1815: l'ultimo assalto di Napoleone

Dopo circa nove mesi di confino sull’isola d’Elba, Napoleone rientrò a sorpresa in Francia per provare a far rivivere il suo impero

Quest’olio del 1818, opera di Carl von Steuben, mostra l’arrivo di Napoleone e delle sue truppe a Golfe-Juan, nei pressi di Antibes, il primo marzo del 1815

Un Napoleone pensieroso si riposa presso una famiglia contadina durante il rientro da Waterloo. Olio di Marcus Stone

Un Napoleone pensieroso si riposa presso una famiglia contadina durante il rientro da Waterloo. Olio di Marcus Stone

Foto: Bridgeman / Aci

   

Dopo quasi vent’anni di trionfi sui campi di battaglia – che gli avevano permesso di estendere il suo impero su tutta l’Europa continentale – il 6 aprile del 1814 la carriera di Napoleone Bonaparte sembrava essere giunta al termine. Asserragliato nel suo palazzo di Fontainebleau, lontano dalla moglie Maria Luisa e dal figlio, privato dal senato del suo titolo imperiale e con il Paese invaso da eserciti stranieri, Napoleone decise di abdicare senza condizioni.

Gli stati vincitori discussero su cosa fare del sovrano deposto. Inglesi, austriaci e prussiani volevano deportarlo oltre i confini europei. Ma lo zar Alessandro si oppose per una forma di rispetto verso un uomo che aveva a lungo considerato un fratello. Alla fine il trattato di Fontainebleau stabilì di assegnare a Napoleone la sovranità sull’isola d’Elba, uno “scoglio” di 223 chilometri quadrati tra l’Italia e la Corsica. Il 4 maggio una nave inglese lasciò l’imperatore a Portoferraio, dove gli elbani lo accolsero calorosamente. Francia ed Europa tirarono un sospiro di sollievo vedendo il vecchio conquistatore adattarsi al suo nuovo ruolo di sovrano di un territorio minuscolo e isolato. Dopo 25 anni di guerre il continente sembrava sul punto di ritrovare la pace. Ma le svolte della storia sono spesso determinate dal caso e difficili da prevedere.

Prima restaurazione

Nel frattempo a Parigi il ritorno dei Borbone si presentava sotto i migliori auspici. Luigi XVIII, fratello minore del sovrano ghigliottinato nel 1793, era un uomo progressista e prudente che aspirava solo a una restaurazione pacifica. Per rompere con l’assolutismo prerivoluzionario e smantellare il potere dittatoriale dell’imperatore, concesse ai francesi una Carta che istituiva una monarchia costituzionale sul modello di quella britannica. I grandi principi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 erano accolti nel codice civile e veniva garantita la proprietà dei beni espropriati alla Chiesa durante la rivoluzione e poi venduti ai privati.

Il 6 aprile del 1814, nel palazzo di Fontainebleau (nell’immagine) Napoleone Bonaparte firmò l’abdicazione incondizionata. Il 20 andò in esilio sull’isola d’Elba

Il 6 aprile del 1814, nel palazzo di Fontainebleau (nell’immagine) Napoleone Bonaparte firmò l’abdicazione incondizionata. Il 20 andò in esilio sull’isola d’Elba

Foto: Leemage / Getty Images

   

La maggior parte dei francesi vedeva di buon occhio queste decisioni. Il Paese oltretutto non era stato umiliato dai vincitori dopo la sconfitta militare: era tornato ai suoi confini del 1792 (con qualche aggiunta), aveva recuperato il suo impero coloniale ed evitato l’occupazione militare e il pagamento di risarcimenti di guerra. Talleyrand seppe difendere con astuzia gli interessi francesi al congresso di Vienna, che si era aperto il primo novembre per definire il nuovo assetto internazionale dopo circa vent’anni di conflitto. Grazie al riconoscimento degli altri Paesi, Luigi XVIII poté dedicarsi a garantire la ripresa e la pace civile nel regno.

Ma gli mancava l’appoggio della sua cerchia più stretta: la famiglia, i dignitari di corte e i vari ministri avevano un atteggiamento poco conciliante. Tornati in Francia dopo decenni di esilio, non avevano familiarità con il nuovo Paese sorto dalla rivoluzione ed esigevano la restituzione dei loro titoli e un risarcimento proporzionato ai torti subiti. Il conte d’Artois, fratello del re e futuro Carlo X, era uno dei rappresentanti di questo spirito reazionario. Nel governo di Luigi XVIII convivevano ministri più o meno liberali, alcuni dei quali avevano collaborato con Napoleone, con aristocratici conservatori del calibro del conte di Blacas e del barone di Vitrolles.

Anche nell’opinione pubblica si registrava una spaccatura simile. A sinistra il filosofo Benjamin Constant temeva l’assunzione di misure liberticide, mentre all’estrema destra il visconte di Bonald esigeva l’incriminazione dei giacobini (che dal canto loro aspiravano a riproporre la rivoluzione del 1789-95) e dei bonapartisti. La relativa libertà di stampa favoriva gli eccessi verbali.

Luigi XVIII era un uomo progressista e prudente che aspirava solo a una restaurazione pacifica

Le politiche del nuovo regime si alienarono ben presto le simpatie di molti cittadini. Sul piano religioso, la reintroduzione delle cerimonie e delle processioni solenni, il fiorire di scuole ecclesiastiche e seminari, e il controllo della Chiesa sull’università irritarono i francesi di cultura illuminista, che mal sopportavano le ingerenze clericali. Ancor più grave era il malessere che serpeggiava nell’esercito. Alla fine della guerra erano stati licenziati 300mila soldati, mentre più di 15mila ufficiali avevano subìto una riduzione dello stipendio ed erano costretti all’inattività.

Se la maggior parte dei marescialli e degli ammiragli appoggiava la monarchia borbonica, la fedeltà all’imperatore rimaneva forte tra gli ufficiali superiori, i subalterni e i veterani, il cui malcontento poteva sfociare da un momento all’altro in cospirazioni o sedizioni. Ignaro del pericolo, Luigi XVIII reinserì nell’esercito molti militari di rientro dall’esilio che avevano combattuto contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica.

Il ritorno in Francia

Il re sperava che con il passare del tempo i disaccordi e i rancori si sarebbero placati, ma non aveva sufficiente carisma per favorire questi sviluppi. Afflitto dall’obesità e dalla gotta, sospettoso di tutto e di tutti, disilluso ed edonista al tempo stesso, non usciva dal palazzo delle Tuileries. La crescente delusione generata dai suoi atteggiamenti influì sulla scelta di Napoleone di tornare.

Napoleone utilizzò come residenza ufficiale il palazzo delle Tuileries, all’interno del complesso architettonico del Louvre (nell’immagine, il padiglione dell’Orologio)

Napoleone utilizzò come residenza ufficiale il palazzo delle Tuileries, all’interno del complesso architettonico del Louvre (nell’immagine, il padiglione dell’Orologio)

Foto: Cultura Exclusive / Getty Images

   

All’isola d’Elba l’ex imperatore si manteneva informato sulla situazione francese grazie alle sue reti di spionaggio. I suoi agenti si muovevano liberamente in Italia e in Austria, e in territorio transalpino riuscivano a eludere la sorveglianza di una polizia mal gestita dal ministro degli interni Beugnot. L’opinione condivisa era che in Francia potesse scoppiare una rivolta da un momento all’altro, e che se lui si fosse presentato come salvatore della patria sarebbe stato accolto a braccia aperte.

Ma sulle decisioni di Napoleone influivano anche delle considerazioni di carattere personale. Una riguardava la sospensione del pagamento della pensione annua di due milioni di franchi che il governo francese si era impegnato a versargli. L’ufficiale britannico Neil Campbell, incaricato di sorvegliare Bonaparte a Portoferraio, scriveva al suo governo: «Se le difficoltà economiche che lo affliggono dovessero continuare […] credo potrebbe attraversare il canale di Piombino con le sue truppe o compiere qualche altra azione imprevedibile. Ma se gli viene garantita la sua pensione, potrebbe anche decidere di trascorrere in pace il resto dei suoi giorni».

Sull'isola d'Elba, Napoleone appariva molto preoccupato per la sua situazione economica

Ancora più preoccupanti erano le notizie che arrivavano dal congresso di Vienna. Molti ritenevano che l’Elba fosse troppo vicina e che l’imperatore potesse tentare la fuga in qualsiasi momento. Per questo proponevano di esiliarlo in una località ancor più remota, come le Azzorre o Sant’Elena, che fu menzionata per la prima volta come possibile zona di confino. Alcuni monarchici particolarmente reazionari proponevano di assassinarlo.

Andrieux Clément Auguste ricostruì in  questo quadro del 1852 la battaglia di Waterloo, che aprì le porte della Francia ai nemici di Napoleone. Palazzo di Versailles

Andrieux Clément Auguste ricostruì in questo quadro del 1852 la battaglia di Waterloo, che aprì le porte della Francia ai nemici di Napoleone. Palazzo di Versailles

Foto: Gérard Blot / RMN-Grand Palais

A metà febbraio del 1815 Napoleone giunse alla conclusione che doveva giocare d’anticipo. Era all’Elba ormai da nove mesi, apparentemente preoccupato solo dai lavori da fare sull’isola, che fossero canali, strade o ponti. Prima di passare all’azione si consultò con la madre. Letizia comprese perfettamente che il figlio non poteva terminare i suoi giorni «in un riposo indegno di lui». Da quel momento gli avvenimenti subirono un’accelerazione. Domenica 26 l’imperatore si imbarcò sull’Inconstant; il 28 poteva già scorgere Antibes all’orizzonte, e il primo marzo approdò a Golfe-Juan, con il suo piccolo esercito di un migliaio di uomini.

Rientro trionfale

Subito dopo lo sbarco fu distribuito un proclama della guardia imperiale: «Soldati, compagni, abbiamo protetto il vostro imperatore […] Abbiamo attraversato i mari per riportarvelo, tra mille pericoli. Siamo approdati sul sacro suolo patrio con le insegne nazionali e l’aquila imperiale […] In pochi mesi di governo i Borbone hanno già dimostrato di non aver dimenticato nulla né imparato nulla […] Soldati del grande Napoleone, rimarrete forse al servizio di un sovrano che per vent’anni è stato nemico della Francia?».

Una volta sul continente Bonaparte e i suoi uomini iniziarono la marcia verso Parigi. Il 5 marzo furono accolti a Gap da una folla esultante. Quello stesso giorno Luigi XVIII venne informato del ritorno del generale còrso. Il sovrano cercò di mantenere la calma, imitato dai membri del governo. Tutti erano convinti che i vertici militari sarebbero rimasti fedeli alla monarchia. Il maresciallo Ney, che era stato uno dei generali più vicini a Napoleone, promise al re di consegnargli l’usurpatore «in una gabbia di ferro».

Quest’olio del 1818, opera di Carl von Steuben, mostra l’arrivo di Napoleone e delle sue truppe a Golfe-Juan, nei pressi di Antibes, il primo marzo del 1815

Quest’olio del 1818, opera di Carl von Steuben, mostra l’arrivo di Napoleone e delle sue truppe a Golfe-Juan, nei pressi di Antibes, il primo marzo del 1815

Foto: Akg / Album

Intanto la marcia di Bonaparte verso la capitale, ribattezzata il «volo dell’aquila», proseguiva senza incontrare ostacoli. A Lione tutte le istituzioni civili e militari gli giurarono fedeltà. Quando Ney lo vide a Auxerre, a 150 chilometri dalla capitale, si scordò istantaneamente della promessa fatta al re e si gettò tra le sue braccia.

Il 20 marzo, alle nove di sera, Napoleone entrò nel palazzo delle Tuileries, che Luigi XVIII aveva precipitosamente abbandonato la notte prima per rifugiarsi a Gand. Il ristabilimento del potere imperiale non richiese più di due settimane. La maggior parte delle istituzioni appoggiò l’imperatore e l’epurazione si limitò a pochi traditori comprovati. Napoleone si affrettò a formare un governo con i suoi vecchi collaboratori. La Francia era di nuovo sua.

Ma, secondo le testimonianze di vari osservatori, Napoleone non era più lo stesso. L’abdicazione dell’anno precedente – con la sua sfilza di tradimenti e manifestazioni di avversione popolare – aveva lasciato il segno. L’imperatore non si fidava più delle apparenze. «Il suo prodigioso ritorno, uno degli avvenimenti più straordinari della sua vita, non lo illudeva né gli dava speranza», scrisse il diplomatico e storico Prosper de Barante. Quando ricevette le congratulazioni del suo ex ministro del tesoro, Mollien, Bonaparte rispose alludendo all’opportunismo del Paese: «Il tempo dei complimenti è finito; mi hanno lasciato tornare così come hanno lasciato gli altri partire». Il ministro degli interni Carnot manifestava tutto il suo stupore: «Non lo riconosco; è come se quel coraggioso rientro dall’isola d’Elba abbia prosciugato le sue energie; dubita, è indeciso; invece di agire si perde in chiacchiere; chiede consigli a chiunque».

La calorosa accoglienza ricevuta il 7 marzo del 1815 a Grenoble convinse Napoleone che il successo era a portata di mano. «Prima di Grenoble ero un avventuriero; lì divenni un principe», dichiarò. Incisione del 1830

La calorosa accoglienza ricevuta il 7 marzo del 1815 a Grenoble convinse Napoleone che il successo era a portata di mano. «Prima di Grenoble ero un avventuriero; lì divenni un principe», dichiarò. Incisione del 1830

Foto: Tallandier / Bridgeman / Aci

In realtà Napoleone aveva i suoi motivi per essere sfiduciato. All’interno del suo stesso governo c’erano figure che tramavano contro di lui, come il capo della polizia Joseph Fouché, che lo aveva già tradito anni prima. Bonaparte fece comunque il possibile per consolidare il suo potere. Cercò di imprimere una svolta più liberale al suo regime, per dissipare i timori di chi lo accusava di essersi in precedenza comportato come un despota. Dichiarò di essere tornato dall’esilio con un’altra mentalità: «Ho passato un anno sull’isola d’Elba, dove ho potuto ascoltare la voce della posterità, come se già fossi in un sepolcro. So cosa va evitato e di cosa c’è bisogno».

Cattivi presentimenti

L’imperatore incaricò un suo vecchio avversario, il filosofo liberale Benjamin Constant, di elaborare un Atto addizionale alle Costituzioni dell’impero, che si ispirava alla Carta emanata da Luigi XVIII ma con maggiori libertà individuali. Questa nuova legge fondamentale dello stato non metteva però in discussione il potere quasi assoluto di Napoleone, un fatto che deluse buona parte dell’opinione pubblica. La nuova costituzione fu approvata con 1.532.000 voti favorevoli e appena 4.800 contrari, ma con l’astensione di oltre cinque milioni di cittadini. Il primo giugno Napoleone proclamò solennemente i risultati del plebiscito durante una grandiosa cerimonia militare, il cosiddetto “Campo di maggio”, ma la partecipazione della borghesia e dei vertici militari fu scarsa e poco entusiastica.

Sul piano internazionale, la maggiore preoccupazione dell’imperatore era garantire alle varie potenze europee che non avrebbe ripreso le guerre di conquista. Al suo ritorno alle Tuileries il generale còrso moltiplicò i messaggi rassicuranti, ma non tutti erano disposti a concedergli fiducia: «Per prima cosa Bonaparte […] ha cercato di spacciarsi per un essere innocente, un agnellino senza rancore e senza macchia, amico dell’universo e desideroso di vivere in pace nel suo piccolo regno», ironizzava il barone di Frénilly. È difficile sapere se il pacifismo di Napoleone fosse autentico. Sicuramente l’imperatore era consapevole del fatto che i rapporti di forza gli erano sfavorevoli. Ma non si può escludere che fosse sincero quando scriveva ai suoi “fratelli” imperatori e re: «Dopo aver offerto al mondo uno spettacolo di grandiose battaglie, è il momento di riconoscere i vantaggi della pace». In ogni caso la sua offerta si scontrò con un rifiuto categorico. Il 13 marzo i rappresentanti di Regno Unito, Russia, Austria, Prussia, Svezia, Spagna e Portogallo, riuniti al congresso di Vienna, dichiararono che Napoleone, in quanto «nemico e perturbatore della pace pubblica» si era «esposto alla pubblica punizione».

Napoleone si imbarca per la Francia. In quest'olio del 1826 Joseph Beaume ricostruisce la partenza di Bonaparte dall'Isola d'Elba, avvenuta il 26 febbraio del 1815. Musée naval et Napoléonien, Antibes

Napoleone si imbarca per la Francia. In quest'olio del 1826 Joseph Beaume ricostruisce la partenza di Bonaparte dall'Isola d'Elba, avvenuta il 26 febbraio del 1815. Musée naval et Napoléonien, Antibes

Foto: Gérard Blot / RMN-Grand Palais

   

Anche se si trattava di una dichiarazione di guerra in piena regola, nella pratica il fronte antinapoleonico non era compatto. Lo zar, che aveva pagato care le guerre contro i francesi, non voleva essere coinvolto in un nuovo conflitto. A Vienna il cancelliere Metternich dovette fare pressioni sull’imperatore Francesco I, che era pur sempre suocero di Bonaparte. Il governo inglese voleva chiudere la questione al più presto, ma esitava a rispettare i suoi impegni in merito al numero di militari da inviare. Ciononostante, la settima coalizione poté concentrare in territorio belga circa 223mila soldati.

Nemico della pace

A Napoleone non restava che riorganizzare rapidamente il suo esercito. In qualche settimana di intenso lavoro riuscì a reclutare 120mila soldati, di cui 20mila cavalieri, e a mettere insieme 366 pezzi di artiglieria. Nelle sue truppe c’erano molti veterani e ufficiali di grande esperienza, ma anche giovani privi di un’adeguata preparazione.

Il 15 giugno, mentre austriaci, tedeschi, russi e spagnoli si avvicinavano ai confini francesi, Bonaparte penetrò in territorio belga con la sua Armata del nord. Il suo piano – che prevedeva di cogliere di sorpresa le truppe prussiane e britanniche, guidate rispettivamente da Blücher e Wellington – fu inizialmente un successo. Il 16 giugno a Ligny Napoleone vinse la sua ultima battaglia, proprio contro l’esercito prussiano. Due giorni dopo a Waterloo ci fu lo scontro decisivo. Il combattimento rimase a lungo incerto e in alcuni momenti sembrò sul punto di risolversi a favore dei francesi. Ma alla fine prevalse l’armata della coalizione. Quella seconda sconfitta rappresentò la fine indiscutibile di Napoleone. Un mese più tardi il grande conquistatore dell’Europa si consegnò agli inglesi. Fu deportato nella remota isola di Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale, da cui non avrebbe più fatto ritorno.

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