tradizionale, alternate quindi ad elettroshock, isolamento, docce fredde, segregazioni […] controproducenti e dannose, certamente inutili […] Ora, a distanza di anni, io provo vergogna a essermi prestato a un gioco siffatto».

Una foto dell'artista siciliano Bruno Caruso seduto alla sua scrivania di Roma. Scatto del nipote di Caruso, Jenner del Vecchio

Una foto dell'artista siciliano Bruno Caruso seduto alla sua scrivania di Roma. Scatto del nipote di Caruso, Jenner del Vecchio

Foto: © Jenner del Vecchio, CC BY-SA 4.0, shorturl.at/oBGMU

Donne e manicomi

A. G. e la “patologia” che la condusse nel manicomio di Palermo hanno una propria storia. Negli ultimi anni la ricerca storica ha fatto passi da gigante nel documentare le forme della presenza femminile nei manicomi italiani dal XIX secolo attraverso lo studio sistematico di cartelle cliniche e registri provenienti dagli archivi delle stesse strutture. «A certe donne calabresi si può adattare il proverbio turco che dice: “La donna deve avere la capigliatura lunga e l’intelligenza corta”» affermò Romano Pellegrini, direttore del manicomio di Girifalco, in provincia di Catanzaro. Secondo lo storico Oscar Greco il modo di pensare di Pellegrini era emblematico del modo di rappresentare la donna diffuso in tutto il Paese, e cioè che «ogni comportamento deviante dalla norma non veniva solamente censurato sul piano etico, ma veniva relegato nella sfera della follia». Nel manicomio di Girifalco venivano internate donne che si ribellavano ai dettami matrimoniali o che dissentivano dai mariti, adultere, madri di figli illegittimi e persino le vittime di violenze e soprusi domestici. D’altronde, come spiega Greco, «le regole comportamentali erano tanto rigide che bastava pochissimo per contraddirle».

Tra i numerosi esempi passati in rassegna dallo storico calabrese c’è quello di E. B., vedova e legalmente divisa dal secondo marito, che entrò per la prima volta a Girifalco nel 1882 per soli due mesi, poi di nuovo nel 1912 per uscirne dopo alcuni anni per «non constatata pazzia». Nella cartella clinica relativa al secondo ricovero viene definita stravagante e viziosa e compaiono diverse annotazioni su una sua presunta condotta sregolata e comportamenti sessuali liberi. Per i medici E. B. «non ha nessun disturbo di rilievo, ma è, in una parola, la folle morale di Lombroso, o per meglio dire la “prostituta nota”, e come tale ha agito nella vita, che è una dolorosa odissea». In altri termini, per i sanitari di Girifalco la cartella clinica di E. B. aderiva perfettamente al modello teorizzato dall’antropologo criminale Cesare Lombroso e dal sociologo Guglielmo Ferrero secondo cui un comportamento sessuale non castigato era espressione di una forma di pazzia morale. Greco dimostra come «sempre la sessualità, anche se con profili diversi dall’esercizio della prostituzione e riconducibili alla rivendicazione di costumi sessuali liberi, è alla base di diversi casi di ricovero con diagnosi diverse come i patemi d’animo, la melanconia, il delirio erotico e l’isterismo».

'La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze'. Opera di Telemaco Signorini. 1865

'La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze'. Opera di Telemaco Signorini. 1865

Foto: Pubblico dominio

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La bonifica

Fu il fascismo a introdurre una “stretta” ulteriore sulle condotte femminili intemperanti o su quei corpi imperfetti, che si discostavano cioè dall’ideale di donna e madre esemplare. La storica Annacarla Valeriano ha indagato la «malacarne» che riempiva i diversi bracci del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo. Secondo la studiosa attorno alle cosiddette «anomalie della femminilità, ridotte dallo sguardo psichiatrico a semplici “corpi” che non eseguono più i loro doveri e che si dimostrano incapaci di qualsiasi freno, il regime intreccia discorsi diversi». Uno di questi, di competenza dell’Istituto centrale per la bonifica umana e l’ortogenesi (1938) prevedeva un’energica azione di pulizia e chirurgia che contemplava anzitutto la separazione della cattiva carne dal corpo sano della nazione. Per le alienate, le deformi o coloro le quali non erano capaci di governare le proprie passioni era prevista una serie di “cure”, molte delle quali sperimentali. Le terapie da shock, per esempio, provocavano febbri violente, coma o convulsioni e si basavano sulla credenza che lo scontro tra diversi stati patologici avrebbe condotto le pazienti a una nuova condizione di sanità. C’era poi la malarioterapia, un trattamento basato sull’inoculazione alle pazienti dell’agente patogeno della malaria che avrebbe dovuto bloccare o contrastare l’avanzamento del disturbo mentale. «Venivano procurati almeno dieci attacchi di febbre nel giro di breve tempo, con temperature massime anche di quarantuno gradi e […] si registravano profonda anoressia, deperimento organico, diminuzioni consistenti di peso che, protraendosi per più giorni, potevano anche condurre alla morte», scrive Valeriano.

Altrettanto brutali erano gli shock insulinici per il trattamento della schizofrenia: «Attraverso iniezioni d’insulina veniva provocato l’abbassamento della glicemia fino a indurre uno stato di coma che gettava le pazienti in una condizione di agonia». C’era infine l’elettroshock che secondo i sanitari avrebbe annullato eccessi ed esasperazioni «che rendevano le donne agitate, confuse, ostinate, gelose, depresse, sconnesse da una realtà in cui non erano più presenti». Ne uscirono corpi afflitti, consumati, condotti secondo la storica a uno stato di «sfinimento» e che non di rado decedevano: «In manicomio non si moriva mai di malattia mentale. Marasma, collasso, bronchite, enterite, stato di gran male, emorragia cerebrale, paralisi cardiaca erano tra le cause più frequenti di decesso, racchiudendo in uno o due termini la penosa agonia di vite che si spegnevano nell’indifferenza».

Leggi anche

Per saperne di più
Manicomio. ​Bruno Caruso, Edizioni della Colonna Infame, Roma 1969.
I demoni del mezzogiorno. Follia, pregiudizio e marginalità nel manicomio di Girifalco (1881-1921). Oscar Greco, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018.
Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo. Annacarla Valeriano, Donzelli, Roma 2014.
Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista. Annacarla Valeriano, Donzelli, Roma 2017.

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