1917: la Rivoluzione russa

Lacerato dalla guerra e dalla fame e unito dal desiderio di cambiamento: così il popolo russo iniziò, nel febbraio 1917, la rivoluzione. Un leader, Lenin, riuscì a imporsi nella lotta per il potere e a porre le basi per la nascita dell'URSS

Il 23 febbraio, giornata internazionale delle donne, migliaia di lavoratrici manifestano a Pietrogrado per chiedere più razioni di cibo, la fine della guerra e il diritto di voto

Il 23 febbraio, giornata internazionale delle donne, migliaia di lavoratrici manifestano a Pietrogrado per chiedere più razioni di cibo, la fine della guerra e il diritto di voto

Il 23 febbraio, giornata internazionale delle donne, migliaia di lavoratrici manifestano a Pietrogrado per chiedere più razioni di cibo, la fine della guerra e il diritto di voto

Foto: Bridgeman / Aci

Spianò la strada alla nascita dell’Unione Sovietica e la sua eredità ha dominato la politica del XX secolo lasciando un segno indelebile nel mondo contemporaneo. Ma quando mosse i primi passi, nel gelido febbraio del 1917, molti rivoluzionari non ci fecero troppo caso. Il primo indizio che stava accadendo qualcosa di importante fu durante la Giornata internazionale delle donne, il 23 febbraio del 1917*. Folle di operaie delle fabbriche si radunarono nel centro della capitale, Pietrogrado (San Pietroburgo). Anche quando vi si unirono schiere di lavoratori e lavoratrici scontenti e affamati, alcuni dei rivoluzionari rimasero scettici. Aleksandr Šljapnikov era una delle figure principali del movimento bolscevico, il cui leader, Vladimir Il’ič Lenin, era in esilio dal 1905. Il 25 febbraio Šljapnikov osservava: «Date ai lavoratori mezzo chilo di pane e il movimento si esaurirà».

Fame, guerra, rabbia

Per quanto inizialmente si ritenesse che le proteste non sarebbero durate a lungo, molti osservatori dell’epoca – tra cui i bolscevichi di Lenin, i liberali russi e i diplomatici stranieri – erano comunque certi che la rivoluzione fosse solo una questione di tempo. Le radici del malcontento russo erano profonde. L’incapacità del governo di fare fronte alla devastante carestia del 1890 aveva infiammato il fervore rivoluzionario. Nelle città, lo sfruttamento e la sconvolgente miseria di cui erano vittime i lavoratori avevano causato ondate di scioperi e proteste. La pressione esercitata dal processo di industrializzazione era aggravata dalla gestione dello zar Nicola II. Salito al trono nel 1894, Nicola aveva ereditato il gigantesco impero russo e le idee autocratiche della sua famiglia, la dinastia Romanov. Nel 1905 la popolarità dello zar era in declino, a causa dei continui problemi interni e dell’impopolare guerra contro il Giappone. La repressione violenta di una manifestazione pacifica a San Pietroburgo, nel gennaio dello stesso anno, aveva scatenato mesi di proteste. Finalmente, nell’autunno del 1905, lo zar aveva ceduto e firmato il “manifesto di ottobre”, che poneva le basi per la tutela dei diritti civili, la promulgazione di una costituzione e l’istituzione di un parlamento, la duma. Tali concessioni avevano placato gli animi rivoluzionari quel che bastava perché Nicola II potesse rimanere al potere.

In fabbriche come questa di Pietrogrado, i bolscevichi reclutavano gli operai per le guardie rosse, le unità militari che avrebbero svolto un ruolo di primo piano nella rivoluzione e durante la fase successiva

In fabbriche come questa di Pietrogrado, i bolscevichi reclutavano gli operai per le guardie rosse, le unità militari che avrebbero svolto un ruolo di primo piano nella rivoluzione e durante la fase successiva

Foto: BPK / RMN-Grand Palais

Tuttavia, per molti il manifesto era insufficiente e tardivo. Ispirandosi agli scritti di Karl Marx (1818-1883), che prevedeva una rivoluzione in cui i lavoratori sarebbero diventati la classe dirigente, figure di agitatori come Lenin continuavano a spingere alla rivolta contro lo zar. Un decennio più tardi, le irrisolte tensioni sociali ed economiche furono esacerbate dall’entrata della Russia nella Prima guerra mondiale. Situata vicino al confine con la Germania e stremata dalla guerra e dalle carenze alimentari, all’inizio del 1917 Pietrogrado era una polveriera di rabbia e disperazione. Ciò che avvenne a quel punto non fu solo un rifiuto dello stato, ma di tutte le forme di autorità.

La rivoluzione di febbraio

Contrariamente alle previsioni di Šljapnikov, secondo cui le proteste si sarebbero esaurite in fretta, negli ultimi giorni di febbraio i disordini non fecero che aumentare e iniziarono ad apparire bandiere rosse e striscioni che invocavano la caduta dello monarchia. Le forze dello zar aprirono il fuoco sui manifestanti causando decine e decine di vittime. Le proteste si trasformarono in una vera e propria rivoluzione quando i partecipanti fecero irruzione nelle caserme del reggimento Pavlovskij: i soldati, invece di respingere l’attacco, decisero di unirsi ai manifestanti, sparando in alcuni casi ai loro stessi ufficiali. Ben presto le autorità rimasero praticamente prive di potere militare nella capitale. L’espandersi della rivolta spinse alcuni a ipotizzare che gli scontri fossero stati orchestrati dai partiti socialisti. In realtà, dietro quelle proteste c’erano molte persone: soldati, lavoratori, studenti, i cui nomi non avrebbero lasciato tracce nei libri di storia.

Il 27 febbraio una folla, alla ricerca di leader, si riversò a palazzo Tauride, la sede della duma. Qui venne eletto un consiglio dei lavoratori (soviet). La maggior parte dei dirigenti del soviet di Pietrogrado non aveva intenzione di prendere il potere. Piuttosto, voleva che i leader della duma formassero un governo in linea con la dottrina di Karl Marx: in un Paese come la Russia, il primo passo verso un ordine socialista avrebbe dovuto essere compiuto dai democratici borghesi. Il primo marzo venne costituito un governo provvisorio. Il soviet si impegnava a sostenerlo nella misura in cui questo si fosse attenuto a principi democratici. Intanto, di fronte all’andamento negativo della guerra contro la Germania, lo stato maggiore dell’esercito e la stessa duma facevano pressioni sullo zar Nicola perché abdicasse, cosa che avvenne il 2 marzo 1917. La notizia fu accolta con scene di esultanza in tutto l’impero russo mentre i simboli del potere monarchico venivano distrutti dalla folla.

Dopo l'abdicazione di Nicola, nel febbraio del 1917, in tutta la Russia furono distrutte le immagini degli zar, come questa statua del padre di Nicola, Alessandro III

Dopo l'abdicazione di Nicola, nel febbraio del 1917, in tutta la Russia furono distrutte le immagini degli zar, come questa statua del padre di Nicola, Alessandro III

Foto: Fine Art / Album

Il governo provvisorio intraprese notevoli riforme. Diretto da un primo ministro riformatore e liberale, il principe Georgij L’vov, e dal ministro della giustizia Aleksandr Kerenskij – unico socialista al governo nonché il solo a essere anche membro del soviet – il nuovo esecutivo spazzò via le vecchie leggi del regime zarista contro le libertà di parola e di assemblea. La Russia divenne quello che Lenin definì «il Paese più libero del mondo». Dall’esilio in Svizzera, il leader bolscevico seguiva con frustrazione il rapido susseguirsi degli eventi a Pietrogrado. Alla fine rientrò in Russia su un “vagone piombato” messo a disposizione dai tedeschi, che speravano che la sua opposizione alla guerra avrebbe favorito un ritiro della Russia dal conflitto.

Le Tesi d'aprile

Il 3 aprile Lenin arrivò alla stazione Finlandia di Pietrogrado con un programma in dieci punti – le famose Tesi d’aprile – per una seconda rivoluzione basata sul “potere ai soviet”. Gli scritti di Lenin andavano contro l’ortodossia marxista, perché rifiutavano la necessità della prima fase – la rivoluzione “democratica borghese”. Ciononostante, Lenin riuscì a spingere il Partito bolscevico – una fazione del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) – a seguire le sue tesi. Il suo indubbio carisma favorì l’adesione in massa di operai e soldati, che non sapevano molto di teoria marxista ma ne apprezzavano l’efficacia: perché aspettare di raggiungere il socialismo in due fasi quando si poteva farlo in una?

Operai e soldati aderirono in massa alle posizioni di Lenin per raggiungere il socialismo in un'unica fase

Le aspettative dei lavoratori erano alle stelle: gli scioperanti reclamavano la giornata lavorativa di otto ore e il controllo delle fabbriche da parte degli operai. In questo contesto di crisi generale dell’autorità, il soviet aveva un controllo limitato sulle rivolte che si registravano nelle province e nelle campagne. I governi regionali e municipali si comportavano come se fossero indipendenti. Come nel 1905, erano le comunità contadine a rappresentare il nucleo organizzativo della rivoluzione, nella misura in cui confiscavano la terra e il bestiame. I soldati avevano comitati propri che regolavano i rapporti con gli ufficiali. Alcuni rifiutavano di combattere per più di otto ore al giorno, esigendo gli stessi diritti degli operai.

Mikhail Sokolov dipinse l'arrivo di Lenin alla stazione di Pietrogrado. Con lui è ritratto Iosif Stalin, visibile in piedi dietro il leader bolscevico, che in realtà non era presente

Mikhail Sokolov dipinse l'arrivo di Lenin alla stazione di Pietrogrado. Con lui è ritratto Iosif Stalin, visibile in piedi dietro il leader bolscevico, che in realtà non era presente

Foto: Science History / Alamy / ACI

Per i dirigenti del governo provvisorio, la salvezza dello stato russo dipendeva dal successo militare. Una sconfitta da parte della Germania avrebbe potuto significare un ritorno al vecchio ordine e la restaurazione della dinastia Romanov. Sotto la pressione degli alleati, la Russia lanciò una nuova offensiva a metà giugno 1917. I russi riuscirono ad avanzare vittoriosamente per due giorni, ma al terzo furono respinti da una controffensiva tedesca.

Allarmato dal successo degli avversari, il governo provvisorio chiamò alla mobilitazione il primo reggimento dei mitraglieri, che era composto dai soldati più vicini ai bolscevichi della guarnigione di Pietrogrado. Ma il reggimento ritenne che si trattava di un ordine “controrivoluzionario”, che mirava in realtà a sbarazzarsi degli elementi bolscevichi con la scusa della guerra ai tedeschi, e minacciò di destituire l’esecutivo se non fosse tornato sui suoi passi. Rispetto alla posizione del reggimento, i leader bolscevichi si mostravano più cauti.

Il 4 luglio numerosi soldati, lavoratori e marinai della base navale di Krontadt, dopo aver marciato armati per le vie di Pietrogrado, si radunarono davanti al quartier generale bolscevico in attesa di istruzioni. Ma, in quel momento cruciale, Lenin esitò e non si risolse a chiamare il popolo alla rivolta. La fallita “rivoluzione di luglio” fu seguita dalla repressione. La polizia prese d’assalto la sede del POSDR, centinaia di bolscevichi furono arrestati e Lenin dovette riprendere la via dell’esilio, questa volta in Finlandia.

Aleksandr Kerenskij – il solo politico benvisto dal popolo, dai leader militari e dalla borghesia – venne acclamato come l’unico in grado di riconciliare il Paese e fermare la deriva verso la guerra civile. Il principe L’vov lasciò l’incarico e l’8 luglio Kerenskij divenne primo ministro: ben presto decretò nuove restrizioni alle riunioni pubbliche, ripristinò la pena di morte in guerra e decise di ristabilire la disciplina militare.

Le guardie rosse in posa nelle strade di Pietrogrado durante la Rivoluzione d’ottobre del 1917 con cui il Partito bolscevico, guidato da Lenin, prese il potere

Le guardie rosse in posa nelle strade di Pietrogrado durante la Rivoluzione d’ottobre del 1917 con cui il Partito bolscevico, guidato da Lenin, prese il potere

Il programma del nuovo governo di coalizione non era più legato ai principi dei soviet. Nel frattempo il capo dell’esercito, il generale Kornilov, in un tentativo di presentarsi come il “salvatore della patria”, richiese l’attuazione di misure che di fatto corrispondevano all’imposizione della legge marziale. Kerenskij inizialmente accettò, poi si rivoltò contro il generale chiamando i soviet alla mobilitazione per difendere la capitale dalle forze di Kornilov. I leader bolscevichi, che in precedenza il generale aveva fatto arrestare, furono liberati, mentre le guardie rosse organizzavano la difesa delle fabbriche. Ma non ci fu bisogno di combattere, perché i soldati cosacchi furono persuasi dagli agitatori dei soviet a deporre le armi. Kornilov e altri 30 ufficiali furono imprigionati. Considerati martiri politici dai conservatori, i kornilovisti avrebbero in seguito costituto il nucleo fondatore dell’Armata bianca, che si sarebbe battuta contro le forze comuniste (l’Armata rossa) nella successiva guerra civile.

Il momento di Lenin

La questione Kornilov finì per indebolire la posizione di Kerenskij. Attaccato a destra per aver tradito il generale, il primo ministro era sospettato a sinistra per aver agito, almeno all’inizio, in connivenza con lo stesso. Molti soldati dubitavano ormai della fedeltà dei propri ufficiali al nuovo governo, il che causò un forte deterioramento della disciplina militare. La conseguenza fu l’espandersi del processo di radicalizzazione nelle principali città industriali. I grandi beneficiari furono i bolscevichi, che a inizio settembre ottennero le prime maggioranze nei soviet di Pietrogrado, Mosca, Riga e Saratov.

Dalla Finlandia Lenin chiamò i suoi sostenitori all’insurrezione immediata, prima che si svolgesse il Congresso dei soviet previsto per il 20 ottobre. Sapeva che se in quel congresso si fosse votato un trasferimento dei poteri ai soviet, il risultato sarebbe stato un governo di coalizione con tutti i partiti politici presenti in quegli organi, inclusi i suoi rivali di sinistra, i menscevichi (l’ala moderata del POSDR) e il Partito socialista rivoluzionario. Lenin vide l’occasione per prendere il potere e decise di approfittarne. Rientrato in incognito a Pietrogrado, convocò una riunione del suo partito per il 10 ottobre, dove riuscì a far passare una risoluzione (imponendosi per dieci voti contro due) per preparare la rivolta.

Lenin tornò in incognito dall'esilio in Finlandia per prendere il potere

Il 16 ottobre il comitato centrale fu informato dagli attivisti locali che, per appoggiare l’insurrezione, i soldati e gli operai di Pietrogrado dovevano essere «stimolati con proposte come la dissoluzione della guarnigione». Lenin era indifferente a tutto questo, perché era convinto che gli bastasse un piccolo contingente ben armato e ben organizzato. Fu la sua visione a imporsi ancora una volta nel comitato centrale. Dato che la cospirazione bolscevica era ormai di pubblico dominio, i leader dei soviet decisero di posticipare il congresso al 25 ottobre. Avevano bisogno di più tempo per raccogliere il sostegno dalle province, ma questo ritardo finì per alimentare i sospetti che il congresso non si sarebbe riunito affatto.

Le voci di un’imminente controrivoluzione si rafforzarono quando Kerenskij annunciò il progetto di trasferire il grosso della guarnigione di Pietrogrado sul fronte settentrionale. Per impedirlo, il 20 ottobre il soviet di Pietrogrado istituì il Comitato rivoluzionario militare (CRM), l’avanguardia rivoluzionaria della forza bolscevica, che il 24 ottobre assunse il controllo della guarnigione di Pietrogrado. A quel punto Lenin, camuffato con una parrucca, abbandonò il suo nascondiglio per recarsi all’istituto Smol’nyj, il quartier generale bolscevico, dove ordinò l’inizio della rivolta.

Una visione romantizzata dell’assalto al palazzo d’Inverno, di Nikolai Kochergin

Una visione romantizzata dell’assalto al palazzo d’Inverno, di Nikolai Kochergin

Foto: Fine Art / Album

Dopo una serie di ritardi e contrattempi, all’alba del 25 ottobre (7 novembre del calendario gregoriano) ci fu il leggendario assalto al palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio. L’arresto dei ministri di Kerenskij fu annunciato al congresso dei soviet, i cui 670 delegati – principalmente operai e soldati, bardati in cappotti e uniformi – decisero di formare un governo con l’appoggio di tutti i partiti presenti. Ma la maggioranza dei delegati menscevichi e socialisti rivoluzionari abbandonarono la sede in segno di protesta contro il colpo di stato dei bolscevichi, lasciando così a questi ultimi il monopolio del potere nei soviet.

Erano in pochi a pensare che gli uomini di Lenin potessero resistere a lungo. I bolscevichi dovevano lottare per il potere a Mosca (dove contro di loro si scatenarono scioperi dei funzionari, dei servizi postali e telegrafici e delle banche) e non avevano grandi appoggi nelle province. Nonostante il colpo di stato fosse stato fatto in nome del soviet, questo rappresentava ormai agli occhi di Lenin un ostacolo per il nuovo organo di governo da lui creato, il Consiglio dei commissari del popolo o Sovnarkom. Il 4 novembre il Sovnarkom si attribuì la prerogativa di legiferare senza l’approvazione del soviet.

Le speranze dei partiti di opposizione, intanto, erano legate alle elezioni dell’assemblea costituente, convocate dal governo provvisorio e in programma per fine novembre. L’assemblea costituente doveva essere il vero organo democratico, eletto a suffragio universale e rappresentativo di tutti i cittadini. I bolscevichi raccolsero il 24% dei voti, mentre i loro rivali di sinistra, il Partito socialista rivoluzionario, il 38%.

Lenin presiede una riunione del Sovnarkom (il Consiglio dei Commissari del Popolo) nel 1918

Lenin presiede una riunione del Sovnarkom (il Consiglio dei Commissari del Popolo) nel 1918

Foto: Bridgeman / Aci

Tuttavia, Lenin non aveva intenzione di seguire le regole del gioco democratico. In modo lento ma inesorabile stava emergendo un nuovo stato di polizia, di cui lui stesso era al comando. A dicembre il Comitato rivoluzionario militare fu abolito e i suoi poteri trasferiti a un nuovo corpo di sicurezza, la Čeka. Il 5 gennaio del 1918 si insediò l’assemblea costituente, ma venne chiusa immediatamente dalle guardie bolsceviche.

Una pace disonorevole

Lenin arrivò al potere promettendo pane, terra e pace, ma uscire dalla guerra non era un compito facile. Molti bolscevichi ritenevano che firmare una pace con la Germania, potenza imperialista, rappresentasse un tradimento della causa internazionalista. Ma Lenin, consapevole che l’esercito russo si stava rapidamente sgretolando, non ebbe altra scelta che cercare un modo di porre termine al conflitto. Venne concordato un armistizio, e a negoziare con i tedeschi fu inviato Leon Trotskij. Questi cercò di prendere tempo, sperando che nel frattempo la rivoluzione contagiasse il resto d’Europa.

Tuttavia, all’inizio di febbraio la Germania siglò un trattato con gli ucraini, che accettavano il dominio tedesco in cambio dell’indipendenza dalla Russia. A quel punto l’esercito teutonico attaccò Pietrogrado e costrinse Lenin a trasferire la capitale a Mosca.

Il 3 marzo 1918 i bolscevichi si rassegnarono a firmare il trattato di Brest-Litovsk, i cui termini erano rovinosi per la Russia: Polonia, Finlandia, Estonia e Lituania ottenevano infatti l’indipendenza nominale sotto il controllo della Germania. La nuova Repubblica sovietica perdeva il 34% della popolazione, il 32% delle terre agricole, il 54% delle strutture industriali e l’89% delle miniere di carbone.

Ciononostante, quei sacrifici rafforzavano la posizione di Lenin come il vincitore della rivoluzione del 1917. Lasciatosi alle spalle la guerra con una potenza straniera, Lenin poteva concentrarsi sul consolidamento del potere all’interno del Paese di fronte all’imminente guerra civile.

Nel quadro di Mikhail Sokolov marinai, operai e soldati arrestano il governo provvisorio dopo l’assalto al palazzo d’Inverno

Nel quadro di Mikhail Sokolov marinai, operai e soldati arrestano il governo provvisorio dopo l’assalto al palazzo d’Inverno

Foto: BPK / RMN-Grand Palais

* Le date riportate nel testo seguono il calendario giuliano in vigore all'epoca in Russia (13 giorni in anticipo rispetto a quello gregoriano, in uso in Europa e Stati Uniti). Il governo sovietico passerà al sistema gregoriano nel febbraio del 1918.

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