Editoriale 120

Alle 10 di mattina del 24 giugno 1572, circa 250 spagnoli accompagnati da quasi 2.500 alleati indigeni entrarono a Vilcabamba. La città era ormai ridotta a un cumulo di macerie fumanti: i suoi stessi abitanti l’avevano incendiata prima di darsi alla fuga. Gli spagnoli facevano arrogantemente il loro ingresso nella capitale di un regno sperduto tra le asperità delle Ande, dove gli eredi degli inca che un tempo avevano governato su un enorme impero resistevano agli invasori ormai da quarant’anni. Ma Martin Hurtado de Arbieto, il capo delle forze di occupazione, non aveva ancora concluso la sua missione. Aveva promesso la mano di una principessa inca prigioniera a chi gli avesse consegnato Tupac Amaru, l’ultimo sovrano della città ribelle. Iniziò così un implacabile inseguimento, che portò alla cattura, uno dopo l’altro, dei fratelli e dei figli del fuggitivo, e alla confisca dei tesori che questi avevano lasciato nella ritirata. Dopo sette giorni di marcia incessante anche Tupac Amaru cadde in mano nemica, tradito da uno dei suoi mentre cercava di far perdere le proprie tracce nelle profondità della selva amazzonica. Il re inca fu giustiziato tre mesi più tardi e gli occupanti installarono una guarnigione militare a Vilcabamba per prevenire nuove rivolte. Ma l’accesso alla città era così impervio che gli spagnoli decisero di abbandonarla e se ne persero le tracce. Trecento anni dopo iniziò la ricerca di quella capitale dimenticata, inghiottita dalla giungla, il sogno che avrebbe portato lo statunitense Hiram Bingham a Machu Picchu. È stata finalmente trovata? Forse. Solo il paziente lavoro degli archeologi potrà rivelarlo negli anni a venire.
ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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