Editoriale 127

IL MINOTAURO proruppe in un urlo [...] un grido di gioia per non
essere più l’unico, il contemporaneamente escluso e rinchiuso, perché
c’era un secondo minotauro, non soltanto il suo Io, ma anche un Tu».
Come molti autori suoi contemporanei, Friedrich Dürrenmatt si discosta
dall’immagine mitica dell’essere metà uomo metà toro frutto del castigo
che il dio del mare Poseidone volle infliggere al re di Creta Minosse
per punire la sua arroganza. Nella mitologia greca e nel corso dei secoli
Asterio – questo il suo vero nome – fu elevato a simbolo del peccato
e del male, una creatura mostruosa e crudele. Dürrenmatt lo immagina
piuttosto in un labirinto di specchi in cui cerca continuamente il
contatto umano che gli è stato negato in quanto “diverso”. Intrappolato
in un intrico di riflessi, incontra qualcuno del tutto simile a lui e balla
e grida e muggisce esultante, non sapendo che in realtà la creatura è
un uomo mascherato, Teseo, l’eroe ateniese venuto a ucciderlo. Asterio
non ha paura perché riconosce nell’altro la sua stessa essenza e vuole
abbracciarlo come un fratello. Ma a Teseo hanno raccontato che il
Minotauro è una belva assetata di sangue che divora i suoi compatrioti
e ora come allora Asterio viene identificato come un mostro. La sua
crudeltà è reale? La sua barbarie innata o imposta? Il Minotauro riveste
il ruolo di essere sanguinario che divora giovani ateniesi perché nel suo
mondo non c’è spazio per il “difforme” e la sua peculiarità è considerata
una minaccia per gli altri, i “normali”. Gli stessi che da una parte lo
hanno rinchiuso nel labirinto per utilizzarlo come monito davanti agli
avversari e dall’altra lo hanno ucciso diventando degli eroi.

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