Editoriale 107

Con rarissimi resti ossei, variamente databili da milioni a decine di migliaia di anni fa, la paleoantropologia ha provato a ricostruire l’avventurosa storia dell’origine dell’uomo; giungendo alla convinzione che la comparsa dei nostri più antichi antenati sia da ricercare in Africa, nell’area della Rift Valley (resa celebre dalla scoperta di “Lucy”, lo scheletro di un’australopitecina vissuta tra i quattro e i tre milioni di anni fa). Dalla “culla” africana, homo sarebbe migrato, a più riprese, verso l’Europa e l’Asia, per inoltrarsi poi nel continente americano e in Australia. Un’ipotesi, questa, oggi messa – almeno parzialmente – in discussione da una serie di nuove scoperte, alcune relative proprio al «nostro» passato più prossimo, con protagonista l’homo sapiens (vedi il nostro servizio a pagina 22). Ad arricchire (e complicare) il quadro hanno contribuito anche le indagini genetiche, eseguite sul DNA dei reperti paleoantropologici e confrontate con i dati della popolazione mondiale. Quello di homo sapiens fu davvero un unico, grande esodo – avviato circa 100mila anni fa – alla conquista delle terre del Levante e oltre, come vorrebbe l’ipotesi di una progenitrice africana comune (la famosa “Eva africana”)? O non siamo noi, uomini moderni, il risultato di processi migratori e di diffusione di tratti genetici e culturali assai più arcaici, complessi e sfumati? Quale che sia la risposta, un dato è certo: sin dalle origini più remote, l’uomo si è “messo in marcia”, affinando la sua capacità di cambiare e adattarsi alle sempre diverse condizioni ambientali (e culturali) incontrate lungo il suo cammino. Solo così ha potuto evolversi e sopravvivere. E dovrà farlo ancora.

ANDREAS M. STEINER
Direttore

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