Editoriale 112

Dalla Nuova Zelanda all’Arabia Saudita. Oltre cent’anni di lotte, dal 1893 al 2015, separano il primo e l’ultimo Paese ad aver concesso il voto alle donne. Anche se “concesso” non è certo il verbo più adeguato per definire la strada verso il suffragio universale. Sono state, invece, battaglie dure e lunghe quelle che le femministe hanno portato avanti contro pregiudizi vecchi di millenni e spesso contro la riluttanza di alcuni non solo a perdere i propri privilegi ma, ancor prima, a riconoscerli in quanto tali. La resistenza al cambiamento, invece, poco ha avuto a che vedere con la religione, o con il livello di “democratizzazione” di questo o di quel Paese (basti pensare che nella nostra vicina Svizzera le donne possono votare solo dal 1971). Forse la più nota delle battaglie per il voto femminile è stata quella delle suffragiste britanniche agli inizi del ’900. Però non è stata certo la prima. Già durante la Rivoluzione francese, quando per la prima volta viene sancita l’uguaglianza di tutti gli uomini, viene concesso il suffragio universale maschile (dimenticandosi delle donne, che pur avevano partecipato alla rivoluzione). Nel 1791 la scrittrice Olympe de Gouges redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, nella quale rivendica il diritto al voto sostenendo che la donna nasce libera e ha, quindi, uguali diritti rispetto all’uomo. Oltre due secoli dopo, quasi ovunque le donne possono votare in uguaglianza di condizioni con gli uomini. Eppure, la strada da percorrere verso una reale parità di diritti e di doveri è ancora in salita.


ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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