Editoriale 50

Furono gli unici “veri” nemici di Roma, che per tre secoli tennero in scacco l’Urbe, in un susseguirsi di vittorie anche molto sanguinose, come quella di Carre nel 53 a.C., e di sconfitte. I Parti, una delle maggiori potenze militari iraniche, rappresentarono l’unico, insormontabile ostacolo per l’espansione romana a Oriente. E forse una sola persona avrebbe saputo domarli: Giulio Cesare. Almeno, è quanto affermò un altro generale che di espansionismo si intendeva bene, Napoleone Bonaparte. “È probabile”, scrisse, “che sarebbe riuscito nell’impresa e che avrebbe portato l’aquila romana ai bordi dell’Indo, se la fortuna che lo aveva favorito durante tredici campagne fosse rimasta ancora al suo fianco”. Al di là del fatto che tale affermazione sembra attagliarsi perfettamente anche a Napoleone medesimo, e difatti appartiene al suo libro Le Guerre di Cesare scritto durante l’esilio a Sant’Elena, sappiamo che Cesare aveva manifestato l’intenzione di avviare una campagna militare contro i Parti quando fu ucciso. E gli storici non escludono che tra i motivi del suo assassinio vi fosse anche quello di impedirgli una tale campagna che, se fosse stata coronata da successo, lo avrebbe reso invincibile, soprattutto a Roma. Solo Cicerone non ci credeva, tanto da dire che sarebbe stato meglio inviarlo in Oriente, “tanto da lì non sarebbe tornato mai”.

Giorgio Rivieccio

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