
TITO LIVIO
STORIA DI ROMA
LIBRO XXX
XXIX
I DUE DUCI A FRONTE; ANNIBALE CHIEDE UN COLLOQUIO A SCIPIONE
Ormai Annibale era giunto a Adrumèto; di là, lasciato per alcuni giorni riposare l'esercito dal travaglio della traversata, mosse a grandi giornate verso Zama, a ciò indotto da notizie di atterriti messaggeri che dicevano tutte folte d'armi le vicinanze di Cartagine. È Zama a cinque giorni di marcia da Cartagine. Egli di là mandò in giro suoi esploratori, che sorpresi da avanguardie romane, furono condotti innanzi a Scipione; questi li fece affidare a un tribuno militare con la facoltà di osservare ogni cosa senza alcun timore, girando a lor piacere per tutto l'accampamento; e poi, dopo di aver loro chiesto se avevano bene guardata ogni cosa, con una scorta li rimandò ad Annibale. Annibale non era punto confortato dalle notizie che gli giungevano (ché si annunziava che per caso proprio quel giorno era arrivato anche Masinissa con 6 mila fanti e 4. mila cavalieri); e fu sommamente colpito da quella confidenza, certo fondata su buone ragioni, del nemico. Così, benché egli stesso avesse dato origine alla guerra, e benché con la sua venuta avesse turbato la tregua pattuita e la speranza di trattative, pure, convinto che domandando pace mentre aveva le sue forze intatte avrebbe potuto ottenere condizioni migliori che dopo d'essere stato vinto, mandò un parlamentare a Scipione, perché questi gli desse il modo di conferire con lui. Se ciò egli facesse di propria iniziativa o in séguito a una pubblica deliberazione, non ho modo di affermare con sicurezza. Valerio Anziate racconta che, vinto da Scipione in un primo scontro nel quale 12 mila uomini caddero in campo e 1700 furono fatti prigionieri, venne ambasciatore egli stesso con altri dieci parlamentari all'accampamento di Scipione. Comunque, non avendo Scipione rifiutato il colloquio, entrambi i duci portarono in avanti di comune accordo il loro campo, per potere incontrarsi più da presso. Scipione si stabilì non lontano da Naraggara, in luogo sotto ogni aspetto opportuno, e anche perché aveva l'acqua a un tiro d'arco; Annibale occupò un'altura a 4 miglia da lui, sicura e comoda in ogni senso, benché lontana dall'acqua. Là, in mezzo ai due campi, fu scelto un punto da ogni parte scoperto, perché non fossero possibili insidie.
XXX
DISCORSO DI ANNIBALE
Lasciate indietro a eguale distanza le scorte armate, si avvicinarono, ciascuno coi suoi interpreti, i due duci, che non solo erano i massimi del loro tempo, ma, a memoria d'uomo, eguali di qualsiasi re o duce di qualsivoglia nazione. Per un momento, giunti l'uno in conspetto dell'altro, quasi colpiti da mutua ammirazione, stettero in silenzio. Poi Annibale parlò per il primo. « Se questo era così destinato, che io, che primo mossi guerra al popolo romano, che tante volte ebbi quasi in mano la vittoria, proprio io per il primo venissi a domandare la pace, sono contento che il destino mi abbia tratto a domandarla proprio a te. Anche per te, fra tante tue insigni imprese, non sarà il minor titolo di gloria il fatto che Annibale, al quale gli Dei aveva n dato la vittoria su tanti duci romani, abbia ceduto a te, e che tu abbia posto termine a questa guerra, per le disfatte vostre più che per le nostre memoranda. E anche questo ludibrio della sorte avrà così voluto darmi il mio destino, che io, avendo preso le armi durante il consolato di tuo padre, e avendo trovato in lui il primo duce romano con cui venni a battaglia, al figlio di lui venga a chiedere, inerme, la pace. Ben sarebbe stato meglio se gli Dei avessero inspirato ai padri nostri questo consiglio, che voi vi foste appagati della signorìa d'Italia e noi di quella dell' Africa; e infatti neppure per voi la Sicilia e la Sardegna sono adeguato compenso alla perdita di tante flotte, di tanti eserciti, di tanti duci. Ma le vicende passate si possono deplorare più che mutare. Noi così desiderammo l'altrui per dover poi difendere il nostro, per avere noi la guerra in Italia e voi in Africa, sì che voi doveste vedere le insegne e le armi nemiche quasi su le vostre porte e su le vostre mura, e noi ora da Cartagine udiamo lo strepito dell'accampamento romano. Così, avviene quello che noi avremmo sopra tutto scongiurato, quello che voi sopra tutto avreste bramato: che si tratta la pace in un momento per voi più propizio. E noi due la trattiamo, noi ai quali sommamente importa che essa si concluda, noi che vedremo i nostri accordi, quali essi siano, ratificati dai nostri popoli. Soltanto in noi è necessario che sia spirito incline a sagge risoluzioni. Quanto a me, ormai, l'età per cui torno vecchio nella patria da cui partii fanciullo, ormai le prospere e le avverse vicende mi hanno in tal modo ammaestra da farmi preferire la ragione alla fortuna; la tua giovinezza e i tuoi costanti successi, l'una e gli altri inspiranti maggior baldanza di quanta giova alle sagge risoluzioni, ecco quello che io temo. Difficilmente riflette su l'incertezza degli eventi chi non fu mai deluso dalla fortuna. Quello che io fui al Trasimeno e a Canne, quello sei tu oggi. Te, in età appena valida per il primo servizio militare divenuto comandante supremo, te, accinto a tutto tentare con somma audacia, te la fortuna non ha abbandonato in nessun luogo. Partito per vendicare la morte del padre e dello zio, dalla sventura della vostra casa tu traesti un'insigne gloria di valore e di pietà eccezionali; ricuperasti le Spagne perdute cacciandone quattro eserciti punici; creato console, tu, quando agli altri mancava il coraggio per difendere l'Italia, passasti in Africa, e qui, distrutti due eserciti, presi e incendiati contemporaneamente due accampamenti, fatto prigioniero Siface re potentissimo, occupate tante città del suo regno e tante del nostro impero, me strappasti via dal possesso dell'Italia, che tenevo da ormai sedici anni. Alla pace tu puoi preferire in cuor tuo la vittoria. Conosco anch'io codesti ardori, più grandi che utili; ed anche per me rifulse talvolta una simile fortuna. Ma, se nella prosperità gli Dei ci dessero anche il buon senso, non solo a quello che è avvenuto noi penseremmo bensÌ anche a quello che può avvenire. E anche se tu voglia non tener conto di tutti gli altri, ti sono io stesso un sufficiente testimonio delle più diverse fortune, io che, mentre or non è gran tempo, accampato fra l'Aniene e la vostra città, già ero accinto ad assalire e quasi a scalare le mura di Roma, e che ora tu vedi qui, orbato di due fratelli, valorosissimi uomini e insigni condottieri, davanti alle mura della mia patria quasi assediata, in atto di supplicare che le sciagure con cui io atterrii la città vostra siano risparmiate alla mia. Quanto maggiore è la fortuna tanto meno si deve in essa confidare; in condizioni buone per te, incerte per noi, la pace è magnifica e gloriosa per te che la dài, è necessaria piuttosto che onorevole per noi che la domandiamo. Migliore e più sicura è una pace ben certa che una sperata vittoria; quella è in mano tua, questa in mano degli Dei. Non vorrai far getto della buona fortuna di tanti anni per il contrasto di una sola ora; da un lato considera le tue forze, dall'altro il potere della fortuna e la comune vicenda delle battaglie. Da entrambe le parti ferro, da entrambe ci saranno uomini; nella guerra meno che in qualsiasi altra vicenda l'evento corrisponde alla speranza. Non tanta gloria aggiungerai, vincendo, a quella che già puoi avere concludendo la pace, quanta ne perderesti se subissi qualche insuccesso. Gli onori che già acquistasti, come quelli che speri, può annullarli la vicenda di una sola ora. Tutto è adesso in poter tuo, Publio Cornelio, per la conclusione della pace; dopo, sarà da accettare la sorte che avranno data gli Dei. Raro esempio di buona fortuna e di valore sarebbe stato un tempo Marco Attilio [Regolo] su questa stessa terra, se, vittorioso, avesse accordato la pace ai nostri padri che la domandavano; non mettendo un limite alla sua buona fortuna, non raffrenando l'esultanza che lo inorgogliva, quanto più alto era salito tanto più miseramente precipitò. Spetta invero a chi concede, non a chi domanda, la pace, dettare le condizioni di essa; ma forse non siamo indegni di proporre noi stessi la nostra ammenda. Non ricusiamo che siano vostre tutte le terre a cagion delle quali la guerra ebbe inizio: la Sicilia, la Sardegna, la Spagna, tutte le isole del mare tra l'Africa e l'Italia; e che noi Cartaginesi, chiusi entro il litorale africano, vediamo voi, poiché cosÌ piacque agli Dei, signoreggiare anche su altre genti del mare e della terra. Non negherò che, per il modo non troppo sincero con cui fu recentemente domandata e aspettata da noi la pace, dubbia può essere per voi la fede punica. Ma, per la garanzia e il rispetto della pace, molto importa, o Scipione, da chi essa sia domandata. Anche i vostri senatori, come mi si riferisce, rifiutarono la pace perché non abbastanza autorevole era la nostra ambascerìa. Ora io, Annibale, domando la pace, io che non la chiederei se non la giudicassi utile, e che la farò osservare per questa stessa utilità per la quale la chieggo. E come io feci ogni sforzo, fino a che non me lo impedirono gli Dei, perché nessuno si dovesse pentire della guerra da me intrapresa, cosÌ ogni sforzo farò perché nessuno si penta della pace promossa da me ».
XXXI
RISPOSTA DI SCIPlONE
A questo discorso replicò press'a poco cosÌ il duce romano: « Ben mi ero accorto, Annibale, che appunto nella attesa del tuo arrivo i Cartaginesi avevano rotto il patto della tregua e frustrata la speranza della pace; né davvero tu stesso dissimuli ciò, tu che dalle precedenti condizioni della pace detrai tutto, fuorché quello che già è in nostro saldo potere. Ma, come tu desideri che i tuoi concittadini ben sentano quanto alleggerisci il loro compito, così debbo io aver gran cura perché oggi essi non ottengano come premio della lor perfidia la soppressione di patti che allora avevano stipulati. Indegni quali siete che vi si mantengano le stesse condizioni, anche pretendete che la frode vi giovi. Né i padri nostri per i primi suscitarono la guerra in Sicilia né noi la suscitammo nella Spagna; allora il pericolo corso dai nostri alleati Mamertini, ora la rovina di Sagunto ci fecero impugnare armi pietose e giuste. E che la provocazione sia stata vostra tu medesimo confessi, e ne sono testimoni gli Dei, i quali a quella prima guerra diedero un esito conforme al diritto umano e divino, e lo dànno e lo daranno anche a questa. Quanto a me, e ho ben presente l'umana debolezza, e considero la potenza della fortuna, e so come soggette a mille casi siano tutte le cose che noi facciamo; ma, come ammetterei di aver agito in modo superbo e temerario se, prima d'essere passato in Africa, io avessi sdegnato la tua richiesta nel caso che tu, abbandonata volontariamente l'Italia e imbarcato il tuo esercito, fossi venuto a chiedere pace, così ora, che ti ho trascinato in Africa quasi prendendoti per la mano e benché tu esitassi e opponessi resistenza, non sono tenuto a usar li nessun riguardo. Per ciò, se si aggiunga qualche nuova clausola a quelle secondo le quali pareva poter concludersi la pace (quale una indennità per l'attacco fatto durante la tregua al nostro convoglio e per la violenza fatta ai nostri parlamentari), io ne riferirò al mio consiglio di guerra; se invece anche le prime condizioni vi sembrano ora gravose, preparatevi alla guerra, voi che non avete potuto sopportare la pace ». Così, senza aver conchiuso la pace, i due duci tornarono dal colloquio annunziando che questo era stato inutile: che con le armi bisognava definire la guerra, che bisognava subire la sorte come l'avrebbero data gli Dei.
(Tratto da Tito Livio, Storia di Roma, Libro XXX, 29-31, Traduzione di Guido Vitali. Zanichelli Editore, 1956)