Averroè, un filosofo arabo nella bufera

Nel XII secolo il pensatore e medico andaluso Averroè visse una rapida ascesa alla corte almohade. Ma le sue idee gli procurarono molti nemici e finirono per farlo cadere in disgrazia

Nel dicembre del 1198 si spense a Marrakech uno dei pensatori più singolari di al-Andalus, il filosofo Averroè. Tre mesi più tardi un asino, con il suo corpo da un lato e i suoi libri a bilanciarne il peso dall’altro, lo avrebbe riportato nella natale Córdoba. «Da una parte il maestro, dall’altra le sue opere» avrebbe scritto il mistico e poeta arabo Ibn Arabi, meditando sul triste destino di Averroè.

Abu al-Walid Ibn Rushd, conosciuto in Europa come Averroè, proveniva da un’importante famiglia di giuristi. Era nato nel 1126, lo stesso anno in cui era morto suo nonno, famoso qadi (magistrato) e imam della grande moschea di Cordova. Anche suo padre era stato qadi, per quanto avesse avuto un ruolo meno rilevante. Non si sa molto dei suoi primi anni. I pochi riferimenti esistenti mettono in risalto soprattutto i suoi studi giuridici e medici.

Averroè nel 'Trionfo di San Tommaso d’Aquino', di Andrea Bonaiuto. 1365. Cappellone degli spagnoli, Santa Maria Novella, Firenze

Averroè nel 'Trionfo di San Tommaso d’Aquino', di Andrea Bonaiuto. 1365. Cappellone degli spagnoli, Santa Maria Novella, Firenze

Foto: Bridgeman / Aci

   

Curiosamente, solo lo scrittore e teologo di Valencia Ibn al-Abbar riferisce dell’inclinazione di Averroè per le cosiddette “scienze degli antichi”, ovvero l’eredità trasmessa al mondo musulmano dalla cultura greco-latina, in particolare la filosofia, la medicina e l’astronomia.

In quegli anni Averroè era stato testimone degli sconvolgimenti che avevano accompagnato il declino degli almoravidi e l’arrivo degli almohadi. Entrambe le dinastie, nate nell’odierno Marocco, aspiravano a recuperare i valori originari dell’Islam. Ed entrambe vennero in soccorso dei regni di taifa – ovvero quegli stati nati dalla dissoluzione del califfato di Cordova e soggetti alla crescente pressione del mondo cristiano – e, dopo essersi insediati in al-Andalus, li sottomisero. Gli almoravidi erano sbarcati nella penisola iberica nel 1086. Gli almohadi li cacciarono nel 1147, quando Averroè aveva vent’anni.

Alla corte del califfo

Grazie a Ibn Tufayl – il grande medico e filosofo conosciuto in Europa come Abubacer –, Averroè ebbe l’opportunità di essere ricevuto da Abu Yaqub Yusuf, all’epoca probabilmente ancora governatore di Siviglia e in seguito secondo califfo almohade. Come lo stesso Averroè raccontò a uno dei suoi discepoli, una volta terminate le formalità proprie di questo tipo di udienze, Abu Yaqub Yusuf gli fece una domanda: «Qual è l’opinione dei filosofi sul cielo? È stato creato o è eterno?». Averroè si trovò in difficoltà, perché la teoria aristotelica dell’eternità del mondo era in contraddizione con la fede islamica sulla creazione divina. Rispose, pertanto, che lui non si occupava di questioni filosofiche. Intuendo la reticenza di Averroè, Abu Yaqub Yusuf si girò verso Ibn Tufayl e cominciò a disquisire sul tema. Averroè fu molto colpito dalle vaste conoscenze di Abu Yaqub Yusuf in materia: poteva dissertare sul pensiero di Aristotele, Platone e altri filosofi ed esporre le argomentazioni con cui i saggi musulmani li confutavano. Una volta rotto il ghiaccio, Averroè si sentì libero di mostrare al leader almohade le sue competenze filosofiche. Abu Yaqub Yusuf dovette rimanere molto soddisfatto dell’incontro, perché donò al filosofo di Cordova una cospicua somma di denaro, una pelliccia di grande valore e una sella.

«Il cielo è stato creato da Dio o è eterno?», chiese ad Averroè il califfo almohade Abu Yaqub Yusuf

La stretta relazione tra Averroè e Abu Yaqub Yusuf avrebbe presto cominciato a dare frutti. Di fronte alla difficoltà di comprendere l’opera di Aristotele, il califfo chiese a Ibn Tufayl di commentare i testi del filosofo greco, chiarendone gli aspetti più oscuri. Consapevole della portata di un tale compito, Ibn Tufayl declinò l’offerta giustificandosi con la sua età avanzata, ma offrì il lavoro ad Averroè, che non esitò ad accettarlo.

La moschea di Cordova. In questo maestoso edificio, costruito nell’VIII secolo dal califfo omayyade Abd al-Rahman I, il nonno di Averroè diresse il culto dei fedeli in qualità di imam

La moschea di Cordova. In questo maestoso edificio, costruito nell’VIII secolo dal califfo omayyade Abd al-Rahman I, il nonno di Averroè diresse il culto dei fedeli in qualità di imam

Foto: Tolo Balaguer / Age Fotostock

   

Aristotele era già noto in Oriente dal IX secolo: quasi tutte le sue opere erano state tradotte dal greco al siriaco e da questo all’arabo. Ciò rappresentava un problema, ma ancora più complesso era determinare quali testi fossero realmente del filosofo greco e quali invece fossero stati attribuiti erroneamente a lui. L’eredità di Aristotele andava prima di tutto depurata, e poi resa comprensibile.

Nel 1169 Averroè fu nominato qadi a Siviglia. Questo non facilitava i suoi studi, perché tutti i suoi libri si trovavano a Cordova. Tuttavia, due anni più tardi, fu trasferito con lo stesso incarico nella sua città natale; in questo modo poté finalmente fare ritorno alla sua biblioteca.

I suoi scritti dimostrano che, oltre ad avere conoscenze in ambito giuridico e filosofico, Averroè era un grande esperto di medicina, nella tradizione dei filosofi-medici così comune tra i pensatori musulmani dell’epoca. Grazie alle sue competenze in questo ambito, nel 1182 succedette a Ibn Tufayl nel ruolo di capo dei medici di Abu Yaqub Yusuf a Marrakech. Quello stesso anno gli sarebbe stata assegnata anche la direzione dei qadi di Cordova.

Non perderti nessun articolo! Iscriviti alla newsletter settimanale di Storica!

Voci malevole

Queste grandi onorificenze ponevano Averroè sotto la protezione di un potere almohade i cui princìpi non erano mai stati completamente accettati in al-Andalus. Molti ulema (o giuristi musulmani) contrari alla dottrina almohade vedevano Averroè come uno dei suoi massimi rappresentanti e non avrebbero esitato ad agire contro di lui non appena ne avessero avuto l’opportunità.

A sinistra, Averroè in una miniatura del XIV secolo

A sinistra, Averroè in una miniatura del XIV secolo

Foto: Akg / Album

Nella primavera del 1184 Abu Yaqub Yusuf e le sue truppe, dopo aver lasciato la capitale almohade Marrakech, attraversarono lo stretto di Gibilterra per andare a combattere contro i regni cristiani. In quell’occasione la sorte fu avversa al sovrano: dopo una disastrosa sconfitta, morì nel mese di luglio a causa delle ferite riportate in battaglia. Averroè perse in questo modo il suo grande protettore.

Il nuovo califfo, Abu Yusuf al-Mansur, non aveva alcun interesse per le speculazioni filosofiche, ma decise pur sempre di mantenere il dotto andaluso come suo medico personale. Ciononostante, i nemici di Averroè continuavano a diffondere dicerie contro di lui, nella speranza di vederlo privato dei favori del nuovo sovrano. Giunsero ad accusare il filosofo di aver chiamato barbaro (bereber) il califfo in uno dei suoi libri, di aver negato la realtà storica di alcuni dei racconti del Corano e di considerare il pianeta Venere una divinità.

Le tensioni si inasprirono a tal punto che, come riferisce addolorato lui stesso, Averroè venne espulso dalla grande moschea di Cordova insieme al figlio da una folla abilmente manovrata dai suoi rivali. Eppure sarebbe più appropriato ricercare le ragioni della sua caduta in disgrazia nelle trame politiche dell’epoca piuttosto che nelle sue idee filosofiche.

Condannato all’esilio

Nel 1194 gli avversari di Averroè presentarono una denuncia contro di lui. Tuttavia, dato che il califfo era impegnato nelle sue campagne militari, il processo si svolse solo tre anni dopo. Le relazioni tra gli ulema di al-Andalus e gli almohadi non erano mai state buone. In varie occasioni si era giunti sull’orlo di una rivolta. Al-Mansur doveva fare periodiche concessioni agli ulema per evitare ribellioni.

Già un anno prima il califfo aveva espresso una condanna nei confronti dello studio della filosofia. Ora si trattava di colpire chi si ostinava a praticarla. Così, Averroè fu privato di tutti i suoi onori e condannato all’esilio a Lucena, una cittadina a sud di Cordova che aveva ospitato una delle più importanti comunità ebraiche di al-Andalus e dove rimase quasi un anno e mezzo.

Averroè abiura le sue idee davanti alla porta della moschea di Fez, città dove il filosofo cercò rifugio dopo essere fuggito da Lucena. Incisione, 1866

Averroè abiura le sue idee davanti alla porta della moschea di Fez, città dove il filosofo cercò rifugio dopo essere fuggito da Lucena. Incisione, 1866

Foto: White Images / Scala, Firenze

   

Successivamente il filosofo e medico cordovese fu chiamato alla corte di Marrakech, un modo per riabilitarlo senza irritare i suoi avversari. Lì morì il 10 dicembre del 1198. Averroè non era destinato a essere profeta in patria. Ciononostante, le sue idee avrebbero finito non solo per attraversare le frontiere ma anche per portare grande scompiglio. Al punto che, a più di settant’anni dalla sua morte, il papa portoghese Giovanni XXI emise una bolla contro le «pericolose opinioni» del filosofo.

Se vuoi ricevere la nostra newsletter settimanale, iscriviti subito!

Condividi

¿Deseas dejar de recibir las noticias más destacadas de Storica National Geographic?