Editoriale 104

Il 1912 non fu certo un anno privo di avvenimenti storici rilevanti. Per sincerarsene basta uno sguardo a un qualsiasi riepilogo cronologico: limitandosi all’Italia, vale la pena ricordare la conclusione – il 18 ottobre – della cosiddetta «guerra di Libia», iniziata dal Regno nel settembre dell’anno precedente per strappare all’Impero ottomano le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. O, anche, l’introduzione – sempre in Italia – del suffragio universale (maschile) «per tutti i cittadini al di sopra dei 30 anni». E, perché no, l’inaugurazione – il 25 aprile - del «nuovo» campanile di San Marco a  Venezia, crollato un decennio prima e ricostruito «come era, dove era». Eppure, il 1912 verrà ricordato per un fatto di cronaca divenuto epocale: il naufragio, verificatosi nella notte tra il 14 e il 15 aprile, dell’«inaffondabile» transatlantico Titanic. Cosa ha reso quella vicenda – drammatica sì, ma certo non isolata nel vasto elenco delle tragedie di mare – così unica e, mi sia permesso il termine, tanto «affascinante»? Il Titanic, oltre a essere la più grande e bella nave del suo tempo, fu l’icona di un’era di inesauribili speranze: in un mondo da dominare con le nuove tecnologie e da conquistare con la rincorsa alla ricchezza sempre più sfrenata. La nemesi, però, non avrebbe atteso molto a manifestarsi. Due anni dopo il disastro del Titanic scoppiò la Grande Guerra. Facendo inabissare quel mondo in una catastrofe ancora maggiore.

Andreas M. Steiner
Direttore

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